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La Dormizione della Vergine by Pierangelo Melgara

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La Dormizione della Vergine




Nella tua maternità hai conservato la verginità;
nella tua dormizione non hai abbandonato il mondo,
o Madre di Dio.
Sei passata alla vita, tu che sei la Madre della Vita,
e con la tua intercessione liberi le nostre anime dalla morte”.
 
(Tropario della Dormizione, di Cosma, fratello di Giovanni Damasceno - sec. VIII)

 
Le feste e le memorie liturgiche della Madre di Dio [1], o Theomitoriche (gr. Μήτηρ Θεο, Mèter Theoù, Madre di Dio), percorrono l’intero anno liturgico bizantino, il quale si apre il 1° settembre nella luce della Natività di Maria (8 settembre) e si chiude il 31 agosto nello splendore della Dormizione-Assunzione [2] - greco Κοίμησις, Koímesis e slavo Успенйе, Uspenie, “ultimo sonno” -, la «festa delle feste» della Madre di Dio-Theotokos [3], celebrata il 15 agosto con prolungamento festivo fino alla fine del mese, anticipazione della glorificazione di tutto l’universo che avverrà alla fine dei tempi, quando Dio sarà “tutto in tutti”, “tutto in ogni cosa”, pegno di speranza per i credenti.


A proposito della Dormizione, scrive Leonid Uspenskij [4]: “L’Oriente ortodosso ha saputo rispettare il carattere misterioso di questo avvenimento che, contrariamente alla Resurrezione di Cristo, non è stato oggetto di predicazione apostolica. In effetti si tratta di un mistero che non è destinato alle orecchie corporali, ma si rivela alla coscienza interiore della Chiesa. Per coloro che sono saldi nella fede della resurrezione e ascensione del Signore è evidente che, se il Figlio di Dio ha assunto la sua natura umana nel seno della Vergine, colei che ha reso possibile l’incarnazione, deve a sua volta essere assunta nella gloria di suo Figlio resuscitato e asceso al cielo [5]. «Alzati, Signore, verso il luogo del tuo riposo, tu e l’arca della tua potenza» (Sal 131, 8; ritorna a più riprese nell’Ufficio della Dormizione). «La tomba e la morte» non hanno potuto trattenere «la Madre della Vita», perché suo Figlio l’ha trasferita (μετέστεσεν, metéstesen) nella vita del secolo futuro” (kondakion, tono 2).

La glorificazione della Madre è una conseguenza diretta dell’umiliazione volontaria del Figlio: il Figlio di Dio si incarna nella Vergine Maria e si fa «Figlio dell’uomo», capace di morire, mentre Maria, diventando Madre di Dio, riceve la «gloria che si conviene a Dio» (θεοπρεπής δόξα, theoprepés doxa - Vespri, stichirà del tono I), e partecipa, prima fra gli esseri umani, alla deificazione finale della creatura. «Dio si è fatto uomo, perché l’uomo sia deificato» (s. Ireneo, II sec.). La portata dell’incarnazione del Verbo appare così alla fine della vita terrena di Maria. «La sapienza è giustificata dai suoi figli» (Mt 11, 20): la gloria del secolo a venire, il fine ultimo dell’uomo è già realizzato, non soltanto in un’ipostasi divina incarnata (Gesù), ma anche in una persona umana deificata (Maria). Questo passaggio dalla morte alla vita, dal tempo all’eternità, dalla condizione terrena alla beatitudine celeste, colloca la Madre di Dio al di là della Resurrezione finale e del Giudizio universale, al di là della Parusìa (gr. Παρουσία, indica la seconda venuta di Gesù) che metterà fine alla storia del mondo”.

Nella tradizione bizantina questa festa, considerata e celebrata come la “Pasqua della Madre di Dio”, dal 1° agosto è preceduta e preparata dalla Piccola Quaresima della Vergine (in analogia con la Grande Quaresima che prepara alla Pasqua di Cristo), quattordici giorni di preghiera e di digiuno, da un giorno di pre-festa (proeortía, gr. προ-ορτή, proeorté, prima della festa), e seguita da altri otto di gioiosa celebrazione post-festa (meteortía, gr. μεθ’ορτή, meth’eorté, dopo la festa), fino al 23 del mese. Tra questi due poli si svolge l'itinerario liturgico della storia della salvezza ripercorrendo la vita di nostro Signore Gesù Cristo dalla sua nascita, vita terrena, passione, morte e resurrezione: “Liturgicamente tutto il tempo della Chiesa ortodossa e il dramma della Redenzione si svolgono nell'ambito mariano creato dalle feste, dalle preghiere e dalle immagini. La preghiera e l'immagine sono i due modi umani per creare il mondo dove Dio manifesta la Sua presenza all'uomo, il tempio dell'incontro in cui il mistero dell'Incarnazione continua a vivere nella moltitudine delle sue dimore umane” [6].

Il primo a porre la questione della fine terrena di Maria è Epifanio di Salamina in una lettera ai cristiani d’Arabia inserita nel suo Panarion [7]. Egli avanza varie ipotesi, ma, come i Vangeli che tacciono al riguardo, preferisce rimanere in silenzio e ammirare il prodigio: “La Scrittura ha serbato in proposito il silenzio più completo a causa della grandezza del prodigio; per non suscitare uno stupore eccessivo nell’animo degli uomini. Personalmente non oso parlarne; preferisco impormi un atteggiamento di riflessione e di silenzio.... E, poiché dalla Chiesa universale non è mai stato riconosciuto alcun culto delle reliquie del corpo di Maria [8] in analogia a quello dei santi, la Chiesa ortodossa e bizantina lo ritiene un argomento a favore della dottrina della risurrezione corporale della santissima Madre di Dio [9].

“La preistoria della festa non è ancora del tutto chiara e i primi attestati non risalgono a prima del VI secolo. In un inno di Giacomo di Sarug (523) si lascia intendere che la morte di Maria era già celebrata in alcune Chiese della Siria e nella vita di S. Teodoro di Gerusalemme (529) si parla di una festa della Vergine al 15 agosto con grande concorso di popolo [10]. Antonio di Piacenza [11] racconta che nel 570 si celebrava a Gerusalemme una festa nella Chiesa costruita nel Getsemani sul luogo da dove, si credeva, la Vergine fosse passata alla gloria celeste” [12].

La prima omelia assunzionista è attribuita a Teotecno vescovo di Livia († sec. VI-VII) in Palestina: in essa s’invita a celebrare "la festa delle feste, l’assunzione della Semprevergine" e si afferma esplicitamente che come Enoch "fu assunto da questo mondo, perché piacque a Dio e non vide la morte; a maggior ragione Dio assunse Maria in corpo e anima al paradiso di delizie". Non usa il termine ‘dormizione’, ma l’omelia è ricca di motivazioni teologiche e di intuizioni come la presenza protettrice di Maria: Quand’era nel mondo, vegliava su tutti, era come una provvidenza universale per tutti i suoi sudditi. Assunta in cielo, costituisce per il genere umano una fortezza inespugnabile, intercedendo per noi presso suo Figlio e Dio[13].

L’affermarsi di questa dottrina nella liturgia bizantina è rappresentato da una parte dell'innografia della Dormizione della santissima Theotókos. “Si tratta della parte in cui ha trovato eco la domanda del vescovo palestinese Teotecno, che si chiedeva se il corpo teoforo di colei che è la Madre della Vita poteva conoscere o no la corruzione della morte. Così una parte dell’innografia della Dormizione afferma che l’anima di Maria, dopo la morte, è stata accolta nella gloria celeste e che, anche dopo aver lasciato la terra, la Madre di Dio non ha abbandonato la Chiesa terrena e continua a intercedere per i fedeli del Figlio suo” [14].

Nell’introduzione all’omelia p. Gharib annota che Teotecno “con vera sapienza pone i fondamenti dell’Assunzione su solide basi dogmatiche: innanzitutto, la divina maternità, per la quale Maria divenne la dimora di Dio, arca incorruttibile della sua presenza; la sua dignità unica con la quale trascende tutte le creature, anche i più grandi patriarchi e profeti, quali Enoch ed Elia, che pure salirono al cielo; la sua vita verginale per la quale piacque a Dio; la sua eccelsa santità, che la colloca al vertice del creato; e anche (argomento importante per l’omiletica posteriore) la sua partecipazione singolare al mistero salvifico di Cristo: mistero di dolore sul Calvario, mistero di gloria in cielo. Maria vi sale incorrotta: viene assunta in anima e corpo. Ma ciò che compiva per noi quaggiù, pregando, non si interrompe lassù: anzi, entra in cielo proprio come ambasciatrice di tutti e interceditrice di grazia per tutto il genere umano. La posteriore tradizione greca userà questi stessi argomenti per documentare la Dormizione della Madre di Dio e la sua vigile intercessione in cielo presso il suo Figlio” [15]. Ecco alcuni passi che costituiscono la prima lettura della parte propria del 9° giorno nella celebrazione della Piccola Quaresima in preparazione alla Pasqua della Madre di Dio [16].

 

“Il corpo immacolato della Santissima e la sua anima amata da Dio e pura furono assunti al cielo tutt’e due insieme, scortati dagli angeli. La Santa infatti piacque a Dio Padre; la Vergine piacque al Verbo eterno, generato dal Padre prima dei secoli; piacque allo Spirito Santo che dà la vita e illumina l’universo e ci rende cittadini del cielo.

In verità, benché il corpo della Santa che aveva portato Dio abbia gustato la morte, tuttavia rimase incorrotto: fu infatti preservato dalla corruzione, fu custodito intatto e venne assunto in cielo dai santi arcangeli e dalle potenze celesti insieme con l’anima pura e immacolata. Ora ella dimora più in alto di Enoch e di Elia, più su dei profeti e di tutti gli apostoli, più in alto dei cieli, inferiore soltanto a Dio. È lassù ch’ella è salita, mentre gli angeli cantano e gli uomini glorificano la Madre del Re celeste, colei che ha glorificato il genere umano: la Madre di Dio!

Formiamo cori con gli angeli e celebriamo questa festa delle Feste, l’Assunzione della Semprevergine. Ella risplendette sulla terra e divenne il tesoro e l’ammaestramento delle vergini. È partita per il cielo come ambasciatrice di tutti. E poiché ha crédito sicuro presso Dio, ci procura i doni spirituali: ella ci fa grazia della parola e c’insegna la sapienza, perché è la madre della Sapienza...

Quando abitava su questa terra, conversando con gli uomini, ha assicurato la pace al mondo. Questa pace è Cristo stesso... Ma il profeta ha chiamato pace anche la Madre di Dio, quando disse: «Giustizia e pace si baceranno. La verità germoglierà dalla terra» (Sal 84, 11). La pace è Maria; la giustizia è Cristo e la fedeltà è Cristo. La terra è la Madre di Dio. Da questa terra è germinato il Signore Gesù Cristo nostro Dio, che disse: «Io sono la via e la verità» (Gv 14, 6).

La nostra terra, la Madre di Dio e Semprevergine, è fiorita. Quand’era nel mondo, vegliava su tutti, era come una provvidenza universale per tutti i suoi sudditi. Assunta in cielo, costituisce per il genere umano una fortezza inespugnabile, intercedendo per noi presso suo Figlio e Dio”.

 

Intorno all’anno 600, l'imperatore bizantino Maurizio emise un decreto col quale prescriveva la celebrazione di questa festa il 15 agosto nelle chiese di tutto l’impero. Circa la denominazione della festa si parlava di Dormizione, Passaggio, Traslazione, Assunzione. A Roma la festa fu introdotta da Teodoro I (642-649), papa proveniente dal clero di Gerusalemme, mentre nell’VIII sec. papa Sergio I mutò il nome della festa in Assunzione. Infatti, sorta come commemorazione del Dies natalis della Theotokos, nel tempo l’accento si rivolse alla gloriosa assunzione in anima e corpo [17] e alla sua incessante mediazione celeste a favore di tutti gli uomini, come in maniera sublime si esprimono nell'VIII secolo in alcune omelie soprattutto i tre maggiori esponenti greci dell’ultimo periodo patristico, Germano di Costantinopoli [18] († 733), Andrea di Creta [19] († c. 740) e Giovanni Damasceno († c. 750) [20]: Le loro testimonianze sono state utilizzate nella Bolla Ineffabilis Deus di Pio IX per la definizione dell’Immacolata Concezione, nella Costituzione Munificentissimus Deus di Pio XII per l’Assunzione, nel capitolo VIII della Lumen Gentium del Concilio Vaticano II, e in molti documenti del magistero pontificio. Essi sono gli ultimi Padri considerati tali anche dai latini, ed esercitarono un duraturo influsso su ambedue le tradizioni. Alla loro dottrina attinsero abbondantemente i maggiori esponenti della rinascita medievale bizantina; a loro si appoggiano anche i teologi ortodossi di oggi” [21].

Prima di loro ad offrire una “relazione veridica, scritta, ..., sulla base delle testimonianze oculari dell’avvenimento” [22] era stato Giovanni di Tessalonica († c. 630), successore di Eusebio su quella cattedra arcivescovile, il quale esercitò un grande influsso sulla successiva tradizione assunzionista. Egli si assunse l’onere di ristabilire i fatti secondo la relazione primitiva. Il testo originario dell’Omelia sulla Dormizione è stato ricostruito da Martin Jugie, risalendo ai manoscritti più antichi [23] e si conclude con queste stupende parole:

 

Lo stesso Signore nostro Gesù Cristo, che ha glorificato l’immacolata madre sua Maria, Madre di Dio, glorificherà quelli che la glorificano; strapperà da ogni pericolo coloro che ogni anno devotamente ne celebrano la memoria e riempirà di beni le loro case... Essi riceveranno la remissione dei peccati sia in questo mondo che nell’altro. Egli ha mostrato sua Madre come trono cherubico sulla terra; essa è cielo della terra, speranza, rifugio e fiducia del nostro genere umano. Celebrando misticamente la festa della sua Dormizione, possiamo trovare misericordia e grazia in questo mondo come nell’altro, con la protezione e la benevolenza del Signore nostro Gesù Cristo, al quale sia la gloria e il potere insieme al Padre che è senza principio, al santissimo e vivificante Spirito, ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen.” [24].

 

Nello stendere la sua omelia Giovanni, pur tacendo la glorificazione di Maria, usa fonti dove già se ne parla. In questo scritto egli ci offre soprattutto diverse informazioni sulla festa della Dormizione in Oriente e sulla credenza che molti miracoli avessero accompagnato la morte di Maria. Inoltre, ai titoli di Maria, quale Theotokos e Sempre Vergine (gr. ειπαρθένος, Aeiparthenos), aggiunge anche quelli di santa, immacolata, dimora di Cristo, Signora dell’universo e del mondo, Vergine di Dio, gloriosissima Vergine. Spesso la chiama Madre, ma anche Sorella degli uomini, verso i quali è benefattrice, speranza e fonte di fiducia.

 

 

Modesto vescovo di Gerusalemme († 634)

 

 

Nella sua bellissima Omelia sulla Dormizione della Madre di Dio - da molti ritenuta a ragione a lui posteriore [25] - incorpora gli elementi apocrifi in una vera panoramica biblico-liturgica di grande forza teologica e di alto afflato spirituale” [26]. Egli si domanda per quali motivi i Padri dei primissimi tempi e anche quelli successivi non abbiano parlato della Dormizione di Maria nonostante il dono che avevano di saper penetrare i significati profondi delle sacre Scritture. Eccone alcuni passi:

 

Ineffabile è la santissima conoscenza delle sacre festività della Madre di Cristo Dio: un mistero gloriosissimo e incomprensibile agli uomini e a tutte le potestà celesti! Anche un discorso multiforme e sapiente esita perplesso nel tessere in modo degno il panegirico di un miracolo che supera l’intera conoscenza delle creature dotate di intelletto e di ragione. Infatti, per volere di Dio è stata santificata colei che propriamente e veramente è Madre di Dio, colei che è più santa e più gloriosa dei cherubini e dei serafini...

Ma io non so come sia potuto accadere che i primi Padri non ci abbiano lasciato alcun discorso attorno alla Dormizione, come neppure quelli che hanno seguito questi primi...

O fratelli amanti di Cristo, colei che ha generato la vita di tutti, oggi è andata presso quella vita generata prima dei secoli dal Padre; vita che è Dio, Dio Verbo; vita che lei aveva generato nella carne e nutrito con il latte delle sue mammelle; vita che dal nulla aveva creato ogni cosa e che tutto vivifica; vita che [la Vergine] aveva ricevuto in eredità e della quale godeva, in qualità di madre, al di sopra delle sante schiere celesti e terrestri. Quella vita, luce degli uomini e fonte comune a tutti gli uomini, per volere di Dio lei la effuse nel mondo.

Infatti è stato scritto «Egli era la vita, e la vita era la luce degli uomini» (Gv 1, 4). Oggi la Vergine è tornata a questa luce vera e realmente esistente, «allo splendore della gloria di Dio e del Padre» (Eb 1, 3), che da essa ricevette la carne per opera dello Spirito Santo, e che «illumina ogni uomo che viene in questo mondo» (Gv 1, 9)...

Cristo Dio, rivestito da questa Semprevergine di carne animata e razionale per opera dello Spirito Santo, dopo averla chiamata presso di sé l’ha rivestita dell’incorruttibilità del suo proprio corpo e l’ha glorificata di una gloria incomparabile, donandole la sua eredità perché lei è la sua santissima Madre, secondo quanto canta il salmista: «Sta la regina alla tua destra splendente di un vestito trapunto d’oro a diversi colori» (Sal 44, 10) [27]”.

 

Stupendo è l’inno con cui si rivolge alla Vergine, salutandola come “perpetuo e divino aiuto” (colei “che facilmente ottiene misericordia”, dirà poi Giorgio di Nicomedia, sec. IX) per gli uomini presso Dio:

 

Ti saluto, tempio vivo dell’Altissimo che non può essere contenuto, tempio sommamente accetto a Dio; nel quale l’increata e sussistente Sapienza di Dio Padre ha avuto la sua dimora e dove Cristo Dio ha edificato il tempio del suo corpo. Egli ha trovato in te il suo riposo per la salvezza del mondo e si è compiaciuto di assumere te per l’eterno e gloriosissimo suo riposo.

Ti saluto, Santissima Madre di Dio, perché il Signore Gesù, re della gloria, che ti ha scelto per essere il suo regno spirituale sulla terra e per farci dono per mezzo tuo del suo regno celeste, ha voluto che tu gli fossi concorporale nell’incorruttibilità e, per la gloria del Padre e dello Spirito Santo, fossi superiore a tutti nella gloria.

Ti saluto, perpetuo e divino aiuto di coloro che devotamente adorano Dio; nascendo da te, Cristo è venuto in soccorso del genere umano ed «ha suscitato per noi una salvezza potente» (Lc 1, 69), affinché annunziassimo a tutti i popoli la parola della sua verità. Dio veramente preserva da ogni afflizione quanti ti riconoscono Madre di Dio: Egli ti ha condotto presso di sé, affinché tu potessi intercedere per noi...
Ti saluto, o gloriosissima Madre dell’eterna Luce, vero Dio per natura e per essenza, che nascendo da te risplendette sopra la terra nella nostra sostanza e «fece risplendere su di noi la luce del suo volto» (Sal 4, 7)... Ti saluto, o Rifugio dei mortali presso Dio...” [28].


 

 

Massimo il Confessore (580 - 662)

 

 

Guarda, dunque, ancora
e abbi pietà di questo gregge,
del popolo tuo,
che il tuo Figlio ha riscattato
col suo sangue prezioso:
per lui implora, e stabiliscilo
nella tua eredità;
e giorno dopo giorno abbi pietà
e sprona tutti gli uomini
insieme e ciascuno in particolare,
perché tutti divengano un solo corpo
nella statura della pienezza spirituale,
ed abbiano per Capo
Gesù Cristo tuo Figlio.
Riempi di gioia
il tuo popolo e la tua eredità;
prega per esso,
o Regina tutta santa,
e proteggilo, coprendolo
con la tua grazia e il tuo soccorso;
allontana da lui le fiere invisibili
che uccidono l'anima.


Non ricordare i nostri peccati,
ma previenici con la tua misericordia.
Salvaci e con la tua intercessione
presso il tuo Figlio,
fa che ci vergogniamo
delle nostre colpe.
Preservaci in questa vita
e rendici vittoriosi
delle seduzioni
e degli assalti del male,
delle tentazioni visibili e invisibili,
facci arrossire
di tutti i nostri peccati.
E nel secolo futuro,
guidaci alle dimore eterne,
al luogo di riposo
dove regna la luce
del Cristo tuo Figlio,
affinché accanto a te
regni anche il tuo popolo
che ti glorifica
e noi possiamo gioire del tuo nome!




(dalla Vita di Maria, Invocazione finale alla Madre di Dio)

 

L’attribuzione a lui della Vita di Maria, la prima biografia della Madre di Dio, è una questione tuttora irrisolta. Si tratta di un lungo, articolato racconto della vita dal concepimento al transito, alla sepoltura e alla glorificazione; nell'appendice vengono ricordate le due reliquie della Vergine - la veste e la cintura -, a quel tempo conservate a Costantinopoli rispettivamente nel santuario delle Blacherne e in quello di Chalkoprateia.

“Nella redazione della Vita, fonte principale sono naturalmente i Vangeli, ai quali scrupolosamente si attiene l’autore, cercando di conciliare le divergenze con le sue personali ipotesi e proposte. Seconda fonte specificamente invocata come autorità dall’autore: i Padri della chiesa, fra i quali nomina Gregorio il Taumaturgo, Atanasio, Gregorio di Nissa, Dionigi l’Areopagita. Terza fonte: gli Apocrifi, ma solo in quanto già accolti dai Padri. L’autore dunque si mostra immediatamente sollecito di offrire una Vita vera e sicura di Maria, attinta a fonti inconfutabili” [29].

Eccone un’esemplificazione in un passo tratto dall’ultima parte della Vita, dedicata al racconto della Dormizione e traslazione di Maria. Maria, ormai prossima a morire, si rivolge con queste parole al Figlio:

 

«Ti benedico, o Re e Figlio unico del Padre che non ha principio, Dio vero da Dio vero, che hai liberamente voluto renderti accetto al Padre con un incalcolabile amore per gli uomini, e di assumere la carne da me tua serva, con l’opera dello Spirito Santo. Ti benedico, dispensatore di ogni benedizione, tu che diffondi la luce; ti benedico, o principio di ogni vita buona e di pace, che ci doni per grazia la conoscenza di te, del Padre tuo senza principio e dello Spirito Santo coeterno e vivificante. Io ti benedico, perché ti sei degnato di abitare nel mio seno in un modo che nessuna parola può esprimere. Io ti benedico, perché fino a tal punto hai amato la natura umana, fino a subire per noi la crocifissione e la morte e con la tua risurrezione hai risuscitato la nostra natura dalle profondità degli inferi e l’hai condotta al cielo, glorificandola con una gloria inimmaginabile. Ti benedico ed esalto le parole che ci hai donato con verità e credo al compimento delle promesse che mi hai fatto» [30].

 

Seguono la descrizione delle vicende che hanno accompagnato la morte della Madre di Dio, il suo funerale e deposizione nel sepolcro, fino al miracolo della tomba vuota, scoperta tre giorni dopo quando giunge anche san Tommaso. Qui, più che il racconto del fatto in sé, sono importanti le riflessioni teologiche di Massimo, il parallelo tra la morte-risurrezione di Cristo e quella di Maria (una riflessione già presente in Teotecno di Livia) e l’ammissione di non poter stabilire con certezza le modalità dell’evento:

 

“Come infatti (Gesù) aveva voluto soggiacere al sepolcro quando nel suo corpo sopportò la morte per la nostra salvezza e risuscitò il terzo giorno; similmente gli parve bene che il corpo immacolato della sua santissima Madre fosse posto nel sepolcro e che, secondo il suo beneplacito, lei fosse trasferita nell’incorruttibilità eterna, dove le due componenti umane si sarebbero di nuovo riunite l’una all’altra, semmai è questo il modo col quale piacque al Creatore di onorare la sua genitrice, o in qualunque altro modo che conosce solo lui, il Re della gloria, il Signore della vita e della morte. Così dunque la tomba fu trovata vuota” [31].

 

Questa parte termina con un’esaltazione delle grazie derivanti dalla “invisibile e perenne sollecitudine” di Maria per tutti gli uomini:

 

Così dunque i cieli e le schiere degli angeli furono portati a perfezione con l’assunzione prima dell’anima e poi anche del corpo della tutta santa beata Vergine. Anche la terra fu santificata, prima dalla sua permanenza quaggiù, poi dalla sua sepoltura, in seguito dalle sante vesti del suo corpo. E anche le regioni dell’aria e tutte le creature ricevono la grazia per la sua invisibile e perenne sollecitudine e liberalità: ogni luogo, ogni città, tutti i credenti progrediscono e sono condotti a perfezione mediante l’incessante susseguirsi dei prodigi, delle guarigioni e dei beni incalcolabili che la santa Madre di Cristo Dio riversa su ciascuno. Chi mai sarà capace di raccontare i suoi favori e le sue premure per tutti noi?, quale lingua potrà convenientemente esprimere la quantità dei suoi benefici? [32].

 

Nell’ultima parte del racconto, san Massimo abbandona la forma narrativa per assumere quella laudativa ed orante, nella quale si trova il culmine della sua dottrina mariologica e pietà mariana. In queste pagine incontriamo il bellissimo inno di lode alla Theotokos (si tratta della ripresa di alcune parti dell’Akathistos, da molti attribuito a Romano il Melode [33]), che attinge a fonti scritturistiche e alla teologia dei Padri del IV-V sec.; seguono il ringraziamento a Cristo e a Maria, la richiesta di intercessione, l’esaltazione della dignità, della misericordia e del potere di intercessione della Vergine Madre di Dio, e la richiesta per i bisogni della società, dei fedeli e per le speranze eterne di tutti coloro che la invocano.

Qui proponiamo la trascrizione dell’inno [34] (si noti con quante invocazioni è glorificata la Vergine Maria) e della supplica a Cristo e a sua Madre:

 

“... Ma io dilaterò il mio dire, partendo da più in alto: è lei infatti

la risurrezione di Adamo caduto,

il riscatto delle lacrime di Eva,

la consolazione di quelli che piangono,

il trono dei re,

che porta colui che il tutto sostiene,

il rinnovamento del mondo invecchiato,

la scala poggiata al cielo, per la quale Dio è disceso sulla terra,

il ponte che dalla terra conduce al cielo,

lo stupore degli angeli,

il flagello dei demoni, colei che li schiaccia,

la radice dell’ubbidienza e dell’incorruttibilità,

l’albero del frutto immortale,

Colei che ha coltivato il coltivatore degli uomini,

che ha fatto fiorire colui che pianta la salvezza,

il solco che fa fiorire la spiga che conferma i cuori,

la mensa che porta la felicità eterna,

l’incenso offerto a Dio per nostro aiuto,

l’utilità del mondo,

la causa della libertà dei mortali presso Dio,

la madre del buon pastore,

la casa delle pecorelle spirituali,

colei che allontana i nemici invisibili,

e apre le porte del paradiso,

la voce degli Apostoli che non si può far tacere,

il sostegno invincibile dei discepoli,

la forza e la stabilità dei cristiani,

l’aurora di un giorno senza notte,

la genitrice del sole di giustizia,

per lei fu scacciato dal trono il divoratore ruggente,

per lei ci è apparso come salvatore il Cristo amico degli uomini,

per lei siamo stati salvati dal fango di molti peccati,

e siamo stati sottratti al dominio di molte passioni,

è lei il rialzamento degli uomini e la caduta dei demoni,

la roccia della vita da cui è sgorgata l’acqua d’immortalità per gli assetati,

la colonna di luce che conduce e rischiara chi è nelle tenebre,

l’urna che contiene la manna discesa dal cielo,

la terra della promessa che ha germinato la dolcezza,

il fiore dell’incorruttibilità,

la corona di casto contegno,

il modello della vita angelica,

l’albero sotto la cui ombra riposano gli affaticati,

la genitrice che ha liberato dalla schiavitù della guida dell’errore,

nostro aiuto davanti al giudice giusto,

colei che cancella il libello delle nostre colpe,

la veste di coloro che sono spogliati d’ogni bene,

la porta del grande mistero,

la gloria indubitabile dei credenti,

colei che contiene il Dio incontenibile,

il trono santo di colui che è assiso sui cherubini,

l’abitante gradita della gloria presso i serafini,

colei che ha congiunto insieme gli angeli e gli uomini,

che ha riunito verginità e parto,

perché essa stessa è vergine immacolata e madre dell’Emmanuele,

per lei la maledizione è dissolta,

per lei il paradiso è aperto,

è lei la chiave del regno,

la causa dei beni eterni,

la sede della sapienza di Dio,

il tesoro della sua provvidenza,

il monumento della verginità,

la porta della vita,

il fondamento della nostra rinascita,

la causa della divina misericordia verso gli uomini,

il diadema del sole invisibile,

lo splendore senz’ombre della luce,

il lampo che illumina le anime,

il tuono che spaventa i nemici e i demoni ingannatori,

colei che fa scaturire la sorgente di vita,

il bagno che purifica i pensieri,

la coppa che spande la gioia,

la tenda del Verbo di Dio,

il Santo dei Santi al di sopra di ogni santità,

l’arca eletta dallo Spirito Santo,

la corona venerabile dei re che servono Dio,

l’onore e l’ornamento dei sommi sacerdoti degni e santi,

la torre incrollabile della Chiesa cattolica,

il baluardo inaccessibile della città dei credenti,

di cui Davide ha detto: «Chi mi condurrà alla città fortificata» (Sal 59, 11), cioè all’assemblea dei credenti formata dalla riunione dei Gentili,

colei che guarisce le nostre infermità,

la speranza e il soccorso delle nostre anime”.

 

Noi ti lodiamo, o Re che a tutti dispensi i tuoi misteri, per tutti i tuoi benefici e per colei che quaggiù hai scelto a servizio dei tuoi misteri.

Noi ti lodiamo, Sapienza e Potenza ineffabile, per il tuo amore per gli uomini: non solo hai unito in te e divinizzato la nostra natura, ma hai voluto scegliere fra noi la Madre tua ed eleggerla come Regina di tutti.

Noi ti lodiamo perché ti sei sottoposto per noi alla passione, alla croce e alla morte, e per amore del tuo nome hai creduto bene sopportare tante pene e tormenti in questo mondo: ti lodiamo perché hai unito alla tua gloria la tua santa Madre, per donare poi anche a noi, per sua intercessione e col suo aiuto, la vita eterna.

Noi ti lodiamo, o amico degli uomini e dolce nostro Re, perché hai consegnato te stesso per liberarci e nella tua generosità ci hai donato inoltre la tua santissima Madre come aiuto e soccorso.

Noi lodiamo anche te, Regina benedetta e gloriosa, che ha sempre pietà di noi e soffri dei nostri tormenti e domandi incessantemente al Figlio tuo che ci vergogniamo dei nostri peccati e delle nostre tentazioni. Noi non piangiamo la tua morte e la tua sepoltura, ma celebriamo con gloria la tua traslazione: benché infatti tu sia stata trasportata in cielo, non abbandoni gli abitanti della terra; benché tu sia ora sciolta dalle pene e dai travagli di questa vita effimera e sia giunta alla felicità indicibile e senza fine, tuttavia non dimentichi la nostra attuale povertà, ma ci salvi ancor più e ci liberi da ciascuna delle innumerevoli nostre prove e tentazioni. Non lasciarci orfani del tuo soccorso e della tua grazia desiderabile, ma impegnati per noi e coprici con l’ombra della tua gloria e consacra al Figlio tuo e nostro Dio la tua perpetua intercessione e la supplica per coloro che ti lodano e ti glorificano: ora infatti sei veramente la Regina di tutti alla destra del Re, con una veste tessuta d’oro, ornata e ricamata dalla grazia dello Spirito Santo, immensamente bella con gli ornamenti della virtù: servono la tua gloria i ricchi del popolo, cioè le anime dei santi e dei giusti, ricchi di buone azioni, perché questa è la vera ricchezza (cf. Sal 44, 10.13-15).

 

Nell’ultima pagina l’autore offre alla “Regina degna di ogni canto, gloriosa Theotokos” la sua opera in “povera offerta” e torna a supplicarla di voler effondere “con abbondanza la tua grazia, la tua misericordia e la tua intercessione sopra di me, tuo servo indegno, e su tutti coloro che magnificano il tuo nome”, e - a conclusione del discorso - sceglie ancora le parole dell’inno Akathistos, esattamente l’ultima strofa, un’ulteriore esaltazione e al tempo stesso una supplica, conclusa da una solenne dossologia trinitaria:

 

O Madre di Dio degna di ogni lode, che hai generato il Santo dei santi, il Verbo di Dio, ricevi in sacrificio la preghiera dei tuoi servi: preservaci da ogni tribolazione e tentazione, salvaci dai supplizi eterni, e, nella vita dei giusti che non ha fine, rendici degni di aver parte dei beni della vita eterna, per i meriti di Cristo tuo Figlio e tuo Dio: a lui conviene ogni gloria, onore e adorazione, insieme con il Padre che non ha principio e con lo Spirito totalmente santo e benefico che dà la vita, ora e sempre e per i secoli dei secoli. Amen”.

 

 

Germano di Costantinopoli (635 circa -733)

 

 

Noi tutti

ascoltiamo la tua voce;

e la voce di tutti

giunge ai tuoi orecchi...

Tu non hai lasciato

coloro che hai salvato,

non hai abbandonato

coloro che hai radunato

Tu vegli su ciascuno di noi,
il tuo sguardo, o Madre di Dio,


si posa su tutti.
Benché i nostri occhi
non ti possano vedere,
o Tuttasanta,


egualmente volentieri

ti trattieni in mezzo a noi,

manifestandoti
in diverse modi
a coloro che ne sono degni!


Veramente, io ripeto

nell'esultanza dell'animo,
sebbene tu abbia
abbandonato la terra,
non ti sei però allontanata
da questo mondo
che si spegne,
anzi ci somministri
la vita immortale,
ti avvicini a quanti
ti invocano,
ti fai conoscere
a chi fedelmente ti cerca.




(dall’Omelia I per la Dormizione della Madre di Dio)

 

Fu il patriarca della capitale d’Oriente dal 715 al 730, quando si dimise dalla carica pur di non sottoscrivere il decreto iconoclasta dell'imperatore Leone III: “Germano non volle in nessun modo piegarsi al volere dell'Imperatore su questioni ritenute da lui determinanti per la fede ortodossa, alla quale secondo lui apparteneva proprio il culto, l’amore per le immagini. In conseguenza di ciò, Germano si vide costretto a rassegnare le dimissioni da Patriarca, auto-condannandosi all’esilio in un monastero dove morì dimenticato pressoché da tutti...”. Così lo ha ricordato papa Benedetto XVI nell’Udienza generale del 29 aprile 2009 e nella stessa occasione ha parlato con ammirazione delle sue numerose omelie mariane: “Creano ancora adesso stupore anche alcuni testi mariologici di Germano che fanno parte delle omelie tenute In SS. Deiparae dormitionem, festività corrispondente alla nostra festa dell’Assunzione. Fra questi testi il Papa Pio XII ne prelevò uno che incastonò come una perla nella Costituzione apostolica Munificentissimus Deus (1950), con la quale dichiarò dogma di fede l’Assunzione di Maria. Questo testo Papa Pio XII citò nella menzionata Costituzione, presentandolo come uno degli argomenti in favore della fede permanente della Chiesa circa l’Assunzione corporale di Maria in cielo”.

Della Omelia I sulla Dormizione della Madre di Dio di Germano riportiamo i brani che nella celebrazione della Piccola Quaresima in preparazione alla Pasqua della Madre di Dio costituiscono la prima lettura della parte propria dell’11° e del 12° giorno:

 

“Che cosa io dirò per prima, e che cosa conserverò per seconda? Canterò le lodi della tua corporea comunanza di vita con gli uomini, oppure applaudirò alla gloria della tua Assunzione nello spirito? Meravigliose sono ambedue, tremendamente venerande l’una e l’altra. Nel corso dell’esposizione il discorso andrà lontano nei riguardi dei tuoi trionfi; ma, dato l’argomento di oggi, esso inizierà l’inno procedendo dalla tua venerata e gloriosa dipartita, o Madre di Dio.

Quando partisti dalle cose terrene, certo ti elevasti a quelle celesti; e tuttavia, come quaggiù partecipavi delle cose celesti, così con l’assunzione non ti estraniasti da quelle terrene: non solo salisti più in alto degli ordini celesti, ma apparisti anche superiore a tutte le creature terrene. In verità, o Madre di Dio, aggiungesti bellezza ai cieli e ornasti di immenso splendore la terra...

Dal momento dunque che, per mezzo tuo, o santissima Madre di Dio, il cielo e anche la terra ricevettero tanto splendore, come sarebbe stato possibile che con la tua partenza tu lasciassi gli uomini privi della tua attenzione? Non avvenga mai che noi lo pensiamo! Come infatti, quando vivevi sulla terra, non eri estranea alla vita dei cieli, così, dopo la tua assunzione, non sei estranea alla vita degli uomini, ma sei loro spiritualmente presente. Accogliendo Dio e portandolo nel tuo augustissimo seno, sei stata rivelata un cielo capace di contenere l’altissimo Dio; e d’altra parte, a motivo del tuo servizio nel dargli la carne, tu sei stata per lui terra spirituale. Perciò giustamente possiamo pensare che quando dimoravi in questo mondo eri intimamente congiunta con Dio, e ora che sei partita dalle cose umane non hai abbandonato coloro che sono nel mondo...

Come un giorno dimoravi corporalmente con i tuoi contemporanei, così ora con lo spirito abiti anche insieme a noi: segno manifesto della tua consuetudine con noi è la grande protezione con cui ci assisti. Noi tutti ascoltiamo la tua voce; e la voce di tutti giunge ai tuoi orecchi... Tu non hai lasciato coloro che hai salvato, non hai abbandonato coloro che hai radunato: perché il tuo spirito vive sempre e la tua carne non conobbe la corruzione del sepolcro. Tu vegli su tutti: il tuo sguardo, o Madre di Dio, si posa su tutti. Benché i nostri occhi non siano in grado di vederti, o Santissima, volentieri ti trattieni in mezzo a noi e ti manifesti in vari modi a coloro che ne sono degni”.

 

Non era possibile che tu, o Maria, vaso che hai contenuto Dio, fossi disciolta nella polvere e nel dissolvimento dei morti. Poiché colui che in te s’incarnò era Dio fin dal principio e Vita più antica dei secoli, era giusto che anche tu, Madre della Vita, andassi ad abitare insieme con la Vita e la tua Dormizione fosse come un sonno e l’assunzione come un risveglio, essendo tu la Madre della Vita.

Come infatti un figlio cerca e desidera la propria madre, e la madre a sua volta ama vivere col proprio figlio, così era conveniente che tu ritornassi a lui, tu che ami il tuo Figlio Dio con immenso amore. Ed era anche giusto che Dio, da parte sua, per la sua tenerezza verso di te sua Madre, disponesse che tu abitassi insieme con lui, e con lui parlassi di te e di noi tutti. Così, avendo terminato il corso della vita terrena, migrasti alle dimore immortali dell’eternità, dove abita Dio, insieme al quale ormai tu vivi, o Madre di Dio, senza mai separarti dalla sua compagnia.

Infatti, o Madre di Dio, tu fosti la casa corporea del suo riposo, e a sua volta egli diventa il luogo del tuo riposo mentre vieni assunta, o degna di lode perenne! «Questo – dice – è il mio riposo per sempre» (Sal 131, 14): la carne cioè che da te assunse e di cui si vestì, o Madre di Dio: con essa apparve al secolo presente e fu creduto come Cristo, rivestito di essa si manifesterà nel secolo futuro quando verrà a giudicare i vivi e i morti. Così dunque, poiché sei per lui riposo per sempre, egli ti assunse gloriosamente presso di sé, per averti vicina, per così dire, tanto con le parole che con l’amore. Perciò, qualunque cosa tu gli chieda, tu che piangi per la sorte dei tuoi figli, egli te la concede; qualunque supplica tu gli rivolga, la soddisfa con la sua potenza divina, egli che è benedetto nei secoli. Amen” [35].

 

Ancora sul tema della mediazione di Maria, Germano nella Omelia III per la Dormizione della Santa Madre di Dio ci fa ascoltare questa voce dalle labbra stesse di Gesù Cristo, dove ritroviamo immagini già incontrate nell’inno Akathistos:

 

“Io ti ho proclamato Vergine Madre: io ti stabilirò Madre gioiosa del tuo Figlio, io proclamerò il mondo a te debitore, ed ancora di più glorificherò il nome (cf. Sal 86, 9) di te che vieni qui. Io edificherò te come muro (di protezione) del mondo, ponte di coloro che sono sbattuti dai flutti, arca dei salvati (cf. Eb 11, 7), bastone di coloro che sono condotti per mano, intercessione dei peccatori, e scala che ha il potere di far salire gli uomini al cielo (cf. Gn 28, 12 ss.). [36]

 

Sua è anche la bellissima Omelia sulla liberazione di Costantinopoli, “discorso di lode e insieme di rendimento di grazie alla nostra santissima Signora Madre di Dio per il suo aiuto e la sua protezione con cui ha salvato la regina delle città”.

 

 

Andrea vescovo di Creta (circa 660-740)

 

 

Non disprezzare me,
o Tuttasanta,
morto per i gravi peccati,
ma abbi pietà di me,
te ne prego, e risuscitami,
o unica speranza,
soccorso e difesa di tutti.
Guarisci, Signora,
l'inferma anima mia
e sana le passioni
e le ferite del corpo,


e manifesta la pietosa

tua misericordia
nei confronti


della mia miseria.
Rovescia, Signora,
le malevoli afflizioni
che mi soffocano
con i divini dardi
della tua intercessione;
metti fine alla congenita guerra
e procurami pace.


Sei divenuta dimora dello Spirito, o Casta,

avendo accolto la pienezza

di tutta la divinità del Figlio

e partorito il Salvatore e Signore

e Redentore del nostro genere.



(Dal Canone Paracletico alla Madre di Dio, Ode III Tropari)

 

Contemporaneo di Germano e di Giovanni Damasceno, noto soprattutto per il Grande Canone penitenziale di cui le Chiese di tradizione bizantina cantano diverse parti all’ufficiatura dell’apodipnon (compieta) durante la prima settimana della Grande Quaresima di Pasqua, fu eccellente innografo e sviluppò in particolare la teologia della santità e dell’intercessione mariana. Compose tre Omelie sulla Dormizione della santissima Madre di Dio. Come Modesto e Germano, anche Andrea sviluppa i motivi del raduno degli angeli e degli apostoli, della tomba vuota, ecc., ma solo con qualche accenno. Egli attinse dal capitolo III del trattato Sui nomi divini [37] dello Pseudo-Dionigi (lo ritiene l'Areopagita che secondo gli Atti degli Apostoli divenne discepolo di san Paolo dopo il discorso all'Areopago di Atene) e da qualche altro apocrifo come il Transito di Maria dello Pseudo-Melitone di Sardi e la Dormizione di nostra Signora la Madre di Dio e Semprevergine Maria di Giovanni di Tessalonica.

“...Dal complesso di questi testi egli porta nelle sue omelie questi particolari: la dimora di Maria a Gerusalemme; la sua vita terrena prolungata fino a tarda età; il suo seppellimento presso il Getsemani, dove Gesù si era recato frequentemente a pregare; la presenza alla sua morte di quasi tutti gli apostoli (fra cui Pietro e Giacomo) e di una grande quantità di loro discepoli, essendo stati radunati miracolosamente da una nube che li aveva trasportati colà dai vari luoghi della loro predicazione; infine la scomparsa miracolosa del corpo di Maria dalla tomba in cui esso era stato adagiato. Ma sono particolari che vengono accennati da Andrea qua e là, senza che egli li descriva. Quella che gli importa è la verità del «mistero» verificatosi alla morte di Maria, e quindi si sofferma piuttosto ad indicare ciò che in quell’occasione si compì, e cioè la liberazione del corpo della Vergine dalla corruzione della tomba e l’assunzione della sua anima in cielo. Come vedremo, Andrea avanza più di una possibilità per il rapporto fra l’anima della Vergine assunta in cielo e il suo corpo liberato dal sepolcro, ma vedremo anche che egli è partecipe della credenza che poi nel nostro secolo XX è stata proclamata come dogma della Chiesa cattolica, e cioè che Maria vive già ora la vita eterna del Paradiso in piena completezza di anima e di corpo, essendovi stata assunta fin dalla sua morte terrena[38].

Ancora più bello e profondo, se possibile, il commento introduttivo di padre Gharib: “Andrea ha un’altissima idea della funzione mediatrice di Maria, radicata nella sua qualità di Madre di Dio. Per lui la mediazione che Maria svolge tuttora presso Dio a favore degli uomini altro non è che la continuazione del ruolo a lei assegnato fin dal momento dell'Incarnazione; egli la proclama «mediatrice della Legge e della grazia, sigillo dell’Antica e della Nuova Alleanza». E, ampliando l’orizzonte, egli fa della mediazione storica di Maria una mediazione cosmica, universale. Per lui Maria è «garanzia della divina riconciliazione», «sostegno di ogni ascesa e contemplazione», «dimora di tutti i miracoli che siano mai avvenuti nel passato e sono compiuti ora». Per lui la Dormizione di Maria è un mistero che «si inserisce fra i misteri compiuti da Dio per Maria e attraverso di lei», ha somiglianza con il «parto misterioso» ed è «per infinite volte infinitamente superiore ad ogni infinità». È un mistero grandioso, che riempie di stupore e di tremore e, benché non sia stato presentato direttamente dalla Scrittura, tuttavia non è del tutto incomunicabile. La Dormizione di Maria è stata un «evento meraviglioso», un «arcano miracolo», la cui «altezza e profondità» rende Andrea consapevole dell’inadeguatezza delle proprie parole. E in Maria, per prima fra gli esseri umani, si è realizzata completamente, in anima e corpo, quella divinizzazione che è motivo dominante della spiritualità cristiana” [39].

Di questo grande dottore della Dormizione-Assunzione riprendiamo ui Quialcuni passi dall'Omelia terza sulla Dormizione della Madre di Dio. Nel testo i continui riferimenti biblici intendono mostrare che tutto l’Antico e il Nuovo Testamento hanno preannunciato il prodigio della nascita, della divina maternità, della morte e dell'assunzione al cielo della Madre di Dio, affinché gli ascoltatori si sentano spinti ad onorare e pregare Maria:

 

“Chiunque ha una fede sicura venga prontamente, venga al santuario della Vergine, e per sua diretta esperienza sappia di aver trovato i suoi desideri. Vi è davanti questo comune tramite di riconciliazione: riconciliatevi con Dio! Ecco la fonte inesauribile dell’immortalità: voi che siete morti, venite, attingete! Ecco i fiumi eterni della vita: venite tutti, rendetevi immortali!

O figlia di Adamo e Madre di Dio! [...] O terra verginale, dalla quale spuntò il secondo Adamo, più antico del primo! Quale tomba ti coprirà, quale terra riceverà te, che con la tua santità ti elevi al di sopra del cielo e della natura del cielo?... Quali unguenti profumeranno il tuo corpo, quel corpo immacolato, pieno di bene, ricolmo di perdono, fonte di incorruttibililà, dal quale deriva la divinizzazione, nel quale c’è la perfezione, per mezzo del quale viene la salvezza? Infatti veramente tu sei colei che è realmente “bella, e macchia non è in te” (Cant 4, 7). [...]

Con quali labbra celebreremo il tuo esodo? Con quale voce, con quali parole esalteremo le tue grandezze?... Infatti ogni lingua ti glorifica, piena di gratitudine, proclamandoti Madre della vita... La tomba non può possederti, ciò che si corrompe non può oscurare il corpo della Regina!

Va’ dunque, va’ in pace! Lasciando l’abitazione del mondo, rendi propizio il Signore alla natura creata, quella natura che tu hai in comune con noi! Infatti, fin quando ti intrattenevi con gli uomini, una piccola parte della terra ti aveva: ma ora, da quando hai lasciato la terra, tutto il mondo ti abbraccia come suo comune propiziatorio...

Entra nella gioia indescrivibile, nella luce eterna, là dov’è la vera vita e il regno della luce. Godi della bellezza del tuo Figlio!” [40].

 

 

Giovanni Damasceno (Damasco, 676 circa - Laura di San Saba, 749 circa)

 

 

O Genitrice di Dio,
ti sei dimostrata per tutti
calda protezione,
rifugio e forza
stabiliti da Dio
per tutti coloro
che cercano rifugio in te,
ausilio per quanti
sono nelle difficoltà...
Porta impenetrabile


misticamente sigillata,

o benedetta

Madre di Dio Vergine,

accogli le nostre suppliche

e presentale

al tuo Figlio e Dio,

affinché salvi per mezzo tuo

le nostre anime.

Possediamo in te
un porto di salvezza,
o Madre di Dio Vergine,
noi che siamo sbattuti
nell'oceano della vita;
supplica, quindi il Dio
che da te si è incarnato


senza seme
e si è fatto uomo
in modo incomprensibile,
di salvare le nostre anime.
Ti invochiamo
quale Madre di Dio:
supplica tu, o Benedetta,


per la nostra salvezza.



(Theotokia idiomeli [41] per i funerali di un sacerdote)

 

 

Ultimo dei Padri orientali, da sempre dottore della Chiesa orientale, è autore di numerose opere, tra cui molte di tema mariologico: “Nel Libro delle Eresie egli difende la maternità divina di Maria, la sua verginità, ed il culto a lei tributato contro ogni specie di eretici... Nella Fede Ortodossa Giovanni approfondisce spesso il tema della maternità divina, parla di Maria e l’Eucarestia, delle profezie che la riguardano, della genealogia, della natività e infanzia, dello sposalizio e del culto. Nei Tre discorsi in difesa delle immagini sacre egli si sofferma sulla simbologia veterotestamentaria e sul culto a Maria. Egli ha celebrato Maria soprattutto in quattro omelie rimaste celebri per la vastità del pensiero, lo sconfinato amore e la vastità della devozione. La prima celebra la Natività di Maria, le altre tre la sua Dormizione: tutte sono state pronunciate a Gerusalemme nei luoghi stessi della celebrazione [42]. Nei numerosi inni, Giovanni ha cantato con accenti estatici e ispirati la sua Padrona celeste. Ne celebra la Natività, l’Annunciazione, il concepimento e il parto verginale, la vita improntata alla santità, la sua gloriosa Dormizione, fermandosi con amore sulla sua dignità, la sua grandezza, la sua regalità, il suo posto nell’economia della salvezza. Sono famosissimi i suoi Theotokia Dogmatici [43] inseriti nell’Ottoeco [44] e che sono ancora cantati ogni domenica nel servizio liturgico: la maternità divina di Maria, la sua sconfinata santità, la sua intercessione vi sono celebrate con un estro incomparabile in cui la grande teologia si eleva a pura e bellissima lode” [45]. Nelle Omelie sul tema della Dormizione della Madre di Dio ricapitola e giustifica l’insegnamento dei Padri che lo hanno preceduto (anch’egli è citato da Pio XII nella Munificentissimus Deus e nel capitolo VIII della Lumen Gentium; Giovanni Paolo II lo cita nella Redemptoris Mater). Quando nacque, la sua città era già musulmana ed egli, studiando la Bibbia, si convinse che l’Islam fosse un’eresia, convinzione che poi si estenderà a tutto il medioevo e oltre (nella Divina Commedia Dante colloca Maometto all'Inferno, nella nona bolgia tra i seminatori di scandali e di scismi, appunto in quanto da lui considerato eretico).

Qui proponiamo la parte finale dell’Omelia I sulla Dormizione della Madre di Dio, che è posta come lettura patristica del XIII giorno nella celebrazione della Piccola Quaresima in preparazione alla Pasqua della Madre di Dio. La Vergine è presentata come Sovrana, Regina-Madre del Re, verso cui si rivolge l’umile e devota supplica del popolo che a lei si affida. La solenne dossologia trinitaria finale è il richiamo ai fedeli che, attraverso di Lei, giungano ad adorare e a rendere gloria a Cristo-Dio Trinità, origine e causa della sovranità stessa di Maria:

 

Noi oggi ti restiamo vicini, o Sovrana; sì, lo ripeto, Sovrana, Madre di Dio e Vergine, legando le nostre anime alla tua speranza, come ad un’ancora saldissima e del tutto infrangibile (cf. Eb. 6, 19), consacrandoti mente, anima, corpo e tutto il nostro essere e onorandoti, per quanto è a noi possibile, «con salmi, inni e cantici spirituali» (Ef. 5, 19). È impossibile una maniera adeguata. Se davvero, come ci ha insegnato la parola sacra, l’onore reso ai compagni di servitù testimonia della benevolenza verso il comune Padrone, come trascurare l’onore per te, che hai generato il tuo Padrone? Non va ricercato alacremente? Non è da anteporre perfino al soffio vitale, e non è fonte di vita? In questo modo potremmo caratterizzare meglio l’affetto verso il nostro Padrone.

Ma che dico, verso il Padrone? È sufficiente, in realtà, per quelli che serbano pienamente la tua memoria, il dono preziosissimo del tuo ricordo: è questo il culmine di una gioia che non ci sarà tolta (cf. Lc 10, 42). Di quale letizia, di quali beni non è ricolmo colui che ha fatto del suo intelletto lo scrigno del tuo santissimo ricordo! Questa è la nostra offerta di ringraziamento verso di te...

Volgi lo sguardo verso di noi, nobile Sovrana, Madre del buon Sovrano; governa e dirigi quel che ci riguarda a tua discrezione, trattenendo gli impeti delle nostre vergognose passioni, guidandoci al porto senza tempeste della divina volontà. Rendici degni della futura beatitudine, della dolce illuminazione al cospetto del Logos (Verbo) di Dio, che da te si è incarnato.

Con lui, al Padre sia gloria, onore, forza, maestà e magnificenza, in unità con lo Spirito santissimo, buono e vivificante, ora e sempre, nei secoli dei secoli. Amen [46].

 

Nella parte iniziale dell’omelia, dopo l’invocazione al Logos di Dio per il dono di “una parola piena di grazia” e del soffio dello Spirito per poter proclamare, “sia pur confusamente, le grandezze della tua amatissima Madre”, prorompe la lode di tutte le bellezze della Vergine, dallo straordinario concepimento, alla nascita che “oltrepassò la natura e l’intelligenza e fu salutare al mondo”, alla Dormizione “gloriosa e davvero santa e degna di venerazione”. Segue un altro passo dove il Damasceno espone in meravigliosa sintesi, teologica e pastorale, la grandezza, l’altezza e la profondità dell’insegnamento dei Padri e dei Concili sul Mistero dell'Incarnazione, esaltando la Semprevergine per essere stata lo strumento attraverso cui ha potuto attuarsi il disegno di salvezza per tutti gli uomini, chiamati a svestirsi della nullità della loro natura per deificarsi in Gesù: “Dio si è fatto uomo, perché l’uomo sia deificato” (s. Ireneo).

 

Il Padre l’ha predestinata; i profeti, per mezzo dello Spirito Santo, l’hanno preannunciata; la potenza santificante dello Spirito l’ha visitata, purificata e santificata, ed è come se l’avesse irrigata. E allora Tu, definizione e manifestazione del Padre, hai preso dimora in lei senza subire limiti, richiamando la nullità della nostra natura all’infinita altezza della tua irraggiungibile divinità. Di questa natura umana hai ottenuto le primizie dal sangue castissimo, immacolato e purissimo della santa Vergine, ti sei circondato d’una carne vivente con un’anima razionale e intelligente, l’hai fatta sussistere in te stesso e sei diventato uomo perfetto, senza cessare di essere Dio e consustanziale al Padre tuo, ma assumendo la nostra debolezza con ineffabile misericordia. E sei uscito da lei, un solo Cristo, un solo Signore, un solo Figlio, insieme Dio e uomo, nello stesso tempo perfetto Dio e perfetto uomo, completamente Dio e completamente uomo, una sola persona di due nature perfette, divinità e umanità, e [sussistente] in due nature perfette: divinità e umanità. Né puramente Dio, né unicamente uomo, ma un solo Figlio di Dio e Dio incarnato, Dio e al tempo stesso anche uomo, senza ammettere confusione né subire divisione, presentando in te stesso le proprietà innate delle due diverse nature ipostaticamente unite senza confondersi né separarsi: quella creata e quella increata, quella mortale e quella immortale, quella visibile e quella invisibile, quella circoscritta e quella illimitata, una volontà divina e una volontà umana, un’energia divina eppure anche un’energia umana, entrambe libere, quella divina allo stesso modo di quella umana; le meraviglie divine e le passioni umane, cioè quelle naturali e innocenti.

Infatti, il primo Adamo, prima della trasgressione, libero dal peccato, l’hai assunto nella sua interezza, Signore, «per la tua viscerale misericordia» (Lc 1, 78): corpo anima e intelligenza e le loro facoltà naturali, per donare la salvezza a tutta la mia persona; è vero, infatti, che «quel che è stato assunto, non è stato guarito». E divenuto così «mediatore di Dio e degli uomini (1 Tim 2, 5), hai annullato l'inimicizia e ricondotto al Padre tuo gli apostati, hai corretto ciò che era sbagliato, illuminato ciò che s’era oscurato, restaurato ciò che s’era infranto, reso incorruttibile ciò che s’era corrotto. Hai liberato la creazione dall’errore politeistico. Figli di Dio hai reso gli uomini, dichiarando partecipi della tua gloria divina quelli che si erano disonorati. Chi era stato condannato agli inferi sotto terra, l’hai innalzato «al di sopra di ogni Principato e Potestà» (Ef 1, 21); sul trono regale, in te stesso, hai fatto sedere chi era stato condannato a tornare alla terra e ad abitare l’Ade. Di questi immensi benefici al di sopra di ogni pensiero e ogni comprensione, quale fu dunque lo strumento? Non forse colei che ti ha generato, la Semprevergine?

 

In questa stessa Omelia ci offre anche una sintesi di quello che rappresenta la regalità di Maria nei confronti del popolo di Dio:

 

"Non come Elia sei salita verso il cielo (cf. 2 Re 2, 11), né come Paolo sei stata elevata fino al terzo cielo (cf. 2 Cor 12,2), ma sei giunta per prima fino al trono stesso del Figlio tuo, contemplando con i tuoi stessi occhi, rallegrandoti e rimanendovi vicino con grande e ineffabile naturalezza (cf. Sal 45, 10); per gli angeli gioia indicibile, e per tutte le potenze supercosmiche; per i patriarchi, letizia senza fine; per i giusti, diletto inesprimibile; per i profeti, interminabile esultanza. Tu benedici il mondo, santifichi l'universo; sei sollievo per chi soffre, consolazione per chi piange (cf. Is 61, 2), guarigione per gli ammalati, porto per chi è sconvolto dalle tempeste, perdono per i peccatori, dolce esortazione per chi è afflitto, sollecito ausilio per tutti quelli che ricorrono a te" [47].

 

Proponiamo ancora due brani dalla Omelia II sulla Dormizione, nel primo dei quali si trova esplicitamente affermato il mistero di grazia, per cui Maria è rimasta Semprevergine - prima, durante e dopo il parto -, mistero che nelle icone è raffigurato con le tre stelle sul manto come nella Madre di Dio Vladimirskaya:

 

“Oggi la santa ed unica Vergine è condotta al tempio celeste, lei che ha talmente amato la verginità da esserne trasformata come in fuoco purissimo. Qualsiasi vergine perde la verginità con il parto: costei, invece, rimane vergine prima del parto, mentre partorisce e dopo aver generato.

Oggi l'arca sacra e animata del Dio vivente, che ha recato in seno il proprio Artefice, si riposa nel tempio del Signore [cf. Sal 132 (131), 8], non costruito da mano d'uomo, ed esulta Davide, suo antenato e antenato di Dio, e danzano assieme gli Angeli, applaudono gli Arcangeli, le Potenze rendono gloria, i Principati con lui trasaliscono, le Dominazioni gioiscono, le Potestà si rallegrano, i Troni festeggiano, inneggiano i Cherubini e glorificano i Serafini. Non è per essi onore da poco, infatti, render gloria alla Madre della Gloria...

Oggi l'Eden del Nuovo Adamo accoglie il paradiso del Logos [48], dove la condanna è stata revocata, dove il legno della vita è stato piantato, dove è stata rivestita la nostra nudità. Infatti, non siamo più nudi e senza vesti, privi dello splendore dell'immagine divina e spogliati della grazia abbondante dello Spirito...

Oggi la Vergine immacolata, che non ha assecondato passioni terrene, ma ha nutrito pensieri celesti, non ha fatto ritorno alla terra: divenuta realmente cielo vivente, si è stabilita nelle tende del cielo [49]”.

 

Più avanti, nel secondo passo vediamo il Damasceno introdurre un’ulteriore digressione teologica, per mostrare con argomenti inconfutabili quanto fosse ontologicamente necessaria l’assunzione della Madre di Dio al cielo. Ormai non è più il semplice racconto degli apocrifi, ma - come tutta l’omelia - una meditata riflessione teologica fondata sulla rilettura dell'Antico e del Nuovo Testamento che cerca di rendere accessibile alla mente umana, grazie all’analogia di fede, un mistero che va al di là della nostra capacità conoscitiva e comprensiva.

 

... E così il corpo santissimo è deposto nel monumento pieno di gloria e di magnificenza; da lì viene assunto, dopo tre giorni, alle dimore celesti.

Era necessario che questa sede degna di Dio, la sorgente non scavata dell’acqua del perdono, la terra non arata [che produce] il pane celeste, la vigna non irrigata [che fa germogliare] i grappoli dell’immortalità, l’olivo sempreverde e fruttifero della misericordia del Padre [50], non rimanesse imprigionata nelle cavità della terra. Ma come il corpo santo e puro, unito ipostaticamente - per il tramite di lei - al Logos divino, il terzo giorno risuscitò dal sepolcro, così anche costei doveva essere sottratta alla tomba e la Madre andava resa al Figlio; e, come questi era disceso a lei, così anche lei, la prediletta, doveva essere trasportata fino al «tabernacolo più grande e più perfetto, [...] nel cielo stesso» (Eb 9, 11 e 24).

Bisognava che colei che aveva ospitato nel suo grembo il Logos divino, si trasferisse nei tabernacoli del Figlio suo; e come il Signore aveva detto che doveva trovarsi in quella del proprio Padre, occorreva che anche la Madre abitasse nella reggia del Figlio, «nella casa del Signore e negli atri della casa del nostro Dio» (Sal 134, 1). Se lì è «la dimora di tutti coloro che gioiscono» (Sal 87, 7), dove [abiterà] l’autrice della gioia?

Bisognava che colei che nel parto aveva conservato integra la verginità, serbasse il corpo incorrotto anche dopo la morte.

Bisognava che colei che aveva recato in seno, come bimbo, il Creatore, dimorasse nei tabernacoli divini.

Bisognava che la Sposa che il Padre si era scelto, abitasse nella stanza nuziale del cielo.

Bisognava che colei che aveva contemplato suo Figlio in croce, ricevendo in cuore la Spada del dolore a cui era sfuggita quando aveva partorito, lo contemplasse seduto accanto al Padre.

Bisognava che la Madre di Dio diventasse partecipe dei beni del Figlio, e da tutta la creazione venisse celebrata come Madre e serva di Dio. Sempre, infatti, dai genitori l’eredità passa ai figli. In questo caso, invece, come disse un saggio, le acque dei fiumi scorrono all’indietro. Il Figlio ha asservito alla Madre tutta quanta la creazione.

 

La stessa fede la ritroviamo affermata nel kontàkion della festa:

 

La tomba e la morte non prevalsero sulla Madre di Dio,

che prega incessantemente per noi

e resta ferma speranza d’intercessione.

Infatti colui che abitò un seno sempre vergine

ha assunto alla vita

colei che è la Madre della Vita.

 

 

La liturgia della Festa della Dormizione

 

«Oggi viene trasferita alla vita colei che è la Madre della Vita»

 

Padre Manuel Nin, rettore del Pontificio Collegio Greco, così ha presentato la festa della Dormizione della Madre di Dio nella liturgia bizantina su L’Osservatore Romano:

 

Nei libri liturgici la festa porta il titolo di Dormizione della Madre di Dio e ne celebra il transito e la sua piena glorificazione come primo frutto del mistero pasquale di Cristo. La celebrazione, seguita da un’ottava che si conclude il 23, viene preceduta il 14 da una prefesta che introduce nei diversi aspetti sviluppati nell’ufficiatura festiva: l’invito alla gioia indirizzato a tutta la creazione, l’invocazione agli apostoli riuniti attorno alla Maria e l’annuncio del suo transito.
I testi intrecciano molti titoli dati alla Madre di Dio, fondamentalmente cristologici e che portano la Chiesa a meditare sul ruolo di Maria in vista della salvezza e ne sottolineano aspetti importanti: la divina maternità, il ruolo di intercessione presso il Figlio, la sua morte o dormizione e il suo transito in cielo. Il vespro prevede tre letture veterotestamentarie: la visione notturna della scala di Giacobbe (Gn 28), la profezia della porta chiusa varcata soltanto dal Signore (Ez 43-44) e l’annuncio della casa costruita dalla sapienza di Dio (Pr 9). La liturgia eucaristica propone due testi neotestamentari: per glorificare e portare l’uomo sua creatura alla primitiva gloria e bellezza il Verbo di Dio si abbassa e si fa uomo (Fil 2, 5-11), mentre nel vangelo (Lc 10, 38-42 e 11, 27-28) Maria, come tutta la Chiesa, è chiamata a essere fedele all’ascolto della Parola di Dio.
La liturgia sottolinea la maternità divina di Maria con titoli che ne evidenziano il ruolo nell'adempimento del volere salvifico di Dio: “fonte della vita”, “trono dell’Altissimo”, “madre del Re”. La sua verginità corporale viene evocata come “corpo immacolato, origine di vita”, “corpo purissimo che ha accolto Dio”, e il suo grembo diventa “ricettacolo dell’essenza eterna”, “lampada della luce inaccessibile”. E nell’ufficiatura Maria è chiamata “arca di Dio che giunge al suo riposo”, “colei che ha partorito l’autore della vita”, “madre del creatore di tutti”, “cocchio della divinità”, “corpo che è origine di vita e dimora di Dio”, “madre del beneplacito del Padre”.
La festa mette ancora in risalto il ruolo di intercessione che la Madre di Dio ha presso il suo Figlio per la salvezza degli uomini: molti tropari infatti si concludono con l’affermazione “tramite te lui elargisce al mondo la grande misericordia” e iniziano con “colei che intercede”, strumento unico, vaso di elezione, “grazie alla quale siamo stati deificati”.
Il transito di Maria alla vera vita è motivo di gioia per tutta la creazione: angeli e uomini. Il mistero della piena glorificazione della Madre di Dio è cantato con immagini molto vive messe in luce anche per contrasto: “Oggi il cielo apre il suo grembo per ricevere colei che ha partorito colui che l’universo non può contenere”; “viene trasferita alla vita colei che è madre della vita”; “la figlia di Davide, grazie alla quale siamo stati deificati, passa gloriosamente e ineffabilmente nelle mani del proprio figlio e sovrano”. E Maria, per mezzo della sua morte e il suo transito in cielo, è accolta da suo figlio: “Tu che sei stata sacrario della vita, hai raggiunto l’eterna vita. Attraverso la morte infatti sei passata alla vita, tu che hai partorito la vita”.


 

Qui di seguito riportiamo anche alcune parti della liturgia, da cui si riconferma evidente l’intima relazione con gli scritti dei Padri:

 

Apolitikion [51] dell’antica liturgia greca:

 

“Nel tuo parto tu hai serbato la verginità e nella tua Dormizione tu non hai abbandonato il mondo, o Madre di Dio. Tu sei passata alla vita, essendo Madre della Vita, e con la tua intercessione tu liberi dalla morte le nostre anime” [52] (Menea [53], VI, 40)

 

Stikerà [54] Prosómoia [55] dei Vespri:

 

“O meraviglioso portento! La fonte della vita viene deposta in un sepolcro e la tomba diventa scala per il cielo. Rallegrati, o Getsemani, santa dimora della Madre di Dio! Acclamiamola, fedeli, imitando Gabriele: “Piena di grazia, salve, il Signore è con te (Lc 1, 28), lui che elargisce al mondo, tuo tramite, la grande misericordia!”.

“Oh, i tuoi misteri, o Purissima! Sei apparsa trono dell’Altissimo, Sovrana, e oggi ti sei trasferita dalla terra al cielo. La tua gloria irradia i raggi della grazia. Vergini, salite con la Madre del Re. Piena di grazia, salve, il Signore è con te, lui che elargisce al mondo, tuo tramite, la grande misericordia”.

“Glorifichino la tua Dormizione le Potestà, i Troni, i Principati, le Signorie, le Potenze, i Cherubini, i terribili Serafini. Giubilino i figli della terra, adornati dalla tua gloria. Si inchinino i sovrani insieme con gli Arcangeli e gli Angeli ed esclamino: “Piena di grazia, salve, il Signore è con te, lui che elargisce al mondo, tuo tramite, la grande misericordia”.

Gloria...

 

Ipakoi [56]:

 

“Noi, tutte le generazioni, ti proclamiamo beata, o Madre di Dio Vergine: in te Cristo Dio nostro, l’Incontenuto, si è degnato di essere contenuto. Beati siamo noi che ti abbiamo come avvocata: giorno e notte tu intercedi per noi e gli scettri del regno sono saldi per le tue suppliche. Perciò, inneggiando, noi a te esclamiamo: “Ave, piena di grazia, il Signore è con te!”.

 

Kathismata [57] della Stichologia [58] del Mattutino

 

“Spiegaci, o Davide, che cosa è la presente festa? Egli risponde: “Colei che io ho cantato nel libro dei Salmi come Figlia di Dio, fanciulla e vergine, è stata trasferita nelle celesti dimore da Cristo, nato da lei senza semina. Per questo esultino le madri, così come le vergini spose di Cristo, esclamando: “Ave tu che ti sei trasferita nelle dimore celesti!”.

“Il venerabile coro degli ispirati apostoli fu prodigiosamente riunito per seppellire con gloria il tuo corpo immacolato, o Madre di Dio degna di ogni lode. Con loro cantavano la schiere degli angeli, inneggiando con riverenza alla tua Assunzione. Questa noi festeggiamo con fede.

“Nel tuo parto il concepimento non ebbe seme; nella tua Dormizione, la morte fu senza corruzione: tu sei passata di prodigio in prodigio, o Madre di Dio. Come infatti ha potuto colei che non ha sperimentato matrimonio nutrire al seno un bambino pur rimanendo vergine? Come la Genitrice di Dio viene avvolta di profumi quasi fosse morta? Perciò, assieme all’angelo, noi a te gridiamo: “Ave, o Piena di grazia!”.

 

 

Il significato dell’icona

 

Io desidero che la tua icona si rifletta continuamente nello specchio delle anime e le conservi pure sino alla fine dei secoli, rialzi coloro che sono curvi verso la terra e doni la speranza a coloro che considerano e imitano l’eterno modello della Bellezza[59].

 

 



 

Tutti sappiamo che l’icona non è solamente una rappresentazione della realtà, ma una teofania [60], così che attraverso l’immagine l’eterno irrompe nel tempo e si offre alla nostra contemplazione. Ciò avviene, perché - come suggerisce Paul Evdokimov - essa svolge un “ministero teofanico” e perché, “con la risposta divina all’epiclesi (invocazione liturgica) del rito, diviene «icona miracolosa». «Miracolosa» vuol dire esattamente: carica di presenza, il suo testimonio indubitabile e il «canale della grazia dalla virtù santificatrice» (s. Giovanni Damasceno). Il VII Concilio dichiara che sia mediante la contemplazione della Scrittura, sia mediante la rappresentazione dell’icona... noi ci ricordiamo di tutti i prototipi e siamo introdotti presso di loro” e, ancora, “Il Concilio dell’860 afferma nel medesimo senso: «Ciò che il Vangelo ci dice con la parola, l’icona ce l’annuncia coi colori e ce lo rende presente»... È questa teologia liturgica della presenza, affermata nel rito della consacrazione, che distingue nettamente l’icona da un quadro a soggetto religioso”.

Posta questa premessa, leggiamo una prima interpretazione dell’icona, che ci offre un grandissimo scrittore, poeta e teologo ortodosso, Olivier Clément:

 

“Per descrivere con maggior chiarezza questa festa, accosterò l’una all’altra due icone: quella della Vergine con il bambino e quella della Dormizione-Assunzione.
Nella prima è la madre a reggere e proteggere il bambino, e a volte, come nella «Vergine della tenerezza», essa appoggia il proprio al volto minuto del Figlio. Maria, a nome di tutta l’umanità, accoglie Dio. Prima assunzione: quella della divinità da parte dell’umanità. Nella seconda icona, avviene esattamente il contrario: la madre è morta; le sue spoglie, nera crisalide, sbarrano orizzontalmente la composizione; ma lo spazio della morte si apre, appare Cristo, vittorioso, verticale di luce che fa dell’icona una croce di gloria. Egli prende tra le braccia l’anima non disincarnata di sua madre, rappresentata come una bambina che porta a compimento la sua nascita nel regno. E in alcune icone, Gesù stringe al proprio volto il volto di questa donna bambina: germe e anticipazione della trasfigurazione di tutto il creato. Seconda assunzione, questa volta dell’umano da parte del divino.
La chiesa, infatti, maturò presto l’intuizione secondo cui il corpo di Maria, prodigiosamente «consustanziale» a quello del Risorto, non era possibile che fosse rimasto prigioniero della morte. Così, al Dio fatto uomo corrisponde l’uomo deificato, e il primo essere umano presente, anima e corpo, nella gloria divina è la «Donna vestita di sole» di cui parla l’Apocalisse. Maria si trova ormai al di là della morte e del giudizio, in quella luce che le Scritture chiamano «regno di Dio»; e tuttavia umana, infinitamente materna, ella rimane totalmente rivolta verso gli uomini, verso le loro sofferenze, verso il pellegrinaggio compiuto così spesso a tastoni dalla Chiesa, e prima ancora dalla Chiesa mistica che ingloba l’intera umanità e tutto quanto il cosmo. Nella grande spiritualità della Chiesa antica, come pure in molte leggende popolari, Maria è colei che pronuncia sull’inferno - anche sul nostro inferno interiore - la preghiera per la salvezza universale.
I testi delle omelie orientali associano, a partire dal V secolo, la Dormizione di Maria - vale a dire una morte pacifica, in cui l’anima entra nella pace - e la sua Assunzione corporale - l’anima ricongiunta al corpo nell’unità della persona (come avverrà a ciascuno di noi), ormai elevata al cielo, letteralmente sollevata dallo slancio «risurrezionale» del Cristo -” [61].


 

Non meno profonda, anche se con un approccio per certi aspetti differente, la lettura che ne danno due altri finissimi teologi, il card. Thomas Spidlik e il gesuita Marko Ivan Rupnik [62], che è anche affermato artista e mosaicista.

 

“Vi è un'analogia fra l'icona della Dormizione di Maria e 1'Anastasis, la Risurrezione di Cristo. Le immagini occidentali distinguono nella vita di Cristo due momenti. Prima la morte, la discesa agli inferi e poi la risurrezione. In Oriente, al contrario, la stessa discesa agli inferi è già la risurrezione, perché la morte è superata per mezzo della morte. Lo stesso concetto viene espresso anche nelle icone mariane: qui la "dormizione" è già il risveglio nel regno di Dio.
Vi si osserva, in primo luogo, la realtà della morte: l'anima esce dal corpo. Ma non scende nello sheol, negli inferi, come corrisponderebbe alla concezione ebraica. E neppure sale da sé al cielo, come vorrebbe la concezione greca platonizzante. Essa è presa dalle mani di Cristo: «le anime dei giusti sono nelle mani di Dio» (Sap 3, 1). Cristo tiene in mano l'anima di sua Madre con la stessa tenerezza con la quale lei teneva in braccio Dio incarnato in forma di bambino.
Nei quadri delle chiese barocche, la Madonna è rappresentata con solennità, mentre ascende al cielo, al di sopra di una tomba vuota intorno alla quale germogliano i fiori. Gli apostoli, stupefatti, guardano verso l'alto. Se questo motivo appare sulle icone, esso vi è collocato in un circolo, come un particolare, al di sopra della scena centrale che è appunto quella della morte. Sono, al contrario, gli apostoli che volano su nuvolette nell'aria, perché essi, secondo le narrazioni apocrife, furono miracolosamente trasportati ad assistere a quest'avvenimento straordinario. Vi si vede una morte, ma i presenti non eseguono il rito doveroso della lamentazione. Guardano invece attoniti.
Può sembrare bizzarra la scena rappresentata talvolta in alcune icone davanti alla bara. Un ebreo vuole toccare il corpo della Madonna con le mani, ma 1'angelo gliele taglia prontamente con la spada. In modo ingenuo la leggenda esprime un monito severo: il divieto di avvicinarsi ai misteri della vita dell'aldilà con la stessa curiosità e con gli stessi metodi di conoscenza che sono riservati al mondo fenomenico.
Ma il motivo iconografico più sorprendente e dogmaticamente più profondo è la circostanza che nella scena centrale non vi è la Madre di Dio che sale al cielo. Vi è, al contrario, Cristo che scende sulla terra in mezzo ai cherubini, con la gloria che gli compete alla fine dei secoli. Il passaggio da questa vita all'altra si effettua quindi per mezzo di Cristo, della sua presenza. Per sua Madre, l'ultima venuta di Cristo è pre partecipata, dato che lei è l' "éschaton", l'ultima perfezione del creato.
Il cosiddetto "escatologismo" delle Chiese orientali trova qui la sua migliore espressione: la seconda venuta di Cristo sulla terra è la realtà del futuro che ci aspetta. Ma, per i santi, essa è sempre in qualche modo già presente. Perciò si venerano in Oriente con tanta devozione i corpi dei santi che si sono conservati incorrotti dopo la morte, le reliquie che operano meraviglie. Sono un piccolo presagio della Gerusalemme celeste in mezzo a questo mondo. La Dormizione della Madre di Dio è espressione ferma di questa speranza e pegno di sicurezza.
Il significato di tale icona potrebbe essere espresso da questo pensiero di Cristo: «Se la Madre mi ha dato un corpo fisico, adesso io le do la vita eterna». Infatti, se la figura centrale nell'icona della Natività era la Vergine, qui è Cristo, che tiene in braccio la Madre come una bambina. È cioè la nuova nascita della Vergine. Tutto ciò che viene avvolto nell'amore passa nell'eternità, perché sta scritto che l'amore dura in eterno. Come allora risorgeranno i nostri corpi? Si passa nell'eternità con ogni gesto di amore compiuto. Ogni gesto d'amore passa infatti nell'anamnesi eterna, nel ricordo eterno di Dio. I gesti che la Madre faceva al Figlio, il Figlio ora li ricorda e li strappa alla morte: noi abbiamo visto la Madre tenere tra le braccia il Figlio, adesso la situazione è rovesciata ed è il Figlio che porta in braccio Maria. Se io ti amo e compio verso di te un gesto d'amore, questo è il gesto più bello che tu possa vedere e sicuramente lo ricorderai per sempre. L'amore rende eterne le cose. Per questo Cristo risorto porta sul suo corpo i fori dei chiodi. Sono il segno che è veramente Lui. Nel momento della crocifissione infatti il suo corpo è stato completamente assunto nell'amore, perciò non poteva rimanere in balia della morte e per lo stesso motivo porterà i segni di quella morte anche dopo. Poiché il corpo della Vergine, nella maternità, è stato tutto in funzione dell'amore, non può essere sottomesso alla putrefazione.
La Dormizione è un mistero grande, pieno di speranza per i nostri piccoli gesti d'amore [63].


(Da « » di)

 

 

Ancora, tutti intellettualmente dipartiamoci insieme a Lei che s'è dipartita.

Ancora, tutti riponiamo con desiderio i cuori insieme a Lei che discende nella tomba. Circondiamo il santissimo letto. Cantiamo inni sacri aggiungendo alla melodia: salve, Piena di grazia; il Signore è con te. Sii lieta, madre predestinata di Dio. Sii lieta, o prescelta dal volere di Dio prima dei secoli, santissimo fiore della Terra, ricettacolo dell'ardore divino, simulacro santissimo dello Spirito Santo, fonte d'acqua viva, giardino del legno della vita, sarmento di vite divina, fonte di nettare ed ambrosia spirituali, fiume colmo degli effluvi dello Spirito, terra della divina spiga, rosa splendidissima di verginità ed esalante il profumo della grazia, giglio dell'ammanto regale, pecorella che hai generato l'Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo, fucina della nostra salvezza, superiore alle forze angeliche, serva e madre di Dio”.

(III γκωμιαστικòς Λόγος, Enkomiastikòs Lógos, III Discorso di Lode di San Giovanni Damasceno).



 



[1] Le feste della Vergine sono considerate feste del Signore, o Despotiche, perché si rapportano a Lui e manifestano il suo mistero. Maria infatti è indissolubilmente unita agli eventi salvifici di Cristo che la liturgia celebra.

[2] Nel 1950, il giorno di Ognissanti, 1° novembre, papa Pio XII proclamò solennemente il dogma dell’Assunzione:

"Pertanto, dopo avere innalzato ancora a Dio supplici istanze, e avere invocato la luce dello Spirito di Verità, a gloria di Dio onnipotente, che ha riversato in Maria Vergine la sua speciale benevolenza a onore del suo Figlio, Re immortale dei secoli e vincitore del peccato e della morte, a maggior gloria della sua augusta Madre e a gioia ed esultanza di tutta la chiesa, per l'autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei santi apostoli Pietro e Paolo e Nostra, pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che: l'immacolata Madre di Dio Sempre Vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo".

[3] Tutte le Chiese orientali - siriaca, alessandrina, etiopica, greca ed armena, non esclusa l’assira, che già viveva isolata nel V sec. oltre i confini dell’impero bizantino - considerano la Dormizione di Maria come la più grande festa mariana, e vi si preparano con molti giorni di preghiere e austeri digiuni.

[4] L. Uspenskij, Vladimir Losskij, Il senso delle icone, Jaca Book 2007, p. 205.

[5] Come vedremo più avanti questa affermazione è l’eco del pensiero dei Padri e la fede della Chiesa ortodossa.

[6] da “Il cuore materno dell'Ortodossia. Una piccola introduzione al culto mariano” di Vladimir Zelinskij.

[7] È un trattato eresiologico, scritto circa nel 377, che si conclude con la “Difesa della retta fede e verità, che è rappresentata dalla santa, cattolica e apostolica Chiesa”, in cui l’autore sintetizza i punti fondamentali della dottrina cattolica ortodossa - la Trinità, l’incarnazione di Cristo, la resurrezione dei morti, il giudizio eterno - e i principi istituzionali che reggono la Chiesa - la liturgia, le riunioni, i digiuni, le festività, la vita dei fedeli e dei monaci, le prescrizioni per la vita quotidiana.

[8] Dal VI secolo la Chiesa bizantina a Costantinopoli celebrava il 2 luglio la festa in cui ricordava la Deposizione della preziosa veste di Maria, il Maphorion, nel Tempio delle Blacherne e il 31 agosto il trasporto della Sacra Cintura di Maria nel Tempio di Chalkoprateia.

[9] Scrive il grande teologo Olivier Clément (1921-2009): “Ai piedi della Croce, con Giovanni, è lei la Nuova Eva, la Chiesa, la Madre dei viventi (cf. Gv 19, 25). La fine silenziosa della sua vita finisce di cristificarla, di divinizzarla, ed è per questo che la Chiesa ha la convinzione che il suo corpo santissimo, prodigiosamente consustanziale a quello del risorto, non poté rimanere prigioniero della corruzione e della morte. Al Dio fatto uomo corrisponde l’uomo deificato, e il primo essere umano deificato, interamente elevato nella Gloria ultima, è Maria, la «donna vestita di sole dell’Apocalisse» (cf. Ap 12, 1), «Madre della Vita passata interamente alla vita», per citare la Liturgia bizantina del 15 agosto. Interamente, vale a dire anche col suo corpo, con il suo modo personale di essere la “terra” [...]. Prima persona umana - Cristo è una persona divina -, in cui la creazione, come annuncia Paolo, «si trova liberata dalla schiavitù della corruzione per partecipare alla libertà gloriosa dei figli di Dio» (Rm 8, 21). Ormai Maria si trova al di là della morte, al di là del giudizio, nel Regno che viene, al di là della storia ma rivolta verso la storia, verso il grande esodo dell’umanità. Ella è preghiera pura, raffigura il ministero di intercessione della Chiesa, e il Magnificat non cessa di richiamare alla nostra libertà” (in G. Gharib, Testi Mariani del Secondo Millennio, vol. I, pp. 939-940).

[10] Il “Discorso sulla sepoltura ossia morte della santa Genitrice di Dio Maria” di Giacomo di Sarug è una delle prime omelie su questo tema che si conoscano in ambito siriaco. “Per l’autore la morte di Maria, assistita dagli Apostoli, e la sua assunzione al cielo con l’assistenza del Figlio, furono una vera apoteosi con la partecipazione di cielo e terra e tutta quanta la natura” (G. Gharib, Testi Mariani del Primo Millennio, Città Nuova, Roma 1989, vol. IV, p. 142; d’ora in poi, T.M.P.M.; p. Georges Gharib è stato archimandrita del Patriarcato greco melkita cattolico.

[11] In realtà, l’autore della relazione “Itinerarium Antonini Placentini. Un viaggio in Terra Santa dal 560-570 d.C.” è un pellegrino anonimo di Piacenza, erroneamente identificato con il santo piacentino Antonino - martire tra la fine del sec. III e l’inizio del sec. IV -, sotto la cui protezione si era posto mettendosi in viaggio verso la Terra Santa. Si veda Piero Castignoli, Pellegrini piacentini nel medioevo, in Piacenza e i pellegrinaggi lungo la Via Francigena, Piacenza 1999; distribuito in formato digitale da Itinerari Medievali (www.itinerarimedievali.unipr.it).

[12] G. Gharib, Maria nelle Chiese dell'Oriente Cristiano, Marianum, Roma 1999-2000.

[13] Il primo ad asserire chiaramente l’ufficio di mediatrice proprio della Madonna fu s. Proclo, patriarca di Costantinopoli, morto nel 446. Dopo di lui, il monaco s. Sofronio, eletto patriarca di Gerusalemme nel 634, riprese e sviluppò gli spunti di Proclo, esprimendosi con queste parole nell’omelia sull’Annunciazione: “Veramente «benedetta sei tu fra le donne», perché hai mutato in benedizione la maledizione di Eva; perché Adamo, che prima era maledetto, hai fatto sì che per mezzo tuo fosse benedetto. Veramente «benedetta sei tu fra le donne», perché la benedizione del Padre per mezzo tuo ha brillato su tutti gli uomini e li ha liberati dall’antica maledizione. Veramente «benedetta sei tu fra le donne», perché per mezzo tuo i tuoi progenitori trovano la salvezza: tu, infatti, genererai il Salvatore, che preparerà per essi la divina salvezza. Veramente «benedetta sei tu fra le donne», perché senza seme hai prodotto quel frutto che elargisce la benedizione a tutto il mondo, liberandolo dalla maledizione che fa germogliare spine” (G. Gharib, T.M.P.M., vol. II, p. 143).

[14] Dall’Introduzione liturgica e teologica alla Dormizione della Deipara, in http://www.oodegr.com.

[15] G. Gharib, T.M.P.M., vol. II, p. 80.

[16] Da: “Quindicina dell'Assunta - Celebrazioni mariane con i canoni di supplica alla Madre di Dio”, a cura di Ermanno M. Toniolo, Centro di Cultura Mariana, Roma 1996, pp. 73-74; vedi anche: G. Gharib, T.M.P.M., vol. II, pp. 82-87, passim.

[17] Il mariologo p. Gabriele M. Roschini dei Servi di Maria ha osservato che Maria posse­deva il dono dell'integrità, cioè aveva il pieno dominio su tutte le sue passioni, compresi il dolore e l'amore. Pertan­to come le pene inenarrabili della Passione del Figlio non la poterono uccidere, così neppure la forza dell'amore di Dio poté strapparla alla vita terrena. Ma poiché Ella fu passibile, cioè capace di soffrire, dové anche essere sogget­ta alla morte. Probabilmente Ella, verso la fine della vita, andò sempre più soggetta a rapimenti celesti, che lasciava­no in lei un forte anelito verso il Figlio, la cui assenza era anche causa di languore. Gesù da parte sua come figlio amoroso non poteva lasciarla languire all'infinito e perciò un bel giorno se la strinse al cuore comunicandole la visio­ne intuitiva, cioè il possesso della vita stessa di Dio. Ora tale morte, che fu passaggio immediato ad una vita immensamente superiore, merita appena l'appellativo di morte. Così si spiega come gli antichi testi liturgici prefe­riscono chiamare la morte di Maria transito, o anche dor­mitio.

[18] “Germano è, con Andrea di Creta e Giovanni Damasceno, tra i grandi mariologi dell’VIII secolo. Il suo nome è citato tra i grandi mariologi bizantini degli ultimi due dogmi della Chiesa Cattolica: l’Immacolata Concezione e l’Assunzione al cielo ed è per questo che il nome ricorre anche nel capitolo VIII della Lumen gentium del Vaticano II. Per G. Söll, «Germano può essere senza dubbio considerato il vertice della mariologia patristica, che in Occidente, soltanto dopo secoli e a stento, potrà venir superato da Bernardo di Chiaravalle» (Storia dei dogmi mariani, pp. 213-214). Germano è anche un grande devoto della Madonna, da lui cantata con accenti che gli sono propri, con uno stile semplice e affettuoso insieme, presentandosi come servo (gr. δολος, doulos) di Maria, e con un modo tutto personale di rivolgersi alla Madre divina: con lui la devozione a Maria diventa un fatto di vita costante”, G. Gharib, T.M.P.M., vol. II, p. 319.

[19] “Per lui la Dormizione di Maria è un mistero che «si inserisce tra i misteri compiuti da Dio per Maria e attraverso di lei», ha somiglianza con il «parto misterioso» ed è «per infinite volte infinitamente superiore ad ogni infinità». È un mistero grandioso, che riempie di stupore e di tremore e, benché non sia stato presentato direttamente dalla Scrittura, tuttavia non è del tutto incomunicabile. La Dormizione di Maria è stata un «evento meraviglioso», «un arcano miracolo», la cui «altezza e profondità» rende Andrea consapevole dell’inadeguatezza delle proprie parole. E in Maria, per prima fra gli esseri umani, si è realizzata completamente, in anima e corpo, quella divinizzazione che è il motivo dominante della spiritualità cristiana. Così è nella presentazione di Andrea e di tutta la patristica greca”, G. Gharib, T.M.P.M., vol. II, p. 392-3.

[20] Da lui dipenderebbe in gran parte anche “La vita di Maria” attribuita a Massimo il Confessore, sulla cui autenticità permangono tuttora seri dubbi.

[21] G. Gharib, T.M.P.M., vol. II, Introduzione, p. 26.

[22] G. Gharib, T.M.P.M., vol. II, p. 98.

[23] Il Jugie osserva che “La sua testimonianza è precisa, perché, risalendo sicuramente alla prima metà del secolo VII, ci certifica che molte narrazioni del Transitus Mariae erano state composte nel secolo precedente. Noi constateremo, percorrendo la sua narrazione, che egli l’ha improntata a quella dei suoi predecessori e in particolare allo Pseudo-Melitone” (Jugie I, 138-139) in G. Gharib, T.M.P.M., vol. II, p. 98.

[24] G. Gharib, T.M.P.M., vol. II, p. 116.

[25] Secondo Martin Jugie è da attribuire ad un autore tra la fine del sec. VII, inizi sec. VIII; tuttavia è il primo monumento della teologia greca dove è affermata esplicitamente la dottrina cattolica dell’Assunzione a prescindere dagli apocrifi del Transitus Mariae, v. G. Gharib, T.M.P.M., vol. II, pp. 121-122.

[26] G. Gharib, T.M.P.M., vol. II, p. 25.

[27] G. Gharib, T.M.P.M., vol. II, pp. 123-128, passim.

[28] G. Gharib, T.M.P.M., vol. II, p. 133.

[29] G. Gharib, T.M.P.M., vol. II, p. 184.

[30] G. Gharib, T.M.P.M., vol. II, pp. 267-268.

[31] G. Gharib, T.M.P.M., vol. II, p. 274.

[32] G. Gharib, T.M.P.M., vol. II, p. 275.

[33] Lo studioso mariologo p. Ermanno Toniolo così si esprime in proposito: “Criteri di critica esterna, a confronto soprattutto con le fonti presumibili dell’Inno e con il suo influsso su Romano il Melode, e criteri interni di struttura, di dottrina, di ambito liturgico, ecc., lo pongono certamente subito dopo il Concilio di Calcedonia (anno 451; il Melode nasce circa nel 490 e muore circa nel 556, ndr.), come celebrazione della Theotokos nel mistero del Verbo incarnato («perfetto nella divinità, ed egli stesso perfetto nell’umanità, ma unico Figlio in due nature e da due nature, convergenti in modo inseparabile ed inconfuso nell’unica ipostasi», come si esprime il Concilio di Calcedonia) e nel mistero della Chiesa, sposa celeste del Verbo splendente di bellezza. La Vergine Theotokos infatti è indissociabile dal mistero salvifico di Cristo, e la sua presenza si estende quanto si estende l’efficacia della salvezza del Signore suo Figlio; ed è l’icona compiuta della Chiesa sposa dell’Agnello, descritta da Ap. 19 e 21”.

[34] p. Toniolo nel saggio “L’inno Akathistos nella Vita di Maria di Massimo” dimostra che questo è esattamente l’inno Akathistos, di cui “tuttavia omette interamente tutte le stanze pari, eccetto la stanza 24 (supplica finale alla Theotokos); delle stanze dispari incorpora nel tessuto del suo testo soltanto i 12 χαιρετισμοί (chairetismoí) ossia le 12 salutazioni, senza gli «Ave» (Χαρε, chaire) che li introducono, facendone in tal modo un’estrapolazione laudativa, sul tipo litanico”; in un altro saggio, annota che l’inno non è encomiastico, ma teologico e rispecchia la sobria mariologia del V secolo.

[35] I testi riportati costituiscono la prima lettura della parte propria dell’11° e del 12° giorno nella celebrazione della Piccola Quaresima in preparazione alla Pasqua della Madre di Dio; le evidenziazioni sono nostre. (da: E. M. Toniolo, Quindicina dell’Assunta..., pp. 88.89, 95-96; vedi anche: G. Gharib, T.M.P.M., vol. II, pp. 351-356, passim).

[36] G. Gharib, T.M.P.M., vol. II, p. 363.

[37] Il riferimento si trova nell’Omelia I per la Dormizione della Santissima Madre di Dio di Andrea di Creta, G. Gharib, T.M.P.M., vol. II, pp. 434-435.

[38] Vittorio Fazzo, Andrea di Creta - Omelie mariane, Collana di testi patristici, Città Nuova, Roma 1996, pp. 13-14.

[39] G. Gharib, T.M.P.M., vol. II, pp. 392-393.

[40] PG 97, 1089-1109; questo testo può essere letto durante la Veglia dell’Assunta (si veda E. M. Toniolo, Quindicina dell’Assunta..., p. 195).

[41] Sono tropari in onore della Madre di Dio con melodia propria.

[42] Ricordiamo che nella valle del Getsemani sul luogo dove si riteneva fosse la tomba di Maria l’imperatrice Eudossia aveva fatto edificare una basilica nel V secolo; gli studiosi ritengono che proprio in questa basilica, agli inizi del sec. VI, si iniziò a celebrare il mirabile transito della Vergine Madre di Dio, ndr.

[43] Nella Liturgia bizantina sono indicati con questo nome i tropari mariani aggiunti alla fine dei Canoni. L’uso dei «Theotokia» ebbe origine nel monastero di Studion, al tempo e per opera di S. Teodoro Studita (759-826). “Storicamente, la formazione del Grande Oktoichos (che non contiene la salmodia, ma l’innografia liturgica) fu opera di successive generazioni di innografi, dal secolo VII all’XI. Della più antica innografia, ad esempio di Romano il Melode del secolo VI, ha conservato alcuni ritornelli, alcuni testi poetici intercalati a versetti di salmi, alcune strofe di kontakia con i loro proemi. Nel secolo VIII venne elaborata la parte domenicale dell’Oktoichos, ad opera di Giovanni Damasceno, con la collaborazione degli innografi del monastero di san Saba presso Gerusalemme, Cosma di Maiuma, Giovanni Monaco, Andrea di Creta. La novità di questa impostazione, che trovò immediata accoglienza, fu l’introduzione nelle Ore principali del giorno (Vespri e Mattutino-Lodi) di una vasta produzione poetica, fatta di brevi strofe o tropari, che attualizzavano i misteri celebrati del Signore, della Vergine e dei Santi” (Ermanno M. Toniolo o.s.m., La presenza di Maria nell’Ufficio quotidiano e settimanale del Rito bizantino, p. 263).

[44] “Uno dei libri liturgici fondamentali delle Comunità Ortodosse,... tradizionalmente attribuito a san Giovanni Damasceno”; per approfondire, si veda alla voce Octoechos del Glossario dei termini usati nel Rito Bizantino-Slavo, a cura di M. Ragazzi, p. 12.

[45] G. Gharib, T.M.P.M., vol. II, p. 484.

[46] G. Gharib, T.M.P.M., vol. II, pp. 519-520, passim.

[47] G. Gharib, T.M.P.M., vol. II, p. 518.

[48] Cioè, Maria paradiso di Gesù. Non convincevano le traduzioni “paradiso simbolico”, adottata da Gharib e, men che meno, “paradiso razionale” adottata da altri. Maria Gabriella Martini, studiosa di logica, teologia, ermeneutica in relazione al rapporto parola-immagine, da me interpellata in proposito, oltre ad aver confermato la mia intuizione, mi ha indicato che, fra gli altri, san Pier Damiani nell’Inno nell’assunzione della beata Vergine Maria (Carmina Sacra et Preces, PL 145, col. 933) definisce la Vergine «aula coelestis speciosa regis» (splendida reggia del Re del cielo), in quanto Ella è il luogo in cui la «plenitudo divinitatis permansit» (dimorò la pienezza della divinità); inoltre specifica che «Coelum fiunt castissima sacrae puellae viscera» (il castissimo ventre della santa Vergine diviene paradiso).

[49] G. Gharib, T.M.P.M., vol. II, pp. 521-522, passim.

[50] Notare come tramite queste bellissime metafore mariane venga richiamato il mistero dell’Incarnazione e riaffermata l’assoluta gratuità del dono di salvezza da parte di Dio all’uomo.

[51] Apolytìkion è l’inno relativo alla festa o al periodo liturgico cantato alla fine - gr. πόλυσις, apolysis, fine, congedo - dell'officiatura o al momento del piccolo isodos (gr. εσ-οδος, ingresso). Contiene il significato della festa o l'elogio del santo celebrato e si conclude con una domanda di intercessione.

[52] G. Gharib, T.M.P.M., vol. I

[53] Menea è il libro liturgico dei mesi del Santorale

[54] Lo stikerón (pl. sticherà) ha un andamento generico e sta ad indicare il tropario che si inserisce tra i versetti dei Salmi (gr. στίχος, verso)

[55] Prosómoia (gr. προσ-όμοιον, pros-ómoion, simile, somigliante): “in seguito, si iniziò ad usare certi inni come modello di metrica e di melodia, designandoli come "prosómoia", cioè melodie di base a cui i nuovi inni dovevano conformarsi” (M. Ragazzi “Glossario dei termini usati nel rito bizantino-slavo”, p. 11)

[56] Ipakoi (Hypakoë o ypakoë, dal gr. πακούω, rispondo, seguo) ипoкóй - Termine di probabile origine palestiniana che suggerisce una risposta e quindi è l’equivalente formale e funzionale del troparion di Costantinopoli. Gli i. sono

eseguiti, in piedi, per maggior solennità, nella Domenica, a Compieta, al Notturno e al Mattutino, prima delle antifone

graduali e della lettura del Vangelo, e talvolta dopo la terza ode del kanon, in luogo del kathisma. Qualche studioso (A. Lossky) sostiene che il possibile significato “obbedienza” del termine greco stia ad indicare la modalità di esecuzione, sotto direzione.

[57] Kathisma (pl. kathismata o kathismas; dal gr. κάθισις, seduta, poi anche divisione dei Salmi, κάθισμα), кaфи́змa, sessione.

[58] Stichologhìa, la salmodia del salterio per kathisma o per salmi, versetto dopo versetto. Sinonimo di kathisma.

[59] Pseudo-Dionigi l’Areopagita (VI sec.), preghiera alla Theotokos.

[60] Dal gr. Θεός, Theós, Dio e φαίνομαι, phaìnomai, apparire, cioè miracolosa presenza di Dio.

[61] Da O. Clément, Le feste cristiane.

[62] Il primo è stato amico ed estimatore di p. Scalfi ed è venuto più volte a Seriate. Si è spento a Roma il 16 aprile 2010. Il secondo dirige il Centro di Studi e Ricerche “Ezio Aletti”, inaugurato a Roma nel 1993 da papa Giovanni Paolo II come parte del Pontificio Istituto Orientale “con lo scopo di creare occasioni privilegiate d’incontro e di scambio sul Cristianesimo dell’Est europeo”.

[63] Da T. Spidlík e M.I. Rupnik, Narrativa dell'Immagine.

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