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Pasqua-Resurrezione-icona-russa
Eminenze e Eccellenze Reverendissime, reverendi padri, venerabili monaci e monache, cari fratelli e sorelle,

in questo ineffabile e santo giorno in cui tutto il mondo visibile e invisibile (cf. Canone della Pasqua) loda l’Autore della vita e Vincitore della morte, rivolgo a tutti voi di cuore il gioioso saluto pasquale:

Cristo è Risorto!

Di anno in anno il lieto annuncio della Risurrezione ci porta il suo suono di vittoria e ci spinge a render gloria al Dio e Salvatore che con la sua morte ha schiacciato la morte e ci ha resi partecipi della vita eterna che verrà.

Festeggiando questa festa delle feste e trionfo dei trionfi, con un speciale sentimento spirituale ricordiamo la passione redentrice del Salvatore del mondo, la sua sofferenza in croce e la sua luminosa Resurrezione. La Pasqua non è una bella leggenda, né un assioma teologico, né l’obbligo di adempiere un’antica tradizione. La Pasqua è il nucleo e la sostanza del cristianesimo; è la vittoria che Dio ci ha donato.

Dal tempo degli apostoli e fino a oggi la Chiesa annuncia la Resurrezione di Cristo come il più grande miracolo della storia umana e dice che questo miracolo non è soltanto un fatto, testimoniato dal Vangelo, ma – e ciò è di particolare importanza – è un avvenimento che cambia la vita di quanti accolgono l’annuncio della Pasqua. Questa festa ha a che fare con ognuno di noi, poiché la Resurrezione di Cristo, la Salvezza del mondo compiuta dal Signore, è la più gran gioia che una persona può provare. Per quanto difficile possa essere la nostra esistenza, per quanto le prove della vita ci possano sopraffare, per quanto dobbiamo sopportare offese dalle persone e torti dal mondo che ci circonda, tutto questo è niente in confronto con quella gioia spirituale e quella speranza nella salvezza eterna che ci dona Dio.

Secondo le parole dell’apostolo Paolo, Colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai nostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in noi (cf. Rom 8,11).  

Nel giorno luminoso della Resurrezione di Cristo le anime di milioni di fedeli si riempiono di gratitudine al Creatore e la nostra vita terrena trova il suo vero senso. La Pasqua di Cristo significa il trionfo della vita, trionfo della vittoria sulla morte, trionfo che porta amore, pace, rigenerazione spirituale.

Celebrando la Pasqua, ogni anno apriamo un nuovo periodo della nostra vita, poiché il Signore Risorto rinnova la natura umana, rafforza nelle prove, dà forza per compiere buone opere.

L’annuncio pasquale, che ha cambiato l’intero corso della storia del mondo, ci chiama a trasformare la nostra vita morale e rinnovare il nostro spirito, e ciò è assolutamente necessario per la società contemporanea. Quest’annuncio ricorda a tutti le fonti del cristianesimo, e nello stesso tempo prefigura il Regno eterno che verrà, in cui Dio sarà “tutto in tutti” (1Cor 15, 28).

Nei giorni luminosi della festa di Pasqua siamo chiamati a condividere con familiari e prossimi la nostra gioia, manifestando loro amore concreto e condivisione delle sofferenze. Tale è la nostra tradizione, consacrata dai secoli, seguendo la quale noi testimoniamo la nostra partecipazione all’eredità di Cristo e la nostra fede nel fatto che il Signore è veramente Risorto.

Oggi come sempre la Chiesa Ortodossa Russa compie con zelo la sua missione di salvezza, non smettendo di annunciare la verità di Dio, di affermare il carattere imperituro dei comandamenti evangelici, di esortare tutti alla pace e alla concordia, di promuovere l’unità spirituale dei popoli che vivono nei paesi di giurisdizione spirituale del Patriarcato di Mosca.

Oggi preghiamo particolarmente per i popoli di Russia e Ucraina, affinché la pace trionfi nella mente e nei cuori di quanti sono fratelli e sorelle secondo il sangue e la fede, affinché si ricostituiscano i legami perduti e rinasca la necessaria collaborazione.

Annunciando l’amore di Dio che sorpassa ogni conoscenza (cf. Ef 3, 19), il cristianesimo unisce le persone, oltrepassando le frontiere tra popoli, culture e stati, poiché la luce di Cristo illumina ogni uomo (cf. Gv 1, 9).

Che il Signore Risorto ci conceda di proseguire il nostro pellegrinaggio terreno con vantaggio per la nostra anima, senza mai dimenticare la nostra alta responsabilità cristiana e la nostra vocazione a suscitare in noi e attorno a noi una fede salda, un amore sincero e una speranza che non delude. Che la gioia di questa festa ci rafforzi e ci ispiri a compiere le opere buone, ci dia forza e coraggio per conservare la perseveranza e la sicurezza, pur in mezzo alle onde del mare della vita, per resistere alle prove e alle tentazioni e superare, come disse san Sergio di Radonezh, i detestabili contrasti di questo mondo.

Che la luce della gloria di Cristo, che risplende dal Sepolcro vivificante, resti con noi e illumini i nostri cuori, raggiungendo vicini e lontani, e chiunque necessita della nostra attenzione e del nostro sostegno.

Nel felicitarmi con tutti voi in occasione della solennità della Santa Pasqua, auguro abbondanza di doni spirituali, forza e il sotegno della Grazia dall’alto nella vittoriosa sequela di Cristo. Amen.

+ Kirill,

Patriarca di Mosca e di tutta la Rus’

Pasqua di Cristo, 2014


In altre lingue:

aleppo-1Padre Joseph Bazouzou, parroco armeno cattolico della chiesa della Santissima Trinità di Aleppo, racconta così la sua Pasqua, quella che i cristiani di Siria si apprestano a vivere dopo tre anni di conflitto che ha seminato oltre centomila morti e milioni tra rifugiati e sfollati. Il ruolo decisivo dei giovani nel coltivare la speranza, in attesa della vista del Papa

Daniele Rocchi

“Domenica scorsa ho agitato con tutto me stesso la palma della pace, mentre ero in piazza san Pietro, durante la celebrazione delle Palme con Papa Francesco. Ho pregato per la fine della guerra in Siria. Riporterò questo ramo con me ad Aleppo come una reliquia. Le Palme segnano l’inizio della Settimana Santa, quella della Passione di Cristo, ma gli occhi dei fedeli siriani sono già rivolti alla Resurrezione. Guai se non fosse così. La Via Crucis che stiamo vivendo nel nostro Paese, altrimenti, non avrebbe senso”. Padre Joseph Bazouzou, parroco armeno cattolico della chiesa della Santissima Trinità di Aleppo, racconta così la sua Pasqua, quella che i cristiani di Siria si apprestano a vivere dopo tre anni di conflitto che ha seminato oltre centomila morti e milioni tra rifugiati e sfollati. E le ultime notizie non sono confortanti: un bambino morto, 61 feriti tra bambini, genitori e professori, è il tragico bilancio del razzo caduto il 15 aprile sulla scuola armeno-cattolica di Damasco, nel quartiere storico di Bab Tuma, nella città vecchia, dove sono concentrate molte chiese e scuole cristiane. E si parla di nuovo di attacchi chimici.

Il parroco con voce ferma. “Ci incoraggiano le parole di Gesù, chi vuole seguirmi prenda la sua Croce. Accettiamo le sofferenze che ci arrivano, perché dopo la Croce c'è la salvezza”. E racconta la Via Crucis della sua piccola comunità, ridotta ormai a poche famiglie. “La nostra Chiesa è stata colpita tre volte, sempre durante le messe. La cupola ha retto ogni volta ma i vetri sono andati in frantumi. Sentivamo spari e boati all’esterno ed io chiedevo ai miei fedeli ‘State tutti bene? Non preoccupatevi! Continuiamo a pregare’. Il miracolo è che ora ad ogni celebrazione viene sempre più gente. Se abbiamo paura? Certo che abbiamo paura! Abbiamo paura quando sparano, ma dobbiamo aver fiducia nel Signore e continuare a progettare il futuro. Lo dobbiamo ai nostri fedeli, ai sacerdoti e ai vescovi sequestrati dei quali non sappiamo più nulla. Anche per loro celebreremo la prossima Pasqua, non sappiamo come e quando, ma lo faremo”. Ritrovarsi in parrocchia - e non solo per le liturgie - è un modo per alimentare la speranza della comunità. Le parole di Papa Francesco, “non lasciatevi rubare la speranza!” sono una specie di mantra che i fedeli si ripetono tra loro costantemente. Dice padre Bazouzou: “Ascoltare il Papa che parla di 'mia amata Siria' ci rafforza nella nostra missione in questa Siria che a ben vedere oggi è l'estrema periferia del mondo. L'aiuto più grande che verifichiamo giornalmente come comunità cristiana ci sta arrivando dalla Parola di Dio. Ogni mese organizziamo delle meditazioni con le Scritture sulle persecuzioni, le sofferenze, sul significato del portare la Croce dietro Gesù”.

I primi a rispondere a questo invito sono i giovani.
Erano in 1700, ad Aleppo, per vivere con i loro coetanei riuniti a Rio de Janeiro gli eventi finali della Giornata mondiale della Gioventù. E poi, per l’Anno della Fede, hanno animato in 200 una Via Crucis incentrata sul tema della speranza: “i giovani siriani non sono disperati, nutrono speranza grazie anche alla fede. Hanno fatto la fila per abbracciare la Croce posta all’interno della chiesa. Fuori, infatti, non potevamo stare perché pericoloso per i missili e le bombe. Vicino a tanti i giovani che sono partiti ce sono altrettanti che vogliono restare. Il nostro dovere per la salvezza della Siria è lavorare per la riconciliazione facendo del bene. Nutrire buoni rapporti, aiutarsi a vicenda - rimarca il parroco - è il nostro modo di difenderci dal male. In fondo la tradizione siriana è quella di un mosaico dove per secoli si è vissuti tutti insieme senza divisioni. Questo mosaico va ricomposto per il bene della Siria”.

Un aiuto atteso con speranza.
Chissà che un aiuto non possa venire dalla prossima visita di Papa Francesco in Terra Santa. “Noi come siriani ci consideriamo Terra Santa - spiega convinto padre Bazouzou - sarà una benedizione per tutto il Medio Oriente. Gli ebrei vagarono nel deserto per 40 anni ma poi giunsero alla terra promessa. Non perdere mai la fede è nostro dovere. Il bene non fa rumore, ma fare del bene porta dei risultati”. Già ma intanto in Siria si vede solo morte e distruzione, si scorge bene il Calvario. Viene da chiedersi dove sia la Resurrezione, quel Sepolcro vuoto… “Noi quel sepolcro vuoto lo vediamo nel bene che fiorisce ogni giorno, nei semi di bene che nascono dal male, nei piccoli gesti di vicinanza, di aiuto, di conforto, di vite salvate dalle bombe, nei legami che nascono tra le macerie. Serve lavorare di più sul perdono, sul dialogo, sulla riconciliazione. La pace non viene senza il nostro impegno quotidiano. Accettiamo la nostra situazione non certo la guerra. Combattiamo la guerra con le armi del bene! Questa è Pasqua per noi!”.

© www.agensir.it - 19 aprile 2014


Giovanni Paolo II muro del PiantoROMA, 19. «Il giusto delle nazioni Karol Wojtyła è certamente un uomo destinato da Dio ad assomigliare maggiormente alla sua immagine. Che il ricordo dei giusti sia di benedizione per tutti noi»: in un’intervista all’Adnkronos, il rabbino capo emerito di Roma, Elio Toaff, parla della canonizzazione dell’amico Giovanni Paolo II, che si celebrerà, assieme a quella di Giovanni XXIII, domenica 27 aprile in piazza San Pietro. «Nella Pasqua ebraica del 1987 — ricorda Toaff — Papa Wojtyła mi scriveva perché mi facessi portavoce presso la mia comunità dei suoi voti, volti a proseguire insieme, ebrei e cristiani, nel cammino della libertà e della fede nella speranza, con la gioia che è nei cuori durante la grande solennità pasquale. “Ricordiamoci in ogni momento della nostra vita — sottolineava Papa Giovanni Paolo II — che l’uomo è fatto a immagine di Dio”». Nel Talmud «è scritto che ogni generazione conosce l’avvicendarsi di 36 uomini giusti, dalla cui condotta dipendono i destini dell’uomo. Sono questi i giusti delle nazioni, che portano in sé più degli altri — spiega il rabbino — la shekhinah, la presenza di Dio. Sono i giusti che ci indicano la via del bene, avendo dedicato la loro vita al servizio del prossimo e alla gloria dell’Eterno. Nell’ebraismo, come è noto, non ci sono santi, ma soltanto giusti, e la canonizzazione di un santo è un fatto interno della Chiesa cristiana. Ma noi ebrei in questo momento vogliamo sottolineare che niente si attaglia meglio alla figura di Giovanni Paolo II della qualifica di giusto». Per gli ebrei, ha sottolineato Toaff nell’intervista, le visite simboliche di Papa Wo j t y ła alla Sinagoga di Roma, al campo di sterminio di Auschwitz e al Muro occidentale del Tempio a Gerusalemme «hanno segnato come pietre miliari il percorso che egli con coraggio e fermezza ha inteso compiere come atto di sincero affetto e comprensione nei confronti del popolo di Israele e di riparazione per le sofferenze e i torti inflittigli nel corso della storia e culminati nella tragedia della Shoah». E Giovanni Paolo II, nel suo testamento, non ha potuto «non ricordare il rabbino di Roma e così numerosi rappresentanti delle religioni non cristiane». Alle canonizzazioni del 27 aprile dedica un articolo anche il «Simon Wiesenthal Center» (una delle più grandi organizzazioni internazionali ebraiche per i diritti umani) che si unisce ai cattolici di tutto il mondo nel riconoscere il notevole contributo dato alla storia da Papa Roncalli e da Papa Wojtyła. «Gli ebrei ricorderanno sempre Giovanni XXIIIcome la forza animatrice del concilio Vaticano II, che ha cambiato il modo con cui i cattolici hanno guardato le altre fedi, specialmente l’ebraismo. Il documento Nostra Aetateche ne seguì — osserva il rabbino Yitzchok Adlerstein, direttore degli Affari interreligiosi del Centro Wiesenthal — ha “staccato la spina” su secoli di antisemitismo teologico e posto i rapporti tra cristiani ed ebrei su un piano di reciproco rispetto». Dal canto suo Giovanni Paolo II, commenta il rabbino Abraham Cooper, decano associato del Centro, «è diventato il primo Papa a visitare una casa di culto ebraico, abbracciando il rabbino capo di Roma Elio Toaff e chiamando gli ebrei “fratelli maggiori” dei cristiani». Cooper ricorda poi altri due fatti per i quali Papa Wo j t y ła ha «un posto speciale nel cuore del popolo ebraico»: la sua decisione di stabilire piene relazioni diplomatiche con lo Stato di Israele e, durante la visita a Gerusalemme, il biglietto inserito nel Muro occidentale nel quale riconosceva il sangue ebraico di generazioni versato in nome del cristianesimo, pregando per il perdono. Un gesto che «non sarà mai dimenticato».

© Osservatore Romano - 20 aprile 2014


pantocrator-san-paoloGINEVRA, 18. Celebrando la Pasqua nella stessa giornata le Chiese cristiane di tradizione orientale e occidentale avranno «un’opp ortunità per una testimonianza comune della risurrezione»: è quanto ha sottolineato il reverendo Olav Fykse Tveit, segretario generale del World Council of Churches (Wcc), in un messaggio in occasione della Pasqua.
IRAQ - patriarca lavandadi Joseph Mahmoud
Mar Sako ha visitato un centro della capitale che accoglie persone sole e con gravi handicap fisici. Sua Beatitudine ha compiuto il rito della “lavanda dei piedi” a 12 persone, fra cui due donne musulmane. Ai disabili egli ha ricordato che “la Pasqua è per voi”. Al termine ha offerto un pranzo, come segno di vicinanza e condivisione.

Baghdad (AsiaNews) - Il Patriarca caldeo Louis Raphael Sako I ha celebrato il Giovedì Santo presso la "Casa Beit 'Ania" a Baghdad, un centro gestito da alcune ragazze che ospita persone con gravi disabilità, abbandonate, senza famiglia e portatori di handicap. Sua Beatitudine ha visitato la struttura insieme al vescovo ausiliare mons. Shlemon Warduni e altri otto sacerdoti, celebrando i riti della Coena Domini con loro. Mar Sako ha compiuto il tradizionale rito della "lavanda dei piedi" (nella foto) a 12 persone, fra le quali vi erano due donne musulmane e una Mandaita. 

La "Casa Beit 'Ania" è un centro nato nel 2000 su iniziative di due ragazze cristiane, Alhan e Anwar, che hanno percorso a lungo le strade della capitale alla ricerca di persone senza famiglia, sole e abbandonate. Grazie alla generosità dei fedeli, le due giovani hanno potuto rilevare una casa e dar vita a una struttura che si occupa di queste persone più sfortunate. Oggi è considerata un vera e propria "oasi di pace e di convivenza", in grado di ospitare oltre 50 persone, uomini e donne, cristiani, musulmani e di altre fedi religiose. 

Nell'omelia Sua Beatitudine ha ricordato che "oggi stiamo celebrando una vera Pasqua. Alhan e Anwar, come due discepoli di Gesù, hanno preparato ogni dettaglio [per la funzione]". Mar Sako si è rivolto agli ospiti del centro sottolineando che "voi avete bisogno del Signore. Nonostante la vostra condizione fisica o sociale, voi siete vicini a Dio. E la Pasqua è per voi". 

Riferendosi alla disabilità, il Patriarca caldeo ha quindi aggiunto che "siete capaci di trovare nel vostro handicap una grande forza per vivere, con pace e gioia. Con la forza della Pasqua voi siete trasformati". Egli ha quindi specificato che "siamo tutti cristiani e musulmani, siamo fratelli" e "la nostra religione deve essere una ottima occasione per vivere in pace e gioia". La nostra preghiera di oggi, ha concluso Mar Sako rivolgendosi ai presenti, "è un segno della gratitudine e dell'affetto: ecco la vera Pasqua". 

Al termine della cerimonia il Patriarca caldeo ha voluto offrire loro un pranzo, quale segno di vicinanza, amicizia e condivisione.

© www.asianews.it - 18 aprile 2014



Letture Natale Kiev 1  Letture Natale Kiev 2
Il 10 aprile 2014, nella Sala di san Sergio della Cattedrale di Cristo Salvatore di Mosca, si è svolta la prima riunione del Comitato Organizzativo delle XXIII Letture Internazionali di Natale, dedicate alla figura del granprincipe di Kiev Vladimir, battista della Rus’. La riunione è stata presieduta dal capo del Dipartimento per l’Educazione Religiosa e la Catechesi della Chiesa ortodossa russa, il metropolita Merkurij di Rostov e Novocherkassk. Alla riunione hanno partecipato: il metropolita Hilarion, presidente del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del Patriarcato di Mosca e presidente del Comitato Organizzativo della Chiesa ortodossa russa per la celebrazione del 1000 ° anniversario della morte di San Vladimir; il metropolita Kirill di Stavropol e Nevinnomyssky, presidente del Comitato sinodale per la cooperazione con i cosacchi; il metropolita Arsenij di Istra, primo Vicario del Patriarca di Mosca e di Tutta la Russia per la città di Mosca; il vescovo Tikhon di Podolsk, presidente della commissione per la gestione economica del Patriarcato di Mosca; il Vescovo Panteleimon Orecho-Zuevo, presidente del Dipartimento sinodale della Chiesa per le opere di carità e il servizio sociale; l’archimandrita Tikhon (Shevkunov), segretario esecutivo del Consiglio Patriarcale per la Cultura; l’archimandrita Sava (Tutunov), vicecancelliere del Patriarcato di Mosca; l’arciprete Sergij Privalov presidente ad interim del Dipartimento sinodale per i rapporti con le Forze Armate e le forze dell’ordine, l’arciprete Dimitry Smirnov, presidente della Commissione patriarcale sulla famiglia e la difesa della maternità e dell’infanzia; lo ieromonaco Onisim (Bamblevsky), presidente del Dipartimento per l’educazione religiosa e la catechesi della diocesi della città di Mosca; il sacerdote Roman Bogdasarov, Vice Presidente ad interim del Dipartimento sinodale per la Chiesa e Società; il diacono Aleksandr Volkov, capo del servizio stampa del Patriarca di Mosca e di tutta la Russia; l’arciprete Sergij Zvonarev, segretario del Decr per l’estero; lo ieromonaco Makarij (Komogorov), assistente del presidente del Consiglio editoriale della Chiesa ortodossa russa; l’igumeno Mitrofan (Shkurin), segretario esecutivo del Comitato Organizzatore delle Letture; il primo vice presidente del Consiglio della Federazione di AP Torshin; il capo del Dipartimento per la Cooperazione Internazionale del Ministero della Cultura della Federazione Russa SG Obryvalin; il segretario esecutivo del gruppo parlamentare interpartitico della Duma di Stato per la difesa dei valori cristiani OV Efimov; il presidente dell’Accademia Russa dell’Istruzione LA Verbitskaya; il Capo del Reparto Informazione e analitica del Dipartimento sinodale per l’Informazione VV Kipshidze.

Ai partecipanti alla riunione ha rivolto alcune osservazioni introduttive il metropolita Mercurij di Rostov e Novocherkassk. Aprendo la riunione, egli ha dato al pubblico la benedizione del Patriarca di Mosca e tutte le Russie Kirill, Presidente delle Letture natalizie internazionali. Nel suo discorso, il metropolita Merkurij ha affrontato varie questioni di preparazione del forum educativo, parlando delle sue due fasi, internazionale e regionale. In particolare, egli ha sottolineato l’importanza dell’interazione delle strutture sinodali centrali con i vescovi diocesani della Chiesa ortodossa russa nel lavoro di organizzazione della fase regionale delle Letture di Natale.

Ha poi parlato il presidente del Dipartimento per le relazioni esterne metropolita Hilarion. Nella sua qualità di presidente del Comitato Organizzativo della Chiesa ortodossa russa per la celebrazione del 1000 ° anniversario della morte di San Vladimir, ha fatto diverse proposte relative all’organizzazione di progetti editoriali, educativi e informativi nel quadro delle Letture, per promuovere il patrimonio storico, spirituale e culturale del Battista della Rus’. Il metropolita ha espresso la speranza che le Letture di Natale del 2015 significheranno un autentico evento, non solo in Russia, ma anche per gli altri paesi della Rus’ storica, e per i connazionali che vivono all’estero e che costituiscono un unico spazio culturale che conserva l’eredità spirituale di San Vladimir.

Nel corso della riunione sono stati discussi vari altri temi legati alla preparazione e allo svolgimento delle XXIII Letture di Natale.

©  mospat.ru  -  11 aprile 2014
DECR delegazione dal Papa 1DECR Delegazione dal Papa 2

Dal 30 Marzo al 4 Aprile  2014, una delegazione del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del Patriarcato di Mosca (Decr), con la benedizione del Presidente, metropolita Hilarion, ha effettuato un viaggio di lavoro in Vaticano. La delegazione era formata dal nuovo responsabile del segretariato per le relazioni inter-cristiane ieromonaco Stefan (Igumnov) e dal funzionario dello stesso segretariato, sacerdote Aleksij Dikarev. Il 2 aprile la delegazione ha partecipato all’udienza generale di Papa Francesco in Piazza San Pietro, al termine della quale gli ospiti dalla Russia hanno potuto intrattenersi col Pontefice. Lo ieromonaco Stefan ha trasmesso al Papa i saluti a nome della Chiesa ortodossa russa, in risposta Papa Francesco ha chiesto di esprimere i suoi cordiali saluti e migliori auguri a Sua Santità il Patriarca di Mosca e tutta la Rus’ Kirill e al metropolita Hilarion. Durante l’incontro da entrambe le parti è stata sottolineata l’importanza di mantenere e sviluppare le relazioni bilaterali tra il Patriarcato di Mosca e la Santa Sede.

Nel corso della visita, la delegazione della Chiesa Russa ha incontrato il Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, Cardinal Kurt Koch, e alcuni membri del Consiglio, il Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, Arcivescovo Vincenzo Paglia e il vescovo-delegato del Pontificio Consiglio della Cultura, monsignor Carlos Azevedo. In tali incontri sono state affrontate questioni di cooperazione pratica tra la Chiesa ortodossa russa e la Chiesa cattolica romana, in particolare nelle sfere culturale e sociale. La delegazione è stata accompagnata dal padre domenicano Hyacinthe Destivelle, dipendente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani.

I visitatori dalla Russia hanno fatto conoscenza con la pratica del servizio sociale svolto dalla comunità cattolica di Sant’Egidio e si sono incontrati con il segretario generale professor Adriano Roccucci.

Lo ieromonaco Stefan (Igumnov) e il sacerdote Aleksij Dikarev hanno inoltre visitato la parrocchia russa di Roma dedicata a Santa Caterina megalomartire, dove il 2 aprile hanno partecipato al servizio del Mattutino con la lettura del Grande Canone di Sant’Andrea di Creta. La celebrazione è stata presieduta dal Segretario per le parrocchie del Patriarcato di Mosca in Italia, archimandrita Antonij (Sevryuk).

©  mospat.ru   4.4.2014

preghiera-2di NICOLA GORI

È la pace la prima emergenza per l’Oriente e per il mondo. Nonostante il pesante tributo pagato dai cristiani, anche in questi anni più recenti come testimonia la Siria, «la vocazione di quella Terra — dice il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, in questa intervista al nostro giornale — è di essere il fulcro dell’incontro e della pace, tra Dio e l’umanità, e tra di noi al di là di ogni differenza e di ogni smentita della storia». Una caratteristica che Papa Francesco farà risaltare durante la sua prossima visita, assicura il porporato, che spiega il significato della colletta per la Terra santa che si raccoglie il venerdì santo.

Qual è il significato di questa tradizionale iniziativa?
La colletta per i luoghi santi è una tra le più significative espressioni della sollecitudine del Papa a favore della Chiesa a Gerusalemme e in tutta la Terra santa. È il senso della condivisione tra le Chiese dei beni spirituali e materiali. Quando però si parla di Terra santa si pensa piuttosto a uno scambio: ci scambiamo la preghiera vicendevole e il patrimonio della memoria a sostegno della comune missione. Da essa riceviamo l’eco del primo annuncio evangelico. Sono i nostri fratelli e le nostre sorelle nella fede a custodirlo, uniti ai loro pastori. Non a caso il Papa, ricevendo la nostra Congregazione nella plenaria di novembre, ha detto che ogni cattolico ha un debito di riconoscenza verso le Chiese che vivono in quella regione. Abbiamo un debito da onorare perché in esse ritroviamo i nostri inizi.

Perché proprio il venerdì santo?
Perché è il giorno del silenzio di Gesù. È il giorno che fa memoria della totalità del dono. Il giorno in cui si proclama che “tutto è compiuto”. E se tutto è compiuto, può parlare solo l’amore nella sua pienezza. Mai come quest’anno mi sono sembrati carichi di amore gli attimi di silenzio che in piazza San Pietro nella domenica delle Palme hanno confermato il momento della morte nella proclamazione della passione di Gesù. Ho pensato in quell’attimo a padre Frans van der Lugt, il gesuita olandese assassinato pochi giorni fa a Homs in Siria. E alle innumerevoli e, purtroppo dimenticate, vittime innocenti che in quella terra santa continuano a irrorare col sangue l’annuncio della pace che viene da Dio. Pensavo alla gioia delle religiose ortodosse della cittadina siriana di Maalula da poco liberate. Ma avvertivo angoscia nel cuore per il vescovo siro-ortodosso Youhanna Ibrahim, che conosco personalmente, e il metropolita greco-ortodosso Boulos Yazigi, rapiti mentre tentavano di liberare due sacerdoti, Maher Mahfouz, greco-ortodosso, e Michel Kayyal, di 27 anni, armeno-cattolico e già nostro studente nel Pontificio collegio armeno. Sempre preghiamo per loro e per padre Paolo D all’Oglio, il gesuita romano di cui nulla si sa da tempo. Non vogliamo rassegnarci a ritenerli perduti!

A proposito della Siria, non c’è il rischio di assefuarsi progressivamente al dramma che quel Paese sta vivendo da oltre tre anni?
Certo, la situazione della Siria è quella che desta maggiori preoccupazioni. Tuttavia non si devono dimenticare i cattolici di Gerusalemme, Palestina e Israele, come di altre aree mediorientali, quali l’Egitto e l’Iraq. C’è l’Ucraina dove gli orientali cattolici sono messi a dura prova. È innegabile però che a tenere alta la tensione è la Siria. Pur nella confusione dei dati e ancor più delle responsabilità, le notizie recenti di un altro ricorso alle armi letali, come il dilagare delle violenze che colpiscono le fasce più deboli della società, i pesanti attacchi ai villaggi cristiani, con la profanazione di chiese e gli impedimenti così gravi alla pratica del culto e alla vita ecclesiale, specie nella dimensione sociale, educativa e assistenziale, impongono di tenere vive le coscienze. Nulla deve rimanere intentato perché i diritti umani, compresa la libertà religiosa, siano salvaguardati. Purtroppo, essi sono diffusamente calpestati e, perciò, vanno al più presto ripristinati.

Cosa si fa concretamente per le popolazioni martoriate dalla guerra e dalla violenza?
Le iniziative a favore della Siria sono veramente numerose e provengono da tutta la Chiesa, come pure dal mondo laico. Catene di volontari cercano di fare molto in una situazione spesso impossibile da gestire e che impedisce persino i soccorsi primari. La Congregazione per le Chiese orientali si è posta in stretta collaborazione con la nunziatura apostolica a Damasco per assicurare in occasione di questa Pasqua la vicinanza dei cattolici del mondo intero. Si aiutano personalmente i vescovi e i sacerdoti, i religiosi e le religiose: sono proprio loro, del resto, ad aprire giorno per giorno prima di tutto il cuore, e poi le porte delle Chiese e delle strutture pastorali — molte delle quali fortemente compromesse ormai dai bombardamenti ricorrenti — a tutti i bisognosi senza distinzione. Si darà la possibile assistenza alle scuole e a tutto ciò che può alleviare la insostenibile condizione dell’infanzia e della gioventù. La Siria non è dimenticata. L’oblio di questo dramma non può essere accettato.

In che modo sono coinvolte anche le comunità di altri Paesi?
Nella lettera che ho inviato a tutti i vescovi cattolici a sostegno della colletta e per ringraziarli della loro sensibilità, ho richiamato il problema della Siria, che si estende nell’intera area generando un flusso ininterrotto di profughi. In Giordania, per esempio, nel campo profughi di Zaatari, la Custodia di Terra santa calcola novantamila profughi siriani. Il Libano sta affrontando un grande sforzo di accoglienza.

Qual è al riguardo il ruolo del dicastero?
Siamo in costante contatto con il nunzio apostolico Zenari, che ringrazio di cuore insieme agli altri nunzi del Medio Oriente. Per il loro tramite giungerà la carità della Chiesa universale a tanti fratelli e sorelle in occasione della Pasqua. Coordiniamo poi l’attività delle agenzie che formano la Riunione delle Opere di aiuto alle Chiese Orientali (Roaco), espressione di importanti Chiese del nord America e dell’Europa, perché siano effettivamente mirate. La nostra presenza favorisce in seno a queste organizzazioni la conoscenza delle Chiese e delle reali necessità.

Tra poco Papa Francesco si recherà in Terra santa. Che impatto può avere sulla vita di quelle comunità?
La vocazione di quella Terra è di essere il fulcro dell’incontro e della pace, tra Dio e l’umanità, e tra di noi al di là di ogni differenza e di ogni smentita della storia. Proprio con questo augurio si dispongono alla visita che il Papa vi compirà nel mese di maggio e che avrò l’onore di condividere. Sarà un pellegrinaggio “ecumenico” nel cinquantesimo anniversario dell’abbraccio che si sono scambiati Paolo VI e Atenagora: quello tra Roma e Costantinopoli a Gerusalemme. La portata dell’evento fu singolare per le sorti della pace mondiale. E lo potrà essere il nuovo incontro tra Francesco e Bartolomeo. Per questo lo affidiamo, come ci ha chiesto il Santo Padre stesso, a Giovanni XXIII e a Giovanni Paolo II, ormai vicinissimi alla canonizzazione, affinché «instancabili operatori di pace sulla terra, siano nostri intercessori in cielo». È la pace, tuttora, la prima emergenza per l’Oriente e per il mondo.

© Osservatore Romano - 18 aprile 2014


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