Amici della verità
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- Creato: 15 Ottobre 2011
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ROMA, 15. "Tutti vediamo gli stessi astri, il cielo è comune, ci accoglie lo stesso mondo. Che importa la forma con cui ognuno ricerca la verità? Non ci può essere una sola via per accedere a un sì grande mistero". Così, nel IV secolo, il senatore Simmaco nella sua celebre e appassionata difesa del relativismo religioso. Parole antiche, che ricorrentemente tornano d'attualità, anche se oggi se non si discute più degli onori da riservare alla dea Vittoria. Una visione assai presente in tanta parte della mentalità contemporanea che vorrebbe tutte le religioni vere, o almeno parzialmente vere, e quindi tutte intercambiabili. Se non che, tutte le religioni, non solo quella cristiana, hanno la pretesa di essere vere. E di avere l'esclusiva della verità.È, nelle dimensioni, un piccolo libro questo realizzato dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Ciononostante, ha il grande pregio di focalizzare con precisione, e in modo essenziale, il nodo decisivo dei rapporti tra le grandi fedi e tradizioni religiose, dai quali spesso dipende la pace tra le nazioni e il futuro stesso dell'umanità (Dialogo interreligioso. Significato e valore, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2011, pagine 58, euro 6). Nodo che è appunto quello della veridicità della fede. Una pretesa "eccessiva"? "Offensiva"? O almeno, senz'altro poco conveniente? Il porporato, anche attraverso un rapido excursus storico dell'atteggiamento che il cristianesimo ha avuto nel rapportarsi con le altre religioni, sottolinea, anche alla luce degli insegnamenti del Vaticano II, l'importanza di due binari, ben distinti e tuttavia tra loro complementari. Da una parte il "dialogo della carità", che implica "la collaborazione tra le religioni del mondo per il raggiungimento della pace tra le nazioni, per la difesa della natura e delle sue leggi, per la protezione della vita soprattutto dei più deboli, per la solidarietà nei beni della terra, per la tutela della libertà di ogni persona umana, soprattutto della libertà religiosa, per l'affermazione della giustizia". Insomma, un binario che si "spalanca su un orizzonte sconfinato come è sconfinata la carità di Dio, infusa nei nostri cuori", La seconda articolazione riguarda, appunto, il "dialogo della verità", che implica "la libertà di confrontarsi sui contenuti delle proprie convinzioni religiose, nel rispetto dell'altrui coscienza e nel riconoscimento della sincerità dell'interlocutore". Si tratta di un dialogo "difficile" che "non mira a una religione universale con un minimo comune denominatore", ma che "spinge gli interlocutori a esplicitare le caratteristiche essenziali delle loro credenze religiose".
Nel dare corso al suo ragionamento, il porporato parte da un'affermazione contenuta nella Dominus Jesus, la nota dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede circa l'unicità e l'universalità salvifica di Cristo e della Chiesa: "Nella pratica e nell'approfondimento teorico del dialogo tra la fede cristiana e le altre tradizioni religiose sorgono domande nuove, alle quali si cerca di far fronte percorrendo nuove piste di ricerca, avanzando proposte e suggerendo comportamenti che abbisognano di accurato discernimento". In sostanza occorre "superare le teorie dell'esclusivismo, dell'inclusivismo e del relativismo" e puntare invece su una duplice direzione. In concreto evitare un dialogo "generico", che "non tenga conto della specifica identità di ogni interlocutore". E, contemporaneamente puntare sui "contenuti essenziali" delle diverse credenze. "Il dialogo della verità deve confrontarsi in concreto sulle convinzioni religiose, etiche, educative, politiche e culturali, in una parola, sul nocciolo duro dell'identità religiosa dell'interlocutore". E ciò suppone un'approfondita conoscenza della propria fede e anche un'informazione sulle credenze altrui il più completa possibile. Dunque, il dialogo interreligioso non è qualcosa che si può improvvisare.
E, tuttavia, non è ancora questa la difficoltà maggiore. Nella cultura postmoderna, infatti, la questione della verità appare come una "sfida controcorrente". Poiché l'uomo contemporaneo "raramente s'interroga sulla verità, ma assume un atteggiamento equidistante: le religioni sono tutte parzialmente vere, quindi tutte intercambiabili, quindi nessuna è vera". Quello che occorre è dunque un deciso cambiamento di direzione. E la lezione che cinque anni fa Benedetto XVI tenne all'università di Ratisbona "può essere considerata come l'inizio di un nuovo atteggiamento". Un atto che "esce dagli schemi ristretti di un dialogo diplomatico, di un dialogue de bureau disattento alle conseguenze di un dialogo virtuale avulso dalla realtà, per entrare nel vivo di un dialogue de vérité et de vie, che metta in gioco l'esistenza stessa degli interlocutori nella globalità e nella complessità del loro progetto di realizzazione umana e religiosa". Un atteggiamento che, da parte cristiana, proprio perché mosso dalla volontà di "far conoscere l'amore di Cristo per la salvezza dell'umanità intera", tenga fermi i "quattro principi della verità, della libertà, della carità e del rispetto reciproco". Poiché "non si tratta di raggiungere un compromesso, né di intavolare una trattativa diplomatica. Si tratta di mantenere un corretto atteggiamento di prossimità dialogica, che lasci alla grazia di Dio di diffondersi nei cuori e nelle menti dell'umanità intera". (fabrizio contessa)
(©L'Osservatore Romano 16 ottobre 2011)