L’eredità di chi non si è arreso

shahbaz-bhattiPubblichiamo la prefazione che il ministro italiano alla Cooperazione internazionale e l’integrazione, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, ha scritto per il libro di Roberto Zuccolini e Roberto Pietrolucci dedicato alla memoria del ministro pakistano per le Minoranze, vittima nel marzo del 2011 di un sanguinoso attentato (Shahbaz Bhatti. Vita e martirio di un cristiano in Pakistan, Milano, Paoline editoriale libri, 2012, pagine 172, euro 14)

di ANDREA RICCARDI
 Questo libro esce a un anno dalla morte di Shahbaz Bhatti. È il racconto della vita di un cristiano che non si è arreso di fronte a chi pensa che in Pakistan sia impossibile vivere insieme. È la storia di un uomo che ha lottato a mani nude ed è morto martire. La sua vicenda ci fa entrare nel mistero di una vita vissuta per gli altri fino alla fine. È una storia preziosa, non solo per i cristiani, ma per tutti: per il suo Paese, che dal 1947 cerca una via per la pace e la coabitazione, come per il mondo intero, abitato ancora da troppi conflitti, a sfondo politico, etnico e religioso. Ho conosciuto Bhatti. Il ministro per la difesa delle minoranze era venuto a Roma nel settembre del 2010 per incontri importanti, tra cui l’udienza con Benedetto XVI. Colpiva per la serenità e il coraggio. Non aveva l’aria dell’eroe o del protagonista. Avrei dovuto incontrarlo di nuovo in Pakistan, avevo fissato l’appuntamento proprio due giorni dopo il suo assassinio nel cuore di Islamabad. Poi, all’improvviso, il 2 marzo del 2011, mi fermò la tragica notizia: l’attentato, in pieno giorno, nel cuore di Islamabad. Diceva un grande cristiano, il poeta David Maria Turoldo: «Essere stati amici e commensali di grandi è un fatto che ci mette a nudo e ci rivela che abbiamo imparato poco, che non ci siamo convertiti, che siamo quelli di sempre». Siamo stati amici e commensali di Bhatti. Lo ricordo a cena, a Sant’Egidio, la sera dell’11 settembre 2010, dopo una partecipata preghiera in memoria delle vittime dell’attentato alle Torri Gemelle. Essere sopravvissuti ai martiri, come amava sottolineare Giovanni Paolo II, è prima di tutto un debito di memoria. Questo libro ricorda bene la figura di Bhatti. È morto per una causa: liberare i cristiani del Pakistan dalla paura, dall’umiliazione e dalla marginalità, senza mai cercare lo scontro, insieme a un buon gruppo di politici e religiosi musulmani. In questo senso, per le sue battaglie civili, in Shahbaz c’è qualcosa che ricorda Martin Luther King, assassinato nel 1968, proprio l’anno in cui era nato il ministro martire. La sua vita è stata spesa tutta per le minoranze e per un Pakistan più giusto: il suo agire come politico è stato un servizio alla liberazione. È ciò di cui parla questa biografia di Shahbaz Bhatti, attraverso documenti e testimonianze dirette. Il racconto delle ultime ore, quello dei funerali svolti nel villaggio natale di Khushpur, una delle poche isole cristiane in un Paese al 97 per cento musulmano, la testimonianza dell’imam di Lahore, sono commoventi. Perché ci parlano di un uomo che, nonostante l’estrema insicurezza in cui viveva da quando non aveva più la scorta, aveva conservato una forte serenità cristiana. Alla vigilia della morte, ciò che contava per Bhatti era conservare vivo il ministero delle Minoranze, una struttura più volte messa in discussione dai delicati equilibri politici del Paese, ma diventata per tanti suoi concittadini un simbolo di resistenza e di speranza. È un libro di grande interesse: è la ricostruzione della sua non lunga ma intensa vita che ne fa emergere in modo chiaro l’evoluzione spirituale e politica. Bhatti era un cristiano innamorato del suo Paese. Nonostante le minacce concrete alla sua persona, non aveva mai pensato di abbandonarlo. Era, al contrario, convinto che il Pakistan dovesse riscoprire le sue radici, sul modello disegnato dal fondatore Ali Jinnah, fautore di uno Stato laico, in cui le diverse religioni contribuissero pacificamente al suo sviluppo. Shahbaz è stato un politico, un grande federatore di fronte al mondo tanto diviso delle minoranze. Lottava e sognava un futuro diverso con una passione tutta evangelica. A soli tredici anni comprese che la sua «vocazione » era quella di spendersi «per i cristiani e per i poveri». Era un venerdì santo e — racconta lo stesso Bhatti — aveva appena ascoltato una predicazione sul «sacrificio di Gesù». Una fede profonda accompagna anche tutto il suo percorso politico. Non era ancora ventenne quando, con i suoi compagni di lotta, riuscì a bloccare un progetto di legge che avrebbe obbligato ogni cittadino pakistano ad aggiungere la propria confessione religiosa sulla carta d’identità. Dopo le battaglie portate avanti con il suo Christian Liberation Front (Clf), a difesa dei diritti dei cattolici e dei protestanti, fondando l’Apma (All Pakistan Minorities Alliance) intuì l’imp ortanza di un patto con le altre minoranze presenti nel Paese e del lavoro a favore di tutti i poveri e le vittime dell’ingiustizia, senza distinzioni. Tanto che, in occasione del terribile terremoto che colpì il Pakistan nel 2005, si preoccupò che gli aiuti raccolti arrivassero a tutti, a partire dai musulmani che erano rimasti senza casa. Bhatti era convinto che la giustizia resa alle minoranze rendesse il Pakistan migliore per tutti, anche per la maggioranza musulmana. Proprio del rapporto con i musulmani fece uno dei punti cardine del suo programma una volta diventato ministro, con autorevoli amicizie costruite con passione, dal governatore del Punjab, Salman Taseer, ucciso in un attentato due mesi prima di lui, fino all’imam della grande moschea di Lahore, Abdul Khabir Azad, passando per innumerevoli altri contatti. Bhatti credeva fermamente nel dialogo, inteso come conoscenza diretta, amicizia, frequentazione, ricerca di una soluzione comune dei problemi. Portò avanti con coraggio, a partire dagli anni Ottanta, una forte battaglia per modificare la tristemente famosa legge sulla blasfemia, che ancora oggi conduce a giudizio troppi innocenti. Nella sua difesa di Asia Bibi, la donna cristiana diventata simbolo di questa lotta a livello mondiale — e che molti indicano come prima causa della sua morte insieme a quella del governatore Taseer, un giusto musulmano — pensò che il metodo migliore fosse il confronto: soddisfatto per la solidarietà internazionale attorno alla vicenda, era convinto però che la soluzione si sarebbe dovuta trovare in Pakistan, con le autorità religiose e civili del Paese. Bhatti non era un uomo di partito e non avrebbe voluto diventare né parlamentare, né ministro. Ma alla fine, dopo molte resistenze, accettò di assumere un incarico politico. In appena tre anni (dal 2008 al 2011) raggiunse risultati insperati con un’intelligente opera di mediazione. Le sue conquiste sono ripercorse in questo libro, dalla legge nazionale che stabilisce, per gli uffici pubblici, l’obbligo di assumere almeno il 5 per cento del personale tra le minoranze religiose, all’istituzione della festa delle minoranze, l’11 agosto, giorno anniversario dello storico «discorso alla nazione pakistana » con il quale, nel 1947, Ali Jinnah proclamò uguali diritti per tutti i cittadini. Dopo la morte di Bhatti è sopravvissuto il suo ministero, anche se ora ha un nome diverso, mentre suo fratello Paul è diventato consigliere speciale del primo ministro per le Minoranze nel difficile tentativo di portare avanti la sua eredità politica. Shahbaz ci lascia soprattutto un grande patrimonio spirituale. Quest’uomo non si è mai atteggiato a eroe, ma ha accettato di vivere per gli altri con tutti i rischi che ciò comportava. Ha fatto politica con una missione molto chiara, utilizzando gli strumenti istituzionali offerti dallo scenario pakistano. All’inizio del XXI secolo, la sua figura, aureolata dal martirio, si propone come modello di politico cristiano, che non ricerca il proprio interesse, ma serve il suo Paese e i più deboli tra i suoi concittadini. Per vivere questa avventura, tanto esigente, Bhatti è stato un cristiano che pregava. La sua fede profonda era nutrita dalla preghiera e dalla lettura quotidiana della Bibbia, praticata fino a pochi minuti prima di cadere martire. La sua Bibbia è ora nella basilica romana di San Bartolomeo all’Isola Tiberina, tra le memorie dei martiri del nostro tempo. La sua storia, che Zuccolini e Pietrolucci propongono in questo libro, è una delle pagine più struggenti del cristianesimo del Duemila.

© Osservatore Romano - 23 marzo 2012