Una questione islamica
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- Creato: 23 Giugno 2014
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di GIOVANNI ZAVATTA È una mobilitazione senza precedenti quella che nelle ultime settimane sta coinvolgendo gran parte della comunità musulmana in Francia. Come se l’attentato del 24 maggio scorso al museo ebraico di Bruxelles fosse stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. L’arresto a Marsiglia dell’autore della strage, Mehdi Nemmouche, 29 anni, francese, jihadista, e la conferma da parte del ministero dell’Interno del crescente reclutamento, tra i giovani musulmani e convertiti all’islam, di “combattenti” da inviare alla “guerra santa” in Siria o in Mali, hanno spinto responsabili dei principali organismi musulmani, imam, cappellani e presidenti dei comitati di gestione delle moschee ad affrontare con decisione il problema del radicalismo, che rischia di macchiare in modo indelebile l’immagine dell’islam nell’opinione pubblica francese. Un’immagine già sfigurata dagli attentati del marzo 2012 a Tolosa e a Montauban quando il terrorista franco-algerino Mohammed Merah uccise in pochi giorni sette persone, fra le quali un rabbino insegnante, i suoi due figli di tre e sei anni e un’altra alunna di otto davanti a una scuola ebraica.
La Convention citoyenne des musulmans de France pour le vivre-ensemble, pubblicata i primi di giugno dal Consiglio francese del culto musulmano (Cfcm), dedica due articoli alla questione dell’estremismo e della violenza e all’importanza della formazione degli imam e dei quadri religiosi nella trasmissione dei valori del dialogo e della tolleranza. «Contrariamente a un’idea diffusa — si legge fra l’altro — la parola Jihâdsignifica in particolare la lotta e lo sforzo su se stessi nel compiere il bene. Questa azione ha soprattutto una dimensione spirituale, consistente nel fare del proprio meglio per realizzare il bene». Le politiche, le ideologie che strumentalizzano la religione «snaturano il messaggio e la vita dei musulmani di Francia, preoccupati innanzitutto di integrarsi nella società di cui fanno pienamente parte». Il Cfcm si dice inquieto per l’attrattiva delle tesi radicali fra i giovani, in particolare tra quelli vittime di ingiustizia e ineguaglianza. Una devianza che «approfitta delle fragilità personali e ricorre sovente alla manipolazione e al travisamento dei testi sacri». Perciò è fondamentale che «i musulmani nel loro insieme si mobilitino affinché la gioventù possa ritrovare la strada di un islam pacifico», contro fanatismo e violenza. A Lione, qualche settimana fa, gli imam della regione si sono riuniti nella Grande moschea per parlare proprio di questo. «Lottare contro la radicalizzazione non è responsabilità solo delle autorità francesi ma anche nostra», ha detto Kamel Kabtane, rettore del luogo di culto nonché presidente dell’Istituto francese della civiltà musulmana, il quale ha messo in guardia la comunità dal pericolo costituito dalla crescente influenza del salafismo (corrente dell’islam sunnita accostata sempre più frequentemente al fondamentalismo e al jihadismo) sui giovani. Necessario, in tal senso, vigilare sui sermoni che certi predicatori pronunciano nelle moschee. Ma forse l’iniziativa più incisiva è stata quella presa dall’Unione delle moschee di Francia (Umf), organismo creato alla fine del 2013 e guidato dall’ex presidente del Cfcm, il franco-marocchino Mohammed Moussaoui, ovvero il lancio degli Stati generali contro il radicalismo islamico. Prima tappa ad Avignone, il 18 giugno, alla quale seguiranno cinque incontri in altre città del Paese e infine una sintesi nazionale, probabilmente a Parigi in autunno, per elaborare un piano d’azione. L’obiettivo è di promuovere i principi e i valori autentici della fede musulmana, che rifiuta ogni forma di estremismo. «Alcuni giovani — ha detto Moussaoui — sono presi in ostaggio da correnti di pensiero che strumentalizzano i testi sacri dell’islam accostandovi un’i n t e r p re -tazione letterale non conforme allo spirito, ai valori, alle finalità originari». L’Umf, che raggruppa circa cinquecento moschee, propone l’istituzione a livello regionale e nazionale di consigli formati da imam e cappellani, di spazi di riflessione e formazione che consentano ai responsabili religiosi di portare un messaggio comune, soprattutto durante la preghiera del venerdì alla quale assistono ogni settimana un milione di fedeli. Il contenuto di quei discorsi, è stato sottolineato, deve essere frutto di un lavoro collegiale e non del pensiero di un singolo predicatore. Si cercherà di andare incontro anche ai giovani che non frequentano le moschee creando partenariati con associazioni sportive, culturali e di quartiere. Primi passi ma concreti, nella consapevolezza che in Francia (Paese dove vivono 5-6 milioni di musulmani) il contrasto al radicalismo islamico è una questione non più rinviabile, una partita che si gioca sul campo, a stretto contatto con la periferia e la moschea. Una questione soprattutto musulmana.
© Osservatore Romano - 23 giugno 2013