Spiritualità dietro le sbarre

un-sorriso-oltre-le-sbarreBIALYSTOK , 21. Non è un lavoro, perché per gli ortodossi dipingere, o meglio “scrivere”, un’icona è già una forma di preghiera. Tuttavia anche imparare l’antica arte di rea-lizzare le immagini sacre secondo la tradizione bizantina può diventare un prezioso strumento di pro-mozione sociale. Accade nella Po-lonia orientale, dietro le sbarre del-la prigione di Bialystok, dove con una pazienza degna appunto dei monaci ortodossi, una dozzina di detenute da qualche tempo si ci-menta con un originale progetto di reinserimento lavorativo. Un fatto insolito, quello di realizzare in car-cere icone ortodosse, tanto più in un Paese di radicata tradizione cat-tolica. E, forse, un segno ulteriore della rinnovata stagione di dialogo instauratosi tra cattolici e ortodossi, che, come si ricorderà, ha avuto impressa la sua svolta decisiva il 16 agosto dello scorso anno a Varsa-via, quando per la prima volta nel-la storia della Polonia, il Patriarca ortodosso di Mosca, Cirillo, ha in-contrato le autorità cattoliche locali per la firma di un messaggio co-mune. In quell’occasione il presi-dente della Conferenza episcopale polacca, l’arcivescovo di Przemyśl dei Latini, Józef Michalik, ebbe a sottolineare come la Madonna di Częstochowa, così cara all’identità cattolica del Paese, fosse la «Patro-na del dialogo avviato tra la Chiesa cattolica in Polonia e la Chiesa or-todossa russa». Un evento, che, in una recente intervista all’agenzia di stampa Interfax-Religion, il metro-polita Hilarion, presidente del Di-partimento per le relazioni esterne del Patriarcato di Mosca, ha indi-cato come il più importante del 2012. «Questa è la mia prima icona della Vergine», dice con orgoglio Malgorzata Zablocka-Jaronczyk, 47 anni, che si applica con la diligen-za della prima della classe per completare l’aureola della Vergine. «Non ho mai saputo dipingere, non mi ha mai troppo interessato. Eppure mi sembra di cominciare a fare progressi, sono abbastanza contenta di quello che faccio», af-ferma la donna che deve ancora passare otto anni dietro le sbarre, dopo averne già scontati altri otto per una condanna a ventiquattro anni, che le è stata poi ridotta di un terzo. «Si possono utilizzare due colori per fare l’aureola. Que-sto dà un grande effetto. Si tratta di una tecnica comune nelXVIIe XVIIIsecolo, praticata solo in Rus-sia per “scrivere” le icone», spiega ai suoi allievi Jan Grigoruk. Du-rante tutto il mese di dicembre, se-condo quanto riferisce l’agenzia France Presse, l’uomo, iconografo del Museo delle icone di Supraśl (cittadina che accoglie uno dei maggiori luoghi di culto ortodossi della Polonia) si è recato nel carce-re di Bialystok per tenere le lezio-ni. «Dite bene “scrivere”, perché nel linguaggio degli specialisti si dice scrivere e non dipingere un’icona», precisa. Oltre alla tecnica, egli insegna anche il linguaggio delle icone, la loro storia e la loro profonda simbologia. Un lavoro, che in qualche modo richiede an-che un coinvolgimento interiore e, perfino, un cambiamento spiritua-le. «All’inizio le detenute sono ve-nute ai corsi un po’ per passare il tempo, come ricompensa per la lo-ro buona condotta, perché la dire-zione ha dovuto scegliere tra più di settanta persone chi più lo meritava». È sorprendente vedere, però — aggiunge Grigoruk — come «tutti quelli che scrivono un’icona subiscano un cambiamento spirituale».

© Osservatore Romano 22-23 gennaio 2013