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000 Nic621125pC’è sempre la Siria tra le più grandi preoccupazioni di Papa Francesco. Anche nel consueto messaggio rivolto, nella domenica di Pasqua, alla città e al mondo, la supplica particolare rivolta al Signore è stata proprio per il martoriato popolo siriano. Pur senza dimenticare gli altri drammi che sconvolgono l’umanità di questo secolo, compreso quello che vivono le popolazioni africane alle prese con la devastante epidemia di ebola. Il Papa — conclusa la messa celebrata sul sagrato della basilica vaticana — si è affacciato alla Loggia della Benedizione alle 12 in punto. Accanto a lui erano il cardinale protodiacono Jean-Louis Tauran, e il cardinale Beniamino Stella. Il suo messaggio è stato accolto in un silenzio surreale viste le decine di migliaia di fedeli che debordavano da piazza San Pietro sino a distendersi lungo tutta via della Conciliazione.
alleanzaLISBONA, 22. Un invito a portare la forza della propria fede nelle situazioni drammatiche della società di oggi, in particolare nel servizio ai poveri: lo ha rivolto, ai cattolici portoghesi, il patriarca di Lisbona e presidente della Conferenza episcopale, Manuel José Macário do Nascimento Clemente, durante la messa per la Pasqua di Risurrezione celebrata domenica in cattedrale. Il patriarca di Lisbona, nel ricordare ai fedeli come nella società odierna non manchino drammi personali, tragedie che coinvolgono interi popoli, rischi di nuove guerre e la piaga dei cristiani perseguitati, ha sottolineato la vicinanza di Gesù risorto a ogni persona: «Abbiamo bussato alla porta del cielo, che non sempre appare spalancata come la pietra rimossa dal sepolcro, ma in realtà è lui che bussa alla porta del nostro cuore». Infine, Macário do Nascimento Clemente ha auspicato che la comunione di fede possa estendersi a persone “illuminate” in grado di “i l l u m i n a re ” il mondo: sono all’interno delle famiglie, nelle comunità, tra i giovani come fra gli anziani.

© Osservatore Romano - 22-3 aprile 2014
Patriarch John X of Antioch 2DAMASCO, 22. «La salvezza della Siria sta nella logica della parola e del dialogo, in grado di preservare la sovranità e l’unità del suo territorio. L’ancora della sua salvezza sta in una parola di riconciliazione e di giustizia di fronte alla logica della violenza, dell’estremismo, dell’anatema e del terrorismo». Nel suo messaggio per la Pasqua, non poteva non parlare della situazione siriana Giovanni XYazigi, patriarca grecoortodosso di Antiochia e di tutto l’Oriente, il quale ha auspicato «uno Stato civile che integri tutti in seno alla patria», il diritto di vivere nella sicurezza, il diritto («dovere per la comunità internazionale») di prosciugare le fonti delle armi che «hanno provocato lo spostamento forzato dei nostri bambini dalle città e dai villaggi». Logica della parola e del dialogo che vale anche per il Libano — dice Giovanni X— chiamato a confrontarsi sul piano della cittadinanza e della coesistenza: «Tutta la classe politica è invitata a far prevalere l’interesse del Paese» su calcoli e interessi particolari, in modo che il Libano resti «il centro» di un Oriente stabile e l’Oriente «la garanzia» di un mondo sicuro. Il patriarca greco-ortodosso di Antiochia ha sottolineato come il cristianesimo abbia dato all’umanità molte virtù e un numero importante di concetti: «Ha dato, con la propria teologia, molte idee. Spetta a noi rileggerle con il metro del contesto in cui viviamo. Gli scritti cristiani non hanno trovato di meglio che il concetto di “Pa ro l a ” per tradurre e testimoniare Gesù Cristo, il Maestro di questi scritti. Gesù è “Parola”». Giovanni X ricorda che l’esattezza della Parola è contenuta nell’etimologia del termine in lingua araba: «Parola viene dal verbokalama, che significa “ha ferito”, nel senso che ha lasciato una traccia positiva nella coscienza di coloro che l’ascoltano. Ciascuno di noi — ha concluso — è dunque invitato a non lasciare andare le proprie parole senza impatto ma a far sì che siano una voce di giustizia che s’installi nel cuore e nello spirito dei suoi fratelli». Il giorno di Pasqua Giovanni X ha visitato il villaggio di Maalula (riconquistato dalle forze governative la settimana scorsa) assieme al patriarca di Antiochia dei GrecoMelkiti, Gregorios III Laham.

© Osservatore Romano - 22-3 aprile 2014
Padri-Orientali-antichi
Una tradizione medievale ripresa ai tempi di Giovanni Paolo II è quella di cantare davanti al Santo Padre gli "Stichi e Stichirà" pasquali, tipico canto bizantino che intercala ad alcuni versetti (stichi) del gioioso salmo 67(68) gli "stichirà", antifone poetiche che lodano il giorno di Pasqua e la risurrezione gloriosa di Cristo. La conclusione è costituita dal tropario di Pasqua, che si ripete incessantemente in tutto l'Oriente cristiano durante il tempo pasquale:

Cristo è risorto dai morti, con la sua morte ha calpestato la morte e ai morti nei sepolcri ha donato la vita!
Questo canto è stato ripristinato per segnare in modo particolare gli anni in cui la Pasqua orientale (che segue il calendario Giuliano) coincide nella stessa domenica con la Pasqua dell'occidente cristiano (che segue il calendario Gregoriano).
Ecco l'esecuzione di quest'anno davanti a Papa Francesco, non in greco, ma nella versione slava della liturgia bizantina. Sotto il video propongo la traduzione italiana e il testo cirillico originale:




Sorga Dio e i suoi nemici si disperdano. 

Oggi una Pasqua divina ci è stata rivelata,
una Pasqua nuova, santa, una Pasqua misteriosa,
una Pasqua solennissima.
Pasqua, il Cristo redentore,
Pasqua immacolata, Pasqua grande,
Pasqua dei credenti,
Pasqua che ci apre le porte del paradiso,
Pasqua che santifica tutti i fedeli!

Come si disperde il fumo, tu li disperdi. 

Su, o donne evangeliste,
venite dalla visione e dite a Sion:
ricevi da noi annunci di gioia,
la risurrezione di Cristo!
Rallegrati, giubila, esulta Gerusalemme,
contemplando il tuo re, il Cristo,
che procede dal sepolcro come uno sposo!

Periscano gli empi davanti a Dio, 
i giusti invece si rallegrino. 

Le donne mirofore al primo albore
si recarono al sepolcro del Vivificante
e trovarono un Angelo seduto sulla pietra,
che si rivolse a loro e disse:
Perché cercate il Vivente in mezzo ai morti?
Perché piangete l’Incorruttibile,
come se fosse nella corruzione?
Andate, annunciate ai suoi discepoli.

Questo è il giorno fatto dal Signore, 
rallegriamoci ed esultiamo in esso! 

Pasqua bellissima, Pasqua del Signore, Pasqua!
Una Pasqua santissima è sorta per noi!
Pasqua! Con gioia abbracciamoci gli uni gli altri!
O Pasqua che distruggi la tristezza!
Perché oggi il Cristo, risplendendo dalla tomba come dal talamo, ha riempito le donne di gioia,
dicendo: Portate l’annuncio agli apostoli!

Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo, 
ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen. 

È il giorno della risurrezione! Irradiamo gioia
per questa festa, abbracciamoci gli uni gli altri,
chiamiamo fratelli anche coloro che ci odiano,
perdoniamo tutto per la risurrezione, ed
esclamiamo così:

Tropario: 
Cristo è risorto dai morti, 
con la sua morte ha calpestato la morte 
e ai morti nei sepolcri ha donato la vita!



Così commentava il canto il cerimoniere di Giovanni Paolo II, l'arcivescovo Piero Marini:




Il canto orientale degli «Stichi» e «Stichirà» di Pasqua

A sottolineare questo annunzio corale della Risurrezione del Signore compiuta insieme dalle Chiese di Oriente ed Occidente, la celebrazione papale del mattino di Pasqua di quest'anno riprende anche l'antica consuetudine medievale della Chiesa di Roma di cantare davanti al Papa gli «Stichi» e «Stichirà» di Pasqua della liturgia pasquale bizantina.

Gli «stichi», versetti del salmo 67 (68), intercalati con i tropari o «stichirà», versi teologici e poetici che cantano la risurrezione del Signore e la gioia della Pasqua cristiana, sono cantati nella Veglia pasquale bizantina alla fine delle lodi notturne, prima della celebrazione della divina liturgia e sono ripetuti nella celebrazione del vespro, dopo la proclamazione del vangelo della risurrezione (Gv 20,19-25).

Si tratta di un testo fra i più belli, poetici e lirici della liturgia pasquale. In esso risuona il gioioso annunzio della Risurrezione del Signore. Nell'attuale stesura risalgono al secolo VI-VII, ma in essi si possono cogliere motivi teologici delle omelie dei Padri orientali come Giovanni Crisostomo, Basilio Magno, Gregorio Nazianzeno, ma forse risuonano in essi testi ancora più primitivi come le omelie pasquali del secolo II, di Melitone di Sardi e dell'Anonimo scrittore contemporaneo che ci ha trasmesso una splendida omelia pasquale, attribuita in seguito a Ippolito o a Giovanni Crisostomo.

Gli «stichirà» cantano la gioia della Chiesa per la risurrezione del Signore, mistero centrale della fede e della vita; è un inno di vittoria, un motivo di speranza incrollabile, un invito alla fraternità universale, al perdono dei nemici, a scambiare con tutti l'abbraccio della pace in Cristo che con il suo saluto pasquale porta a tutti la riconciliazione del Padre. Due delle strofe sottolineano il ruolo delle donne nell'annuncio della Risurrezione, secondo il Vangelo. Esse sono chiamate «mirofore» portatrici di profumi ed «evangeliste» annunciatrici della buona novella della risurrezione. Questo inno pasquale si conclude con il tropario di Pasqua che continuamente si ripete nella liturgia pasquale bizantina: «Cristo è Risorto dai morti, ha calpestato la morte con la sua morte, e ai morti nei sepolcri ha donato la vita». Si tratta di un notissimo testo bizantino, ripetuto migliaia di volte durante il tempo pasquale, testo che il Vaticano II ha citato alla fine del n. 22 della Costituzione pastorale Gaudium et spes.

Testo preso da: Il Canto degli "Stichi" e "Stichirà" davanti al Santo Padre http://www.cantualeantonianum.com/2014/04/il-canto-degli-stichi-e-stichira.html#ixzz2zWt6JIOg
http://www.cantualeantonianum.com

stichi-stichiraL’inno bizantino della Resurrezione cantato davanti al Papa, quando le date orientali e occidentali della Pasqua coincidono

MICHELANGELO NASCA
ROMA
Quando l’occidente e l’oriente cristiano celebrano la Pasqua nello stesso giorno, durante la Messa del Giorno di Pasqua presieduta dal Papa, viene eseguito il tradizionale canto orientale degli «Stichi» e «Stichirà» di Pasqua. Si tratta di una particolare ricorrenza legata al diverso computo cronologico del tempo, che ricorre poche volte nell’arco di un millennio.
Pasqua-Resurrezione-icona-russa
Eminenze e Eccellenze Reverendissime, reverendi padri, venerabili monaci e monache, cari fratelli e sorelle,

in questo ineffabile e santo giorno in cui tutto il mondo visibile e invisibile (cf. Canone della Pasqua) loda l’Autore della vita e Vincitore della morte, rivolgo a tutti voi di cuore il gioioso saluto pasquale:

Cristo è Risorto!

Di anno in anno il lieto annuncio della Risurrezione ci porta il suo suono di vittoria e ci spinge a render gloria al Dio e Salvatore che con la sua morte ha schiacciato la morte e ci ha resi partecipi della vita eterna che verrà.

Festeggiando questa festa delle feste e trionfo dei trionfi, con un speciale sentimento spirituale ricordiamo la passione redentrice del Salvatore del mondo, la sua sofferenza in croce e la sua luminosa Resurrezione. La Pasqua non è una bella leggenda, né un assioma teologico, né l’obbligo di adempiere un’antica tradizione. La Pasqua è il nucleo e la sostanza del cristianesimo; è la vittoria che Dio ci ha donato.

Dal tempo degli apostoli e fino a oggi la Chiesa annuncia la Resurrezione di Cristo come il più grande miracolo della storia umana e dice che questo miracolo non è soltanto un fatto, testimoniato dal Vangelo, ma – e ciò è di particolare importanza – è un avvenimento che cambia la vita di quanti accolgono l’annuncio della Pasqua. Questa festa ha a che fare con ognuno di noi, poiché la Resurrezione di Cristo, la Salvezza del mondo compiuta dal Signore, è la più gran gioia che una persona può provare. Per quanto difficile possa essere la nostra esistenza, per quanto le prove della vita ci possano sopraffare, per quanto dobbiamo sopportare offese dalle persone e torti dal mondo che ci circonda, tutto questo è niente in confronto con quella gioia spirituale e quella speranza nella salvezza eterna che ci dona Dio.

Secondo le parole dell’apostolo Paolo, Colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai nostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in noi (cf. Rom 8,11).  

Nel giorno luminoso della Resurrezione di Cristo le anime di milioni di fedeli si riempiono di gratitudine al Creatore e la nostra vita terrena trova il suo vero senso. La Pasqua di Cristo significa il trionfo della vita, trionfo della vittoria sulla morte, trionfo che porta amore, pace, rigenerazione spirituale.

Celebrando la Pasqua, ogni anno apriamo un nuovo periodo della nostra vita, poiché il Signore Risorto rinnova la natura umana, rafforza nelle prove, dà forza per compiere buone opere.

L’annuncio pasquale, che ha cambiato l’intero corso della storia del mondo, ci chiama a trasformare la nostra vita morale e rinnovare il nostro spirito, e ciò è assolutamente necessario per la società contemporanea. Quest’annuncio ricorda a tutti le fonti del cristianesimo, e nello stesso tempo prefigura il Regno eterno che verrà, in cui Dio sarà “tutto in tutti” (1Cor 15, 28).

Nei giorni luminosi della festa di Pasqua siamo chiamati a condividere con familiari e prossimi la nostra gioia, manifestando loro amore concreto e condivisione delle sofferenze. Tale è la nostra tradizione, consacrata dai secoli, seguendo la quale noi testimoniamo la nostra partecipazione all’eredità di Cristo e la nostra fede nel fatto che il Signore è veramente Risorto.

Oggi come sempre la Chiesa Ortodossa Russa compie con zelo la sua missione di salvezza, non smettendo di annunciare la verità di Dio, di affermare il carattere imperituro dei comandamenti evangelici, di esortare tutti alla pace e alla concordia, di promuovere l’unità spirituale dei popoli che vivono nei paesi di giurisdizione spirituale del Patriarcato di Mosca.

Oggi preghiamo particolarmente per i popoli di Russia e Ucraina, affinché la pace trionfi nella mente e nei cuori di quanti sono fratelli e sorelle secondo il sangue e la fede, affinché si ricostituiscano i legami perduti e rinasca la necessaria collaborazione.

Annunciando l’amore di Dio che sorpassa ogni conoscenza (cf. Ef 3, 19), il cristianesimo unisce le persone, oltrepassando le frontiere tra popoli, culture e stati, poiché la luce di Cristo illumina ogni uomo (cf. Gv 1, 9).

Che il Signore Risorto ci conceda di proseguire il nostro pellegrinaggio terreno con vantaggio per la nostra anima, senza mai dimenticare la nostra alta responsabilità cristiana e la nostra vocazione a suscitare in noi e attorno a noi una fede salda, un amore sincero e una speranza che non delude. Che la gioia di questa festa ci rafforzi e ci ispiri a compiere le opere buone, ci dia forza e coraggio per conservare la perseveranza e la sicurezza, pur in mezzo alle onde del mare della vita, per resistere alle prove e alle tentazioni e superare, come disse san Sergio di Radonezh, i detestabili contrasti di questo mondo.

Che la luce della gloria di Cristo, che risplende dal Sepolcro vivificante, resti con noi e illumini i nostri cuori, raggiungendo vicini e lontani, e chiunque necessita della nostra attenzione e del nostro sostegno.

Nel felicitarmi con tutti voi in occasione della solennità della Santa Pasqua, auguro abbondanza di doni spirituali, forza e il sotegno della Grazia dall’alto nella vittoriosa sequela di Cristo. Amen.

+ Kirill,

Patriarca di Mosca e di tutta la Rus’

Pasqua di Cristo, 2014


In altre lingue:

aleppo-1Padre Joseph Bazouzou, parroco armeno cattolico della chiesa della Santissima Trinità di Aleppo, racconta così la sua Pasqua, quella che i cristiani di Siria si apprestano a vivere dopo tre anni di conflitto che ha seminato oltre centomila morti e milioni tra rifugiati e sfollati. Il ruolo decisivo dei giovani nel coltivare la speranza, in attesa della vista del Papa

Daniele Rocchi

“Domenica scorsa ho agitato con tutto me stesso la palma della pace, mentre ero in piazza san Pietro, durante la celebrazione delle Palme con Papa Francesco. Ho pregato per la fine della guerra in Siria. Riporterò questo ramo con me ad Aleppo come una reliquia. Le Palme segnano l’inizio della Settimana Santa, quella della Passione di Cristo, ma gli occhi dei fedeli siriani sono già rivolti alla Resurrezione. Guai se non fosse così. La Via Crucis che stiamo vivendo nel nostro Paese, altrimenti, non avrebbe senso”. Padre Joseph Bazouzou, parroco armeno cattolico della chiesa della Santissima Trinità di Aleppo, racconta così la sua Pasqua, quella che i cristiani di Siria si apprestano a vivere dopo tre anni di conflitto che ha seminato oltre centomila morti e milioni tra rifugiati e sfollati. E le ultime notizie non sono confortanti: un bambino morto, 61 feriti tra bambini, genitori e professori, è il tragico bilancio del razzo caduto il 15 aprile sulla scuola armeno-cattolica di Damasco, nel quartiere storico di Bab Tuma, nella città vecchia, dove sono concentrate molte chiese e scuole cristiane. E si parla di nuovo di attacchi chimici.

Il parroco con voce ferma. “Ci incoraggiano le parole di Gesù, chi vuole seguirmi prenda la sua Croce. Accettiamo le sofferenze che ci arrivano, perché dopo la Croce c'è la salvezza”. E racconta la Via Crucis della sua piccola comunità, ridotta ormai a poche famiglie. “La nostra Chiesa è stata colpita tre volte, sempre durante le messe. La cupola ha retto ogni volta ma i vetri sono andati in frantumi. Sentivamo spari e boati all’esterno ed io chiedevo ai miei fedeli ‘State tutti bene? Non preoccupatevi! Continuiamo a pregare’. Il miracolo è che ora ad ogni celebrazione viene sempre più gente. Se abbiamo paura? Certo che abbiamo paura! Abbiamo paura quando sparano, ma dobbiamo aver fiducia nel Signore e continuare a progettare il futuro. Lo dobbiamo ai nostri fedeli, ai sacerdoti e ai vescovi sequestrati dei quali non sappiamo più nulla. Anche per loro celebreremo la prossima Pasqua, non sappiamo come e quando, ma lo faremo”. Ritrovarsi in parrocchia - e non solo per le liturgie - è un modo per alimentare la speranza della comunità. Le parole di Papa Francesco, “non lasciatevi rubare la speranza!” sono una specie di mantra che i fedeli si ripetono tra loro costantemente. Dice padre Bazouzou: “Ascoltare il Papa che parla di 'mia amata Siria' ci rafforza nella nostra missione in questa Siria che a ben vedere oggi è l'estrema periferia del mondo. L'aiuto più grande che verifichiamo giornalmente come comunità cristiana ci sta arrivando dalla Parola di Dio. Ogni mese organizziamo delle meditazioni con le Scritture sulle persecuzioni, le sofferenze, sul significato del portare la Croce dietro Gesù”.

I primi a rispondere a questo invito sono i giovani.
Erano in 1700, ad Aleppo, per vivere con i loro coetanei riuniti a Rio de Janeiro gli eventi finali della Giornata mondiale della Gioventù. E poi, per l’Anno della Fede, hanno animato in 200 una Via Crucis incentrata sul tema della speranza: “i giovani siriani non sono disperati, nutrono speranza grazie anche alla fede. Hanno fatto la fila per abbracciare la Croce posta all’interno della chiesa. Fuori, infatti, non potevamo stare perché pericoloso per i missili e le bombe. Vicino a tanti i giovani che sono partiti ce sono altrettanti che vogliono restare. Il nostro dovere per la salvezza della Siria è lavorare per la riconciliazione facendo del bene. Nutrire buoni rapporti, aiutarsi a vicenda - rimarca il parroco - è il nostro modo di difenderci dal male. In fondo la tradizione siriana è quella di un mosaico dove per secoli si è vissuti tutti insieme senza divisioni. Questo mosaico va ricomposto per il bene della Siria”.

Un aiuto atteso con speranza.
Chissà che un aiuto non possa venire dalla prossima visita di Papa Francesco in Terra Santa. “Noi come siriani ci consideriamo Terra Santa - spiega convinto padre Bazouzou - sarà una benedizione per tutto il Medio Oriente. Gli ebrei vagarono nel deserto per 40 anni ma poi giunsero alla terra promessa. Non perdere mai la fede è nostro dovere. Il bene non fa rumore, ma fare del bene porta dei risultati”. Già ma intanto in Siria si vede solo morte e distruzione, si scorge bene il Calvario. Viene da chiedersi dove sia la Resurrezione, quel Sepolcro vuoto… “Noi quel sepolcro vuoto lo vediamo nel bene che fiorisce ogni giorno, nei semi di bene che nascono dal male, nei piccoli gesti di vicinanza, di aiuto, di conforto, di vite salvate dalle bombe, nei legami che nascono tra le macerie. Serve lavorare di più sul perdono, sul dialogo, sulla riconciliazione. La pace non viene senza il nostro impegno quotidiano. Accettiamo la nostra situazione non certo la guerra. Combattiamo la guerra con le armi del bene! Questa è Pasqua per noi!”.

© www.agensir.it - 19 aprile 2014


Giovanni Paolo II muro del PiantoROMA, 19. «Il giusto delle nazioni Karol Wojtyła è certamente un uomo destinato da Dio ad assomigliare maggiormente alla sua immagine. Che il ricordo dei giusti sia di benedizione per tutti noi»: in un’intervista all’Adnkronos, il rabbino capo emerito di Roma, Elio Toaff, parla della canonizzazione dell’amico Giovanni Paolo II, che si celebrerà, assieme a quella di Giovanni XXIII, domenica 27 aprile in piazza San Pietro. «Nella Pasqua ebraica del 1987 — ricorda Toaff — Papa Wojtyła mi scriveva perché mi facessi portavoce presso la mia comunità dei suoi voti, volti a proseguire insieme, ebrei e cristiani, nel cammino della libertà e della fede nella speranza, con la gioia che è nei cuori durante la grande solennità pasquale. “Ricordiamoci in ogni momento della nostra vita — sottolineava Papa Giovanni Paolo II — che l’uomo è fatto a immagine di Dio”». Nel Talmud «è scritto che ogni generazione conosce l’avvicendarsi di 36 uomini giusti, dalla cui condotta dipendono i destini dell’uomo. Sono questi i giusti delle nazioni, che portano in sé più degli altri — spiega il rabbino — la shekhinah, la presenza di Dio. Sono i giusti che ci indicano la via del bene, avendo dedicato la loro vita al servizio del prossimo e alla gloria dell’Eterno. Nell’ebraismo, come è noto, non ci sono santi, ma soltanto giusti, e la canonizzazione di un santo è un fatto interno della Chiesa cristiana. Ma noi ebrei in questo momento vogliamo sottolineare che niente si attaglia meglio alla figura di Giovanni Paolo II della qualifica di giusto». Per gli ebrei, ha sottolineato Toaff nell’intervista, le visite simboliche di Papa Wo j t y ła alla Sinagoga di Roma, al campo di sterminio di Auschwitz e al Muro occidentale del Tempio a Gerusalemme «hanno segnato come pietre miliari il percorso che egli con coraggio e fermezza ha inteso compiere come atto di sincero affetto e comprensione nei confronti del popolo di Israele e di riparazione per le sofferenze e i torti inflittigli nel corso della storia e culminati nella tragedia della Shoah». E Giovanni Paolo II, nel suo testamento, non ha potuto «non ricordare il rabbino di Roma e così numerosi rappresentanti delle religioni non cristiane». Alle canonizzazioni del 27 aprile dedica un articolo anche il «Simon Wiesenthal Center» (una delle più grandi organizzazioni internazionali ebraiche per i diritti umani) che si unisce ai cattolici di tutto il mondo nel riconoscere il notevole contributo dato alla storia da Papa Roncalli e da Papa Wojtyła. «Gli ebrei ricorderanno sempre Giovanni XXIIIcome la forza animatrice del concilio Vaticano II, che ha cambiato il modo con cui i cattolici hanno guardato le altre fedi, specialmente l’ebraismo. Il documento Nostra Aetateche ne seguì — osserva il rabbino Yitzchok Adlerstein, direttore degli Affari interreligiosi del Centro Wiesenthal — ha “staccato la spina” su secoli di antisemitismo teologico e posto i rapporti tra cristiani ed ebrei su un piano di reciproco rispetto». Dal canto suo Giovanni Paolo II, commenta il rabbino Abraham Cooper, decano associato del Centro, «è diventato il primo Papa a visitare una casa di culto ebraico, abbracciando il rabbino capo di Roma Elio Toaff e chiamando gli ebrei “fratelli maggiori” dei cristiani». Cooper ricorda poi altri due fatti per i quali Papa Wo j t y ła ha «un posto speciale nel cuore del popolo ebraico»: la sua decisione di stabilire piene relazioni diplomatiche con lo Stato di Israele e, durante la visita a Gerusalemme, il biglietto inserito nel Muro occidentale nel quale riconosceva il sangue ebraico di generazioni versato in nome del cristianesimo, pregando per il perdono. Un gesto che «non sarà mai dimenticato».

© Osservatore Romano - 20 aprile 2014


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