Ma tu sei ebreo? Veramente io sono Iacopo

sinagoga roma adn--400x300di CINZIA LEONE
La comunità più antica della diaspora raccontata in Ebrei a Roma, un film documentario di Gian-franco Pannone, evento speciale del festival del cinema di Roma. «Una fotografia di un picco-lo grande mondo, miracolosamente vivo» racconta il regista all’antepri-ma mentre i titoli di testa scorrono sulle immagini delle prove del coro nel Tempio maggiore. La narrazione parte dal profilo di alluminio di quella cupola: edificata nel 1904, una delle più grandi d’E u ro p a , l’unica a pianta quadrata e foderata di alluminio nello skyline disegnato dalle cupole ogivali e marmoree del-le chiese della capitale. L’insedia-mento ebraico a Roma risale a pri-ma della distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 dell’era cristia-na: e i resti della sinagoga di Ostia con la facciata orientata verso il ma-re, a occidente, sono lì a ricordarce-lo. Dopo, tutte le sinagoghe guarde-ranno a Gerusalemme e al tempio p erduto. Il dedalo di stradine anguste e malsane del ghetto degli ebrei si è trasformato in una delle zone più belle della capitale. Ma le targhette delle porte ancora esibiscono cogno-mi antichissimi come Anav e Sed. E toponimi del Cinquecento come Terracina, Sonnino, Di Capua e Pi-p erno. La macchina da presa entra nelle botteghe, sfiora le facciate dei palaz-zi e si inoltra nei vicoli. Inquadra le tartarughe della fontana del Bernini a piazza Mattei scelte dallo scultore come omaggio a un popolo paziente che, come la tartaruga il carapace, porta con sé il peso e la forza della memoria. Si affaccia nella pasticceria kosher gestita solo da donne che sforna i dolci della tradizione. Rac-conta feste religiose e cerimonie fa-miliari. Lo sguardo religioso e quel-lo laico. «Essere ebrei a Roma è molto bello e molto complicato» as-sicura David Limentani già braccio destro dell’ex rabbino capo, Elio Toaff, e titolare di un negozio di piatti e bicchieri di fronte al tempio: «Sono ebreo e “bottegaro”, la setti-ma generazione di “co cciari”. E lo considero un titolo onorifico». Le immagini della difficile storia degli ebrei della capitale, nel docu-mentario di Pannone è affidata a ra-ri e toccanti filmati d’archivio. L’og-gi alla viva voce di tre generazioni di testimoni. «Gli ebrei romani sono figli di Roma. Non appartengono alla città, è la città che appartiene a loro» racconta il direttore del Mu-seo ebraico, Claudio Procaccia. «Noi ebrei romani siamo romani nel vero senso della parola — sottolinea orgoglioso Angelo Sermoneta — e ogni offesa alla città offende anche noi». Il documentario rievoca gli eventi drammatici, come la pagina nera del rastrellamento del 16 ottobre 1943 a Portico d’Ottavia, di cui quest’anno si è ricordato il sessantanovesimo anniversario. Ma ricorda anche i momenti felici come le storiche visi-te dei Papi in Sinagoga: Giovanni Paolo II nel 1986 e Benedetto XVI nel 2010. A raccontare il ritorno alle tradi-zioni e alla spiritualità dopo la tra-gedia della guerra è Micaela Pavon-cello, una giovane guida turistica che ha scelto di accompagnare i visi-tatori nel cuore del quartiere ebrai-co. E ricorda: «Oggi in Sinagoga non trovi più pochi anziani: oggi c’è una comunità». Una comunità che racconta le sue ferite ma anche le gioie e il futuro. Come Giovanni Terracina e la sua azienda di enoga-stronomia kosher, con cibi conformi alle leggi rabbiniche. Se in America mangiare kosher è diventata anche una moda, in Italia a Vinitaly 2011 è stata premiata come migliore cantina del Lazio un’azienda che produce anche bottiglie kosher. E il premio per il miglior vino del mondo se l’è aggiudicato un’altra cantina israelia-na. All’anteprima capitolina in sala il rabbino capo Riccardo Di Segni, il presidente della provincia di Ro-ma Nicola Zingaretti e l’assessore al-la cultura del comune di Roma Di-no Gasperini. E molti dei protagoni-sti del documentario, e la moglie di Shlomo Venezia, uno dei pochi so-pravvissuti di Auschwitz-Birkenau, di recente scomparso, e a cui il film è dedicato. Pochi i ricordi della guerra? Nessun testimone della Shoah a raccontare l’orrore? Il do-cumentario racconta il passato ma guarda a una realtà viva e pulsante, e tiene d’occhio il futuro delle gio-vani generazioni. «La parola ebreo non racchiude tutto quello che sia-mo» racconta Tobia Zevi, presidente dell’associazione di cultura ebraica Hans Jonas. E ricorda di quando all’asilo pubblico, rendendosi conto di essere l’unico bambino di religio-ne ebraica, aveva chiesto ripetuta-mente a un compagno di classe: «Ma tu sei ebreo?». Per sentirsi rispondere candidamente: «Io sono Iacopo».

© Osservatore Romano - 18 novembre 2012