Praga verso la restituzione dei beni religiosi confiscati
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- Creato: 17 Luglio 2012
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PRAGA, 17. Il Parlamento della Repubblica ceca ha votato, nella notte tra venerdì e sabato, una legge sulla compensazione dei beni della Chiesa e delle organizzazioni religiose confiscati durante il regime comunista nella ex Cecoslovacchia tra il 1948 e il 1989, per un valore complessivo di circa tre miliardi di euro. La legge ha ricevuto il voto favorevole di 93 deputati, contrari 89 sui 182 parlamentari presenti. Per entrare in vigore, il testo dovrà ancora essere approvato dalla camera alta del Parlamento e successivamente firmato dal presidente della Repubblica, Václav Klaus. La legge prevede la restituzione in natura del 56 per cento dei beni confiscati, per un valore totale di 75 miliardi di corone (quasi tre miliardi di euro). Per il resto, lo Stato ceco si impegnerà a versare a diciassette Chiese legalmente riconosciute del Paese un compenso economico di 59 miliardi di corone (poco più di due miliardi di euro) spalmate su t re n t ’anni e rivalutate tenendo conto dell’inflazione. Allo stesso tempo, il testo modifica l’attuale sistema di sovvenzione pubblica, con una riduzione progressiva dei finanziamenti prevista del 5 per cento ogni anno, fino all’autofinanziamento delle Chiese e delle organizzazioni religiose dopo un periodo definito transitorio di 17 anni. La discussione parlamentare da anni viene accompagnata da un acceso dibattito pubblico e mediatico, spesse volte ideologizzato, soprattutto dai membri e da diversi simpatizzanti del partito post-comunista. La Conferenza episcopale ceca, infatti, ha dovuto istituire nel mese scorso sul proprio sito in rete un’apposita rubrica per arginare e smentire le errate notizie diffuse dai mezzi di comunicazione, intitolata intenzionalmente: «Miti e realtà mediatiche sulla restituzione del patrimonio ecclesiale». Le comunità religiose, tra cui la Chiesa cattolica, sono state vittime di severe persecuzioni tra il 1948 e il 1989. Dopo l’ascesa al potere, il partito comunista ha confiscato tutte le loro proprietà, sottoponendo le comunità al controllo statale, tanto che il Governo iniziò a pagare gli stipendi dei sacerdoti. In quegli anni, numerosi preti sono stati incarcerati, altri, che si opponevano al regime, hanno dovuto svolgere il loro ministero pastorale in clandestinità fino al 1989, quando una parte del clero ha potuto instaurare un rapporto con il regime per mezzo di un’organizzazione denominata «Pacem in terris». La Repubblica ceca, che conta circa dieci milioni e mezzo di abitanti, è un Paese formalmente laico. D all’ultimo censimento del 2011, circa tre milioni e mezzo di persone (il 34 per cento degli intervistati) hanno dichiarato di non seguire nessuna religione, mentre cinque milioni (45 per cento) ha preferito non dichiarare alcuna appartenenza religiosa. I cattolici (circa il 10 per cento) sono poco più di un milione; il quattro per cento degli intervistati ha dichiarato di appartenere ad altre confessioni religiose, mentre il 7 per cento si è detto religioso, ma senza appartenere a una specifica confessione. Dopo la seconda guerra mondiale, la pratica religiosa ha subito una brusca frenata nel Paese, condizionata in parte dai residui della tradizione hussita, anticattolica, e dalla propaganda del regime comunista che disegnava la Chiesa come nemica del popolo.© Osservatore Romano - 18 luglio 2012