Oriente Cristiano

Oriente Cristiano, chiarimento sulla definizione

Icona-CristoCon la definizione di Oriente Cristiano si intende attualmente l’insieme delle Chiese cristiane che celebrano le proprie liturgie in uno dei diversi riti orientali, distinti quindi dal rito latino caratteristico delle Chiese cristiane occidentali. Tali tradizioni rituali risalgono alla composizione delle provincie ecclesiastiche ai tempi dell’Impero Romano, e alla sua divisione in Impero d’Occidente e Impero d’Oriente con l’ascesa al potere di Costantino il Grande, che regnò dal 306 al 337, la sua conversione al cristianesimo con l’editto di Milano del 313 e la costruzione di Costantinopoli, capitale orientale dell’Impero nel 330. La Chiesa costantiniana si suddivise così in cinque patriarcati che formavano la Pentarchia ai vertici della Chiesa universale: Roma (patriarcato d’Occidente), Costantinopoli (patriarcato ecumenico), Alessandria d’Egitto, Antiochia e Gerusalemme. Le tradizioni orientali, capostipiti dei vari riti orientali, si cristallizzarono quindi in tre filoni: la tradizione alessandrina, da cui il rito copto e le sue varianti etiopica ed eritrea, la tradizione antiochena (a cui è associata Gerusalemme) da cui discendono i vari riti siriaci (il maronita o siro-occidentale, il rito caldeo o giacobita, il rito armeno, il rito malabarita e malankarita e altri) e la tradizione costantinopolitana, che diede origine al più diffuso dei riti orientali, il rito bizantino imperiale con le sue varianti melchita, georgiano, slavo e altre. La divisione dei riti e delle relative circoscrizioni ecclesiastiche o territori canonici si è andata delineando nel corso dei secoli in modo molto variegato per i vari popoli, con reciproci influssi e sovrapposizioni, iniziate del resto anche prima dell’avvento di Costantino.

 

Al di là delle divisioni storico-ritualistiche, il mondo dell’Oriente Cristiano viene spesso accorpato sotto l’unica definizione di Ortodossia o Chiesa ortodossa, divisa dalla Chiesa Cattolica occidentale in seguito allo scisma di Costantinopoli del 1054. In realtà tale definizione si applica formalmente solo alle Chiese di origine costantinopolitana o bizantina, che sottoscrissero i decreti del Concilio di Calcedonia nel 451; è questo Concilio infatti che sancisce i confini della ortodossia cristiana, riassumendo la dottrina approvata dai primi Concili universali della Chiesa Cristiana (il Concilio “apostolico” di Gerusalemme intorno all’anno 50, i Concili di Nicea nel 325, di Costantinopoli nel 381 e di Efeso nel 431). A tali Concili si aggiunsero poi il II Concilio di Costantinopoli nel 553, il III Concilio di Costantinopoli nel 681 e il II Concilio di Nicea nel 787. Tutti insieme formano il corpo degli otto Concili ecumenici o universali della Chiesa antica (convenzionalmente si parla di “sette Concili”, escludendo quello di Gerusalemme di cui si narra in Atti 15,1-41 e in Gal 2,1-10), accettati anche dalla Chiesa occidentale grazie all’approvazione di essi da parte dei papi di Roma, ma caratterizzati storicamente dal fatto di essere stati tenuti in Oriente sotto il patrocinio degli Imperatori di Costantinopoli. Oggi gli ortodossi formano una comunione di Chiese, concentrata nell’Europa orientale e nel Medio Oriente che condivide la stessa fede, gli stessi sacramenti e la stessa tradizione bizantina spirituale, canonica, teologica e liturgica. Oltre ai “sette concili”, gli ortodossi accettano come normativi anche quei concili locali ortodossi considerati successivamente espressione della fede originaria. Sebbene i cristiani ortodossi si considerino, in senso teologico, parte di un’unica Chiesa, a livello amministrativo esistono diverse Chiese ortodosse ognuna delle quali ha la sua autonomia e indipendenza. Tutte riconoscono il ruolo speciale svolto dal patriarca di Costantinopoli, tradizionalmente descritto come primus inter pares. Oggi vi sono tredici Chiese ortodosse generalmente accettate come autocefale, cioè aventi un proprio capo che può assumere il titolo di patriarca, metropolita o arcivescovo. Le Chiese autocefale includono gli antichi patriarcati di Costantinopoli, Alessandria, Antiochia, Gerusalemme come anche i patriarcati più recenti di Mosca, Serbia, Romania, Bulgaria e Georgia. Le Chiese non-patriarcali di Cipro, Grecia, Polonia e Albania godono anche dell’autocefalia. Il patriarcato di Mosca ha anche accordato l’autocefalia (non riconosciuta però da Costantinopoli e dalla maggior parte delle Chiese Ortodosse) alle Chiese d’America, della Repubblica Ceca e di quella Slovacca. Le Chiese autonome di Finlandia ed Estonia dipendono da Costantinopoli, la Chiesa del Monte Sinai da Gerusalemme e le Chiese in Cina e Giappone dal patriarcato di Mosca.

 

Le Chiese che non aderirono ai “sette Concili”, in particolare a quello di Calcedonia, sono definite Antiche Chiese Orientali o Chiese Orientali Ortodosse, intendendo in questo caso il termine “ortodossia” in senso non strettamente dottrinale. Si tratta di sei Chiese antiche indipendenti aventi diverse tradizioni liturgiche e teologiche. Hanno in comune appunto il rifiuto degli insegnamenti cristologici del concilio di Calcedonia sulla doppia natura nell’unicità della persona di Cristo. Considerando nestoriano (da Nestorio, patriarca di Costantinopoli che rifiutò il Concilio di Efeso e da cui hanno origine le Chiese nestoriane) l’approccio di Calcedonia al mistero di Cristo, queste Chiese fecero proprio l’insegnamento di Cirillo di Alessandria sulla unica natura di Cristo, da cui poi furono dette anche Chiese monofisite, anche se in realtà non accettarono mai la cristologia monofisita eretica di Eutiche. Le Chiese Orientali Ortodosse furono denominate in passato anche come Chiese minori orientali, Chiese pre-calcedonesi e Chiese vetero-orientali. Oggi includono la Chiesa armeno-apostolica, la Chiesa etiope-ortodossa, la Chiesa eritrea-ortodossa, la Chiesa siro-ortodossa (giacobita) e la Chiesa malankarese ortodossa in India.

 

Nel corso dei secoli si vennero anche distinguendo diverse Chiese cattoliche orientali, in seguito a eventi storici di varia natura. Dopo che il secondo Concilio di Lione (1274) e il Concilio di Ferrara-Firenze (1439) fallirono nell’intento di riconciliare definitivamente la Chiesa Cattolica con quella Ortodossa, fu adottata dai cattolici una nuova politica nei confronti delle Chiese orientali, che portò con il tempo alla riunione con Roma di parti delle Chiese ortodosse. Tali Chiese, accettando il decreto di unione del Concilio di Firenze (Unio), vennero spesso denominate Chiese uniate; la maggior parte di esse appartengono alla tradizione greco-bizantina, da cui anche il termine di Chiese greco-cattoliche. La Chiesa maronita in Libano è interamente cattolica, non essendo mai uscita formalmente dalla comunione con Roma. Le Chiese cattoliche orientali dipendono dal papa di Roma tramite la Congregazione per le Chiese Orientali, uno degli uffici della Curia romana nato nel 1862 come sezione di Propaganda Fide e assurto nel 1917 con Benedetto XV al rango di Congregazione autonoma. La vita ecclesiastica di tali Chiese è regolata dal Codice dei Canoni delle Chiese Orientali (CCEO), entrato in vigore nel 1991. In base al CCEO le Chiese Cattoliche Orientali sono divise in quattro categorie: 1) Chiese patriarcali (caldea, armena, copta, siriaca, maronita e melchita), 2) Chiese archiepiscopali maggiori (ucraina e siro-malabarese), 3) Chiese metropolitane sui iuris (etiope, siro-malankarese, romena e rutena americana), 4) altre Chiese sui iuris (bulgara, greca, ungherese, slovacca e la diocesi di Križevci che comprende tutta la ex-Iugoslavia). La Chiesa italo-albanese di tradizione bizantina non è ancora tale, dato che non ha un metropolita. Ci sono anche comunità di cattolici orientali senza gerarchie in Bielorussia, Albania, Georgia e Russia.

 

Oltre alle denominazioni storiche, rituali ed ecclesiastiche, l’Oriente Cristiano si distingue per una propria spiritualità o teologia orientale, caratterizzata dal primato dello Spirito Santo sia nella vita cristiana che nella dottrina formulata dalla Chiesa, seguendo, in questo, le intuizioni dei Vangeli di S. Luca e S. Giovanni e delle lettere di S. Paolo. In genere si può dire che la teologia orientale è caratterizzata da una stretta unione tra teologia e spiritualità, sicché la spiritualità è la visione dal di dentro del dogma, mentre il dogma è l’espressione normativa della spiritualità. Per lungo tempo, la discussione sullo Spirito Santo tra Oriente e Occidente era ristretta alla polemica sulla processione dello Spirito. La questione se lo Spirito procede dal Padre o dal Padre “e dal Figlio”, come aggiungono i latini, è conosciuta come questione del Filioque. Nel suo senso orientale, teologia non è mai semplicemente una esercitazione discorsiva, ma va “definita” in funzione della visione trinitaria che la anima e della contemplazione che comporta.

 

 

Bibliografia:

Farrugia Edward G. SJ, Dizionario Enciclopedico dell’Oriente Cristiano, Roma 2000;

Felmy Karl Christian, La teologia ortodossa contemporanea, Brescia 1999

Ferrari Aldo, Popoli e Chiese dell’Oriente cristiano, Roma 2008

Giovanni Paolo II, Orientale lumen, Roma 1995

Lossky Vladimir, La teologia mistica della Chiesa d’Oriente. La visione di Dio, Bologna 1985

Morini Enrico, Gli ortodossi. L’oriente dell’occidente, Bologna 2002

Paparozzi Maurizio, La spiritualità dell’Oriente cristiano, Roma 1981

Špidlik Tomas, La preghiera secondo la tradizione dell’Oriente cristiano, Roma 2002

Taft Robert, The Christian East. Its Institutions and its Thought, Roma 1996

vd anche Wikipedia


vd anche Enciclopedia Treccani online

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