Università del dialogo

1-  mani verso il cielodi ENRICO DAL COVOLO

«Beato chi trova in te la sua forza, e decide nel suo cuore il santo viag-gio». Non potevano che essere le parole del Salmo 84 a ispirare il viaggio che ho compiuto in Medio Oriente dal 15 dicembre al 2 gen-naio scorsi. Il motivo di questo viaggio era la visita ufficiale a tre realtà accademiche collegate, a va-rio titolo, con l’Università Latera-nense. All’Institutum Utriusque Iu-ris è aggregato infatti l’Istituto Su-periore di Studi Giuridici dell’Uni-versità «St. Paul de la Sagesse» di Beirut. Ho visitato poi due centri affiliati alla Facoltà di teologia: in realtà è un’unica affiliazione, che ha pure una sezione distaccata. Si trat-ta del ciclo teologico istituzionale del Seminario del Patriarcato di Gerusalemme dei Latini, con sede a Beit Jala, nei Territori palestinesi. La sezione distaccata è invece il Se-minario missionario «Redemptoris Mater», che si trova a Tiberiade (Galilea), in Israele. Questi legami riflettono la di-mensione internazionale dell’ateneo del Papa, sempre più mosaico di identità e di culture differenti, com-posto da oltre sessanta sedi collega-te in tutto il mondo, e dislocate in venticinque Paesi. La finalità di questi collegamenti è quella di faci-litare lo scambio dei professori e degli studenti, di organizzare in modo condiviso eventi, congressi, iniziative scientifiche, e di promuo-vere la ricerca, anche attraverso lo scambio di libri e di sussidi. Si crea così una sorta di “rete universita-ria”, che è essenziale anzitutto per tenere viva quell’idea di università che ha ispirato il beato John Henry Newman e che, oggi, è tanto effica-cemente attualizzata da Benedetto XVI: l’università è chiamata a essere luogo di promozione della cultura autentica, terreno di dialogo inesau-sto tra fede e ragione. Abbiamo parlato di questo a Bei-rut (prima tappa del viaggio) con il Patriarca di Antiochia dei Maroniti, cardinale Béchara Boutros Raï, e con il Patriarca dei Siri, Ignace Youssif III Younan. Abbiamo condi-viso insieme l’urgenza che gli uni-versitari cristiani del Medio Oriente siano sempre di più dei testimoni credibili della fede in Gesù Cristo, attraverso un’esistenza piena di gioia e di speranza. Le giovani ge-nerazioni devono mostrare che la fede non è qualche cosa di astratto o di sentimentale o di privato. In particolare, gli universitari cristiani delle terre di Gesù hanno un’enor-me responsabilità. A duemila anni di distanza, essi devono testimonia-re efficacemente che egli è davvero il salvatore del mondo, nella fami-glia, nella scuola, nell’università, nelle parrocchie, nel lavoro, nella so cietà. L’ha detto bene il Papa nella sua esortazione apostolica Ecclesia in Medio Oriente, firmata proprio in Libano nello scorso mese di settem-bre: «Cari giovani», ha scritto Be-nedetto XVI, «non abbiate paura o vergogna di testimoniare l’amicizia con Gesù nella sfera familiare e pubblica» (n. 63). Allora — noi ve-scovi possiamo ripeterlo, come l’ab-biamo già detto al Sinodo sulla nuova evangelizzazione — i giovani non saranno più soltanto la speran-za del mondo, ma il presente di un mondo più giusto, più in pace. E proprio la pace è stata, insieme alla condizione giovanile, l’altro te-ma al centro dei vari incontri del viaggio. Dopo il Libano e una sosta di due giorni in Giordania (dove ho avuto modo di conoscere meglio un’università in fondazione, l’Ame-rican University of Madaba diretta dal Patriarcato di Gerusalemme dei Latini) sono giunto a Gerusalem-me. Nella città santa ho incontrato, tra gli altri, il Patriarca di Gerusa-lemme dei Latini, Fouad Twal, con il quale ho avuto modo di confron-tarmi sulla situazione sempre più difficile dei cristiani in Medio Oriente. Da Gerusalemme ho poi raggiunto i due centri affiliati alla Facoltà di teologia. Leit motivdi questi incontri è sta-to percepire, con stupore e consola-zione, la grande volontà di ricostru-zione e di pace. Ho percepito an-che l’impegno di voltare decisamen-te pagina rispetto a decenni di guerre e di distruzioni. Anche la preparazione accademica non è concepita in modo asettico. Nei no-stri centri essa è robustamente indi-rizzata a preparare persone capaci di inserirsi vitalmente e positiva-mente nell’ambiente sociale e politi-co, per poter portare la pace, la giustizia, i valori autentici. La voglia di studio, di ricerca, di inserimento fattivo nella società con evidenti intenti di pace è proprio il motore che sostiene le vite dei tanti universitari mediorientali che ho co-nosciuto durante il mio viaggio. Certo, si è trattato di un viaggio talvolta faticoso, ma suggestivo, che custodirò sempre nel cuore: un “santo viaggio”, durante il quale ho sperimentato ancora una volta la presenza provvidenziale e appassio-nata di Dio, incarnata nei luoghi, ma soprattutto nei volti di tanti giovani che ho incontrato.

© Osservatore Romano - 16 gennaio 2013