Splendori della Nubia cristiana

b34 488di ROSSELLA FABIANI
Si costeggia il Nilo in mezzo a filoni di rocce nere luccicanti che affiorano nella sabbia, si risale fino all’altezza della seconda cateratta, a Wadi Halfa, attraverso piste che lambiscono gli sterminati specchi d’acqua artificiali dei laghi Nasser e Nuba che, con la loro massa, hanno inondato tutta la regione storica della Bassa Nubia, sommergendo decine e decine di templi, di città e di siti archeologici. Sotto la superficie piatta dell’acqua, appena increspata dal vento, è rimasta anche Faras, la capitale cristiana del regno di Nobadia, da cui proviene la maggior parte dei capolavori conservati oggi nel Museo Nazionale di Khartoum, in Sudan. Calici liturgici in vetro, gioielli, grandi affreschi con la Madonna e il Bambino, santi guerrieri fregiati del simbolo della Croce, re e principesse avvolti in ricche tuniche e incoronati d’oro furono scoperti dagli archeologi e messi in salvo dopo che, nel 1955, il governo egiziano annunciò la costruzione della grande diga a monte della vecchia di Assuan, 182 metri sopra il livello del Nilo che avrebbe cancellato la linea delle sponde naturali del Nilo per un tratto di 500 chilometri, cioè tutta la Bassa Nubia. Senza dubbio la scoperta più sensazionale del sito di Faras, prima che venisse per sempre sommerso dalle acque del Nilo, fu la cattedrale, un grande edificio a tre navate del VII-VIII secolo, il fulcro cristiano del regno, costruito dentro un recinto fortificato, sui resti di un palazzo di pietre squadrate e di colonne, nel luogo di una chiesa più piccola, ancora più antica. Da allora, dopo anni di scavi e di studi, si scoprì che i regni nubiani medievali avevano elaborato tecniche e modelli architettonici propri, basati sull’uso misto di fango e di diversi tipi di pietra. Avevano un loro codice iconografico, arricchito di influssi bizantini, copto- egiziani, etiopi e yemeniti, ma inconfondibile, proprio per la sua complessità. La loro civiltà apparve, così, una componente importante, tanto originale quanto dimenticata, dell’ecumene cristiano, la cui eredità culturale è stata raccolta dai seguaci di Daniele Comboni, il missionario cattolico bresciano che, nella seconda metà dell’Ottocento ha avviato una nuova evangelizzazione del Sudan. Nuova perché il cristianesimo in Nubia vanta una presenza addirittura anteriore alle prime missioni evangelizzatrici inviate in quella lontana regione africana dall’imp eratore Giustiniano e dalla regina Teo dora. Un’antica iscrizione in greco del re dei Nobatae di nome Silko datata prima dell’anno 500 e da lui fatta incidere nel tempio di Kalabsha descrive la vittoria concessagli da Dio per tre volte consecutive contro i Blemmi, altri tre documenti trovati a Ibrim sono le lettere del filarca Tantani, signore della Nubia, scritte da cristiani a un re cristiano. Anche questi tre documenti sono anteriori al 500. Nei primi tre o quattro secoli dell’era cristiana, tuttavia la Nubia ebbe soltanto qualche contatto sporadico con la nuova religione. Si tratta di episodi isolati e non di conversione tout court. Verosimilmente, la conversione ufficiale dei tre regni nubiani — Nobadia con capitale Faras, Makuria con capitale Dongola e Alodia con capitale Soba — avvenne tra il 543 e il 580 sullo sfondo delle controversie teologiche e delle passioni politiche che opponevano tra loro Costantinopoli e Alessandria. Lo storico della conversione della Nubia è Giovanni d’Efeso, vescovo monofisita, siriano d’origine, vissuto alla corte di Costantinopoli, dove godette il favore di Giustiniano ed ebbe incarichi importanti. Giovanni scrisse una Storia Ecclesiastica in siriaco, della quale è sicuramente autentica soltanto la terza parte che, fortunatamente, è proprio quella in cui è narrata la conversione della Nubia al cristianesimo. Una storia rimasta a lungo sommersa sotto la sabbia del deserto egiziano e sudanese. Fino a quando le scoperte archeologiche degli ultimi quarant’anni in Nubia hanno dato vita a quella che è considerata una scienza separata dall’egittologia, la Nubiologia ovvero più semplicemente gli Studi Nubiani. Un vero e proprio rilancio a livello mondiale della storia di questo mondo cristiano fiorito in una zona lontana nello spazio e nel tempo, si deve alle scoperte fatte durante le campagne internazionali per il salvataggio dei monumenti nubiani (1959-1970). Gli archeologi documentarono l’importanza del cristianesimo in Nubia dal numero e dalla varietà delle chiese: quelle di Kalabasha, costruite rispettivamente una nel tempio di Ramesse II, l’altra nel tempio di Augusto, quella di Wadi es Sebua con dipinti cristiani accanto a geroglifici egizi memorie di un vecchio tempio preesistente, la chiesa rupestre di Abu Hoda del VI secolo, con molti resti di pitture alle pareti con figure di santi, costruita su un vecchio tempio faraonico. Alla riutilizzazione dei templi faraonici seguì la costruzione delle prime chiese, come la basilica di Debeira ovest con un frammento di affresco raffigurante una barca, la chiesa extraurbana di Ukma circondata da mura in pietre a secco per la difesa, le due chiese del villaggio cristiano di Abkanarti su un’isoletta della seconda cateratta scavate dalla missione archeologica spagnola, la chiesa del villaggio di Kulubnarti sulle cui pareti furono trovati due strati di pittura, le sette chiese di Faras con la famosa cattedrale, la chiesa di Mograkka, quella a cupola dell’isola di Kulb con una pianta molto particolare, unico esempio in Nubia, e con le pareti affrescate che hanno restituito un’immagine della Natività, la chiesa del villaggio di Abdelgadir e la basilica di Abdalla Nirqi, soltanto per citarne alcune. Poi, più a sud, si ricordano la piccola ma preziosissima chiesa di Sonqi Tino, il gruppo di otto chiese di Tamit e le imponenti chiese di Dongola Vecchia. La chiesa del monastero di Wadi Ghazali risalente all’VIII secolo si trova a quasi cinquecento chilometri da Merowe presso la quarta cataratta e lungo l’antica pista carovaniera che andava da Merowe a Mutmir, era protetta da una cinta muraria e circondata da file di celle. Siamo in pieno territorio sudanese. A Bahit non lontano dalla quarta cataratta, una chiesa datata al IX secolo fu rinvenuta all’interno di una fortezza. Mentre a Nuri, a sud della quarta cataratta fu scoperta una chiesa vicino al cimitero fuori del villaggio. I ritrovamenti e gli studi rivelarono lo sviluppo e la diversità delle tipologie. C’erano chiese in spèos, in antichi templi faraonici, in fortezze, in monasteri, quelle dentro e fuori le mura, cimiteriali, di villaggio e parrocchiali. La tipicità degli edifici — tutte le chiese nubiane hanno l’abside occultata all’esterno da una parete diritta — rivela la ricchezza dell’esp erienza cristiana mentre la mole di documentazione (architettonica, pittorica e di oggetti di culto) testimonia che il cristianesimo era presente da Assuan a Khartoum da tempi molto antichi. Un capitolo a parte rappresenta il sito di Faras: sensazionale scoperta fatta dalla missione archeologica polacca diretta da Kazimierz Michalowski, con una cattedrale affrescata della quale nessuno sospettava l’esistenza, sepolta sotto la sabbia del deserto. Le sue pareti erano ricoperte da oltre 150 pitture murali, alcune di fattura straordinaria e ancora in ottimo stato. Nel 1966, dopo un nuovo appello dell’Unesco, anche l’università di Roma decide d’inviare una sua spedizione archeologica in Nubia. La missione italiana lavora al salvataggio della chiesa di Sonqi Tino, una chiesetta di 10 metri per 9, con 31 pitture murali, alcune molto ben conservate. Il team della Sapienza era diretto da Sergio Donadoni. Prima di Sonqi, la missione della Sapienza aveva lavorato al recupero delle chiese di Tamit sulla riva occidentale del Nilo, in una zona ricca di dune sabbiose punteggiate da macchie di tamerici. Il sito apparve subito di notevole interesse per il numero rilevante di chiese, ben otto. I dati raccolti dalla missione della Sapienza nel 1964 uniti a quelli riportati dallo studioso Ugo Monneret de Villard rivelarono le due caratteristiche fondamentali del complesso urbanistico di Tamit cristiana: l’assenza di una cinta muraria e il numero rilevante di chiese ai margini dell’abitato. La presenza di un numero molto elevato di chiese lascia supporre che Tamit sia stato un centro religioso di una certa importanza con santuari visitati periodicamente. Tuttavia non risulta né che sia stata sede episcopale né si sono individuate costruzioni con caratteristiche monastiche. Queste ultime risultano poco diffuse in Nubia. In nessun settore la città ha rivelato tracce di distruzioni violente. Si può quindi dedurre che la sua fine fu caratterizzata da un progressivo, lento abbandono. Le opere di due italiani possono considerarsi pietre miliari per lo studio della Nubia cristiana: l’attività del padre comboniano Giovanni Vantini che visse da vicino gli scavi e partecipò a quello di Sonqi Tino; inoltre padre Vantini studiò minuziosamente quello che forse è il più ricco fra i cantieri cristiani della Nubia, Faras e, soprattutto, ha redatto un’imp onente ed esaustiva raccolta delle varie fonti, specialmente arabe, relative alla storia della Nubia. L’altro grande italiano che indagò la Nubia cristiana, prima di padre Vantini, fu Ugo Monneret de Villard che realizzò nel 1938 la prima importante sintesi dello sviluppo del cristianesimo in Nubia e tra il 1935 e il 1954 ne pubblicò i monumenti cristiani nei quattro volumi de La Nubia medievale. Parlare delle chiese e del cristianesimo in Nubia significa parlare di questi due personaggi che tanto hanno contribuito alla conoscenza del cristianesimo in quella fascia di terra che va da Assuan fino a Karthoum. E sempre italiano è un altro primato, e appartiene a una donna, Luisa Bongrani, che è stata la prima studiosa in Europa ad avere fondato una cattedra di Antichità Nubiane, all’università di Roma La Sapienza.

© Osservatore Romano - 10 - 11-aprile 2012