Un mondo senza Dio è un mondo disumano
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- Creato: 29 Agosto 2012
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Nella consapevolezza che «un mondo senza Dio è un mondo disumano», oggi è grave che «la libertà di religione sia il diritto più violato e a essere bersagliati siano soprattutto i cristiani». Garantire questo diritto significa contribuire a creare un mondo migliore e ad aprire per tut-ti le porte della speranza. È un quadro internazionale preciso, ben documentato, quello presentato dal cardinale Jean-Louis Tauran, presi-dente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, nel suo in-tervento al Meeting di Rimini, il 24 agosto scorso, sul tema: «Società internazionale e libertà di religione». Nel XX secolo «quarantacinque milioni di cristiani — ha ricordato il porporato — sono morti a causa della loro fede. Ancora oggi cristia-ni, e non solo, sono uccisi, discrimi-nati, aggrediti e talvolta sono vitti-me di un terrorismo basato su moti-vazioni “re l i g i o s e ”». Anche «recen-temente sono state lanciate delle bombe su chiese e moschee, mentre accoglievano fedeli per il culto». Per il cardinale è dunque «nor-male» che, «trattandosi del primo dei diritti dell’uomo, i responsabili religiosi e le autorità governative siano vigilanti e pronti ad adottare le opportune misure perché la liber-tà religiosa, nella sua duplice di-mensione individuale e collettiva, sia effettivamente tutelata oggi e domani». Infatti «fino al 1945 i di-ritti dell’uomo erano affrontati all’interno dei singoli Paesi. L’inter-vento di Stati terzi sarebbe apparso una gravissima ingerenza. Furono le atrocità della seconda guerra mon-diale a provocare una reazione, e a spingere verso un rinnovato impe-gno per la difesa della dignità e della libertà dell’uomo. Così — ha spiegato — la tutela dei diritti dell’uomo passò dall’ambito del di-ritto interno a quello internaziona-le. Nel 1944, per assicurare la liber-tà di espressione e di associazione fu creato l’Ufficio Internazionale del Lavoro e poi, in termini genera-li, l’Organizzazione delle Nazioni Unite, che emanò, il 10 dicembre 1948, la Dichiarazione dei diritti dell’Uomo. Così il concetto di “li-bertà religiosa” fece ingresso nel di-ritto internazionale». In realtà l’espressione «libertà di religione» è stata coniata da Tertul-liano, all’inizio del III secolo. C’è dunque una lunga storia che «per-mette di precisare il contenuto della libertà di religione o di credo, come lo concepisce il diritto internaziona-le». Sono, in sintesi, dieci punti che il porporato ha così presentato: «Il diritto di avere la religione o il cre-do di propria scelta, di non posse-derne nessuna, di cambiarla o di ri-nunciarvi; il divieto di ogni discri-minazione fondata sulla religione o il credo; la libertà di manifestare la propria religione o credo, indivi-dualmente o in comunità, sia in pubblico che in privato; la libertà di esercitare un culto, di compiere i riti e le pratiche, e anche d’insegna-re; la possibilità di limitare le mani-festazioni della religione o del cre-do, se questi limiti sono previsti dalla legge e sono necessari per ga-rantire l’ordine pubblico, la sicurezza pubblica, la salute pubblica, o la morale pubblica; il divieto di ogni ricorso all’odio religioso che costi-tuisce un’incitazione alla discrimi-nazione, all’ostilità o alla violenza; la libertà di stabilire e mantenere luoghi dove praticare un culto, d’insegnare o tenere riunioni che si riferiscono a una religione o a un credo; la libertà di scrivere, stampa-re e diffondere pubblicazioni sulle religioni o i credi; il divieto di ogni costrizione contro una persona, che potrebbe attentare alla sua libertà di avere o adottare una religione o un credo di propria scelta; l’i n t e rd i -zione delle pratiche di una religione o di un credo nei quali è stato edu-cato un bambino, se arrecano pre-giudizio alla salute fisica o mentale o allo sviluppo integrale». Il cardinale Tauran ha quindi ri-levato come recentemente sia «stato anche sottolineato che la libertà di pensiero, di coscienza, di religione o di credo, comporta un’attenzione speciale alle persone appartenenti a minoranze religiose. Tali persone hanno il diritto di godere della pro-pria cultura, di professare e pratica-re la propria religione, e di usare la propria lingua, in privato e in pub-blico, liberamente, e senza ingeren-ze né discriminazioni qualsiasi». Però, ha affermato, «c’è ancora un grande divario tra la teoria e la pratica». Progressi non mancano, «soprattutto nei Paesi che sono sta-ti per anni sotto il giogo comunista. Ma la situazione è ben lungi dall’essere soddisfacente in alcuni Paesi ove la maggioranza della popolazione pratica l’islam o l’indui-smo, e anche nelle società secolariz-zate, dove la libertà religiosa tende ad essere concepita come un’opzio-ne personale insignificante per la vita delle città». La posizione della Chiesa cattoli-ca per quanto riguarda la libertà di religione è ben nota. La Dichiara-zione Dignitatis humanaedel conci-lio Vaticano II «rappresenta il testo di riferimento». Ed è stato Giovan-ni XXIII, nell’enciclica Pacem in ter-ris,a introdurre «la formula per cui ognuno ha il diritto di onorare Dio secondo il dettame della sua retta coscienza e di professare la religio-ne nella vita privata e pubblica, e questo è un diritto dell’uomo». In pratica i padri conciliari hanno guardato «in primo luogo la perso-na umana. Così, nella Dignitatis hu-manae, la prima parte si richiama alla ragione umana. Tale è la natura dell’uomo che cerca la verità, so-prattutto per quanto riguarda Dio. Quindi, la libertà di religione è in-scindibile dalla persona umana». «Nella seconda parte della Di-chiarazione Dignitatis humanae—ha proseguito il cardinale Tauran — è chiaro che il diritto alla libertà di religione non è un diritto che con-senta di decidere qualsiasi cosa in materia di religione, non è un dirit-to a professare l’errore. Si riconosce alla persona il diritto di disporre di uno spazio in cui far liberamente le proprie scelte. Anche l’aspetto co-munitario viene messo in risalto: autonomia delle comunità religiose che si reggono secondo il proprio diritto; diritto delle comunità di formare e designare liberamente i propri ministri; diritto di educare i propri membri e riunirsi liberamen-te; possibilità per i genitori di edu-care la prole secondo le proprie convinzioni». Poi, ha detto, «viene la menzione dello Stato. I pubblici poteri non possono né imporre né impedire un’adesione religiosa, né propagan-dare la distruzione del fenomeno religioso. Devono proclamare la li-bertà religiosa quale diritto civile, e garantirne l’effettivo esercizio. Ecco perché potranno limitare l’e s e rc i z i o della libertà di religione, qualora venissero lesi i diritti degli altri, o venissero minacciate la salute pub-blica e la morale pubblica. È in gioco la tutela del bene comune. Lo Stato deve osservare una neutra-lità: né indifferenza, né ostilità, né identificazione con una religione, né propaganda di un’ideologia anti-religiosa. Nel caso che una religio-ne, a causa della storia, abbia parti-colari legami con una Nazione, lo Stato potrà riservare un sostegno speciale a tale religione, ma senza che gli altri credenti vengano discri-minati, soprattutto quando appar-tengono a una minoranza. Se lo Stato non può decidere dei diritti dell’uomo, ma solo riconoscerli, non può neppure decidere della li-bertà religiosa, ma solo prendere at-to del fatto che una società è im-pregnata di principi religiosi». «La libertà di religione — ha spiegato — pone quindi il problema del ruolo delle religioni nella socie-tà. L’uomo è, per natura, religioso. Per l’etnologo, i primi rudimentali utensili e i riti sono il segno della comparsa dell’uomo. Il fatto reli-gioso non si riferisce solo al mondo futuro. È un elemento costitutivo del mondo di oggi, ed è una delle aberrazioni del laicismo moderno il pensare che un umanesimo possa fare a meno della spiritualità. Un mondo senza Dio è un mondo di-sumano. Basta ricordarsi delle aber-razioni del secolo scorso. Il fatto re-ligioso è parte integrante delle espressioni del genere umano. Il fatto religioso sotto qualunque for-ma esso si esprima. In fondo, tutte le religioni aiutano a comprendere come gli uomini abbiano ricono-sciuto Dio attraverso il creato». O vviamente, ha specificato, «il fatto giudeo-cristiano ci pone alla presenza di qualcosa di diverso. Non è un semplice culto, ma una testimonianza resa ad un evento che costituisce la storia: è Dio che fa irruzione nella storia. Le religioni sono un movimento dell’uomo ver-so Dio, mentre nel caso del giudai-smo e del cristianesimo, è Dio che va verso l’uomo: è una rivela-zione». Secondo il porporato «la libertà di religione riguarda anche concre-tamente l’uomo che in realtà è un animale religioso. In realtà, ci si pone due domande almeno una volta nella vita: esiste Dio? Cosa c’è dopo la morte? Per chi trova rispo-sta, si pone una seconda serie di domande che Kant ha sintetizzato così: che cosa posso conoscere? Che cosa devo fare? Che cosa pos-so sperare? Il diritto all’esistenza di società religiose in uno Stato è un diritto fondamentale che lo Stato è tenuto a rispettare nel suo stesso in-teresse. Certo, le Chiese operano in primo luogo per la religione, e lo Stato può essere indifferente a que-sto riguardo. Ma esse operano an-che per la civiltà, e questo non può non interessare lo Stato. Cittadini più coscienziosi, più inclini a parte-cipare alla vita sociale e culturale, più colti, più preoccupati della cosa pubblica, rappresentano innegabil-mente una risorsa». Intanto, ha rilevato, sta crescen-do la convinzione che all’umanità compete l’instaurazione di «un or-dine politico sociale ed economico che sempre più e meglio serva all’uomo, e aiuti i singoli e i gruppi ad affermare e sviluppare la propria dignità. Le religioni possono offrire un contributo non trascurabile e la Chiesa cattolica, in particolare, si pone all’a v a n g u a rd i a » . Proprio i cristiani hanno un ruo-lo in prima linea, «perché crediamo che l’uomo realizza la propria uma-nità quando si riceve da Dio; quan-do è consapevole della sua dignità, nella quale riconosce in sé e negli altri il sigillo di Dio che ci crea a sua immagine; che l’uomo è grande nella misura in cui fa della sua vita una risposta all’amore di Dio e al servizio dei fratelli». «Sì — ha aggiunto — noi siamo liberi per liberare tanti nostri fratel-li e sorelle incatenati da tanti idoli. Viviamo in un mondo, che certa-mente è magnifico, ma anche pieno di zone grigie; un mondo in cui l’uomo esplora i segreti dell’atomo e dello spazio, ma spesso è cieco sul senso della sua avventura; un mondo in cui l’uomo giustamente può vantarsi di tanti traguardi tec-nici, ma si domanda pure se potrà tenere sotto controllo tante scoper-te; un mondo in cui le comunica-zioni sono sempre più rapide, ma anche la solitudine è enorme; un mondo in cui la solidarietà si espri-me ogni tanto, non sempre purtrop-po, ma dove gli antagonismi e le guerre suscitano più violenza che concertazioni; un mondo in cui la pubblicità fa intravedere una vita migliore, ma la vita è così poco ri-sp ettata». Proprio «questo mondo così con-traddittorio — ha affermato il cardi-nale — è il mondo dove vivono gli uomini e le donne che Dio ama fe-delmente. Dio non ha tradito il suo progetto di alleanza, perché Cristo morto e risorto ci apre sempre una via. E noi proponiamo all’uomo di oggi di scoprirsi non a immagine e somiglianza di ciò che egli può im-maginare di più grande, ma di sco-prire il Dio–Amore. Sì, l’uomo di oggi deve scoprire che la sua digni-tà gli viene da un Altro». Ma «quando l’uomo è abbandonato al potere dell’altro uomo, quando tut-to ciò che pensa e fa, è a misura di uomo, tutto diventa disumano. Ec-co — ha concluso — perché noi pe-roriamo la causa dell’uomo integra-le, con la sua dimensione piena-mente umana e pienamente trascen-dente. Cerchiamo di mantenere aperta la porta della speranza, che altro non è che la porta dell’A m o re , col quale permettiamo ad altri di crescere, crescendo noi stessi. Nel mondo di oggi è il nostro primo dovere: mantenere aperta la porta della speranza».
© Osservatore romano - 29 agosto 2012