Ecumenismo esistenziale

anghelos-1di IOANNIS ZIZIOULAS

Per circa mille anni i due “polmoni” dell’antica Chiesa, le tradizioni teologiche orientali e occidentali, hanno cessato di respirare insieme. L’Oriente e l’Occidente hanno seguito strade separate e indipendenti, molto spesso in contrapposizione tra loro, a scapito di ciò che il defunto padre Georges Florovsky chiamò «l’antico ethos cattolico». Questo periodo è terminato quando i coraggiosi leader della Chiesa d’Oriente e della Chiesa d’Occidente, quali i defunti Papa Giovanni XXIII e Papa Paolo VI da parte cattolica e il Patriarca ecumenico Athenagoras da parte ortodossa, aprirono un nuovo capitolo nella storia della Chiesa introducendo il dialogo di amore e verità tra le due antiche Chiese, la cattolica romana e l’ortodossa, con la prospettiva di restaurare piena comunione tra di esse in obbedienza al volere di nostro Signore «perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» ( Giovanni , 17, 21). Questo ravvicinamento ecumenico sta avendo luogo a diversi livelli. C’è in primo luogo un ecumenismo di spazio che riunisce le Chiese cristiane e le confessioni da tutto il mondo sotto forma di incontri e organizzazioni. Allo stesso tempo c’è anche ciò che padre Georges Florovsky chiamava «ecumenismo del tempo», cioè il tentativo di mettere in relazione la ricerca dell’unità cristiana al nostro passato comune, la scrittura cristiana e la tradizione della Chiesa, compreso il patrimonio patristico, che è di importanza decisiva soprattutto per gli ortodossi e i cattolici romani. E ci deve anche essere ciò che possiamo chiamare un ecumenismo spirituale, cioè lo sforzo di riunire i cristiani divisi in termini di spiritualità, in quanto questo è espresso nella vita ascetica, di preghiera. A tali forme di ravvicinamento ecumenico vorrei aggiungerne una quarta che chiamerei ecumenismo esistenziale. Con ciò intendo lo sforzo di relazionare la ricerca dell’unità cristiana alle più profonde preoccupazioni esistenziali dell’essere umano, quali le questioni della vita, dell’amore, della libertà, che preoccupano ogni uomo in ogni tempo e in ogni luogo. Questo tipo di ecumenismo, che abbiamo tentato di ignorare o bypassare in passato, sembra essere di cruciale importanza soprattutto nel nostro tempo. Se guardiamo la situazione in cui i cristiani vivono oggi in luoghi quali il Medio oriente, noi ci renderemo conto che tutte le differenze dogmatiche e altre che li hanno divisi per secoli sono sostituite da problemi esistenziali fondamentali comuni a tutti loro in quanto esseri umani, quali la libertà e la dignità personale, o addirittura la vita e la morte. Coloro che perseguitano e uccidono i cristiani in queste aree non chiedono loro a quale Chiesa o confessione appartengono. Un ecumenismo del martirio sta avendo luogo lì, unendo tutti i cristiani al livello di fondamentali situazioni esistenziali, quali la vita, la morte, la libertà e la dignità. In questa situazione ciò che emerge come il problema più importante è il valore della persona umana e il suo fondamentale significato esistenziale. Questo problema non è affatto limitato alle situazioni di conflitto e di guerra. È presente in tutte le società e culture; è il problema che permea la nostra vita quotidiana, non importa dove viviamo. La domanda che sta alla base e caratterizza il nostro atteggiamento e comportamento sempre e in ogni cultura è questo: diamo alla persona umana un fondamentale significato esistenziale, o lo consideriamo e lo trattiamo come un mezzo che può essere sacrificato per un valore più alto? Come la fede cristiana e la teologia considerano la persona umana? Il mio scopo è quello di mostrare che il personalismo è centrale alla nostra comune fede cristiana e può servire come fondamento di un ecumenismo esistenziale che può rendere la nostra unità pertinente ai bisogni fondamentali dell’umanità. La teologia trinitaria non indica una comprensione del termine persona come un individuo razionale ma un concetto interamente differente. Una persona non può essere mai concepita in se stessa ma solo in relazione a un’altra persona. Essere una persona, perciò, vuol dire essere in comunione. Una persona non è solamente relazionale ma allo stesso tempo altro. Il mistero della persona sta proprio nella combinazione dell’unità e dell’essere altro. Una persona è unica, irripetibile e insostituibile. Uno è una persona solo nell’amore, e uno ama solo in quanto egli permette alla persona che ama di essere altro da se stesso, di esistere come altro. E la libertà nel suo più alto significato ontologico è essere libero di essere altro, non essere assorbito dal comune e dal generale. Non sarebbe un’esagerazione dire che la fede trinitaria ha dato all’umanità la sua idea più preziosa: la comprensione dell’essere umano come persona. Questo è ciò che distingue l’uomo dal resto del creato e lo rende a immagine di Dio. Questo dono prezioso della nostra fede nel Dio trinitario deve servire come il terreno su cui i cristiani divisi possono costruire la loro unità. Il modello dell’unità cristiana non può essere altro che Dio stesso. «Che essi possano essere “una sola cosa come noi siamo una sola cosa”» ( Giovanni , 17, 22) era la preghiera di nostro Signore a suo Padre circa l’unità di quelli che credono in lui. Una teologia della comunione ispirata e derivata dall’esistenza personale trinitaria di Dio è l’unica solida base per l’unità dei cristiani. Rendendo la comunione un’ideachiave nell’ecclesiologia, il concilio Vaticano II ha indirizzato l’ecumenismo verso la giusta direzione. Non è stato fatto abbastanza, comunque, per approfondire questa idea così che le sue radici nella fede trinitaria e il suo significato antropologico possano emergere chiaramente. Il compito della teologia ortodossa e cattolica, che si rifanno alla comune eredità patristica, è di lavorare verso un’integrazione della teologia trinitaria. Cristologia e antropologia per servire l’unità della Chiesa, non per se stessa ma in modo che «il mondo creda» ( Giovanni , 17, 21). Una teologia di comunione con le sue implicazioni personalistiche ispirate dalla fede trinitaria è un compito imperativo della teologia cristiana nel nostro tempo. La Chiesa non esiste per se stessa ma per la vita e la salvezza del mondo. Oggi l’essere umano è minacciato da tendenze depersonalizzanti nascoste dietro i successi umani quali il progresso tecnologico e scientifico, la crescita economica, la globalizzazione. Perfino la religione sembra depersonalizzare l’essere umano separando la fede dall’amore e sacrificando l’unicità della persona umana per scopi religiosi. Quelli di noi che credono in un Dio trinitario non possono che credere anche nel valore assoluto di ogni persona umana per cui Cristo è morto ( I Corinzi , 8, 11). La teologia cristiana affronta di nuovo il compito di interpretare e rendere le sue dottrine esistenzialmente rilevanti per l’essere umano.

© Osservatore Romano 4 febbraio 2015