Quando il dialogo si fa in moschea
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- Creato: 14 Maggio 2016
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Il 12 maggio 2016, nella Grande moschea di Roma, una delle più grandi se non la più grande in Europa, si è tenuto un incontro importante. Non va trascurato per diversi motivi, primo dei quali è che l’argomento trattato, «Religione e terrorismo: varie prospettive», è stato organizzato dal Centro islamico culturale d’Italia. Come a dire che certi argomenti ritenuti ufficialmente intoccabili possono, con la dovuta prudenza, iniziare a essere analizzati anche laddove non si immaginerebbe. Perché, certo, non si può nascondere che oggi un “certo islam” è associato al “terrorismo islamico”, cioè quel terrorismo che si rivendica della religione del profeta Muhammad. E non va nemmeno dimenticato che la parola di apertura sia venuta dal Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, attraverso il messaggio inviato dal cardinale Jean-Louis Tauran. Il porporato ha sottolineato con forza come l’islam non vada confuso con il terrorismo ma, al tempo stesso, ha affermato che la ragione non può non indagare le motivazioni di tale amalgama e soprattutto i motivi che conducono a tali atti di una violenza estrema. «L’umanità, infatti, sta raccogliendo i frutti amari di tanti comportamenti errati del passato e del presente», ha osservato Tauran. Proprio in questa prospettiva Olivier Roy, dell’Istituto universitario europeo di Firenze, ha sostenuto che il jihadismo odierno non ha nulla a che vedere con un terrorismo sedicente islamico. Altrimenti detto, la radicalizzazione di giovani musulmani e, più frequentemente, di giovani europei o occidentali recupera un’ideologia islamica, ma se si esaminano le loro parole non ci sono i presupposti per definirla tale. Si deve però aggiungere che questa analisi, che è accolta da molti, non è condivisa all’unanimità. Una visione antitetica è quella di Gilles Kepel, che invece parla di una vera e propria radicalizzazione dell’islam. Il dibattito però non ha preso spunto da questa controversia — che invece divampa scottante nel dibattito francese — ma si è svolto intorno a questioni più storiche e religiose. Franco Cardini ha svolto, non senza passione storica, una disamina del fatto che anche le crociate sono state un momento umano e sociale di arricchimento delle culture cristiana e musulmana. Certo pare sorprendente, ma è proprio così: i conflitti sono anche dei momenti di messa a fuoco delle culture e delle civiltà. Questo giro di prospettive è stato chiuso da Andrea Margelletti, del Centro studi internazionali, che ha saputo in modo prudente richiamare al valore — talvolta anche questo contestato — dei diritti umani e dell’individuo. L’incontro non va dimenticato anche per il discorso iniziale dell’ambasciatore del Regno dell’Arabia Saudita in Italia e Malta, presidente del Centro islamico culturale d’Italia, Rayed Krimly, che ha ribadito con forza che «il terrorismo rappresenta una primaria minaccia per noi tutti. Il nostro obiettivo, quando prendiamo in analisi il terrorismo, non è quello di trovare delle giustificazioni ai suoi barbarici crimini. Piuttosto, l’obiettivo è quello di aiutarci a comprendere meglio come possiamo combattere efficacemente questo nemico comune e pericoloso». E in maniera più audace ha sottolineato che «i musulmani hanno anche chiaramente bisogno di venire a patti con la modernità. Essi non sono le sole, o uniche, vittime della storia mondiale. Essi dovrebbero confidare a sufficienza nella loro fede per accogliere, piuttosto che ripudiare, l’innovazione e i progressi moderni».
(alberto fabio ambrosio)
© Osservatore Romano - 14 maggio 2016