Per uno scambio di doni
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- Creato: 31 Gennaio 2013
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di Rossella FabianiMonsignor Hocevar traccia un'analisi molto precisa della situazione in cui si trova la Chiesa cattolica in Serbia ed è fiducioso che la conoscenza reciproca - che necessita non soltanto di molte preghiere ma anche di tanto studio - permetterà di sanare le ferite del passato e di scambiarsi reciprocamente i doni di cui l'Oriente e l'Occidente sono ricchi. "Oggi - afferma - la Chiesa cattolica in Serbia, parlando sociologicamente, è Chiesa di minoranza. E i cattolici appartengono a diverse nazionalità: sono ungheresi, croati, albanesi, di altre minoranze etniche, come tedeschi, slovacchi, cechi, bulgari, romeni e sloveni. Davanti a queste diverse nazionalità, lingue, culture e anche riti è importante creare un'unità nella diversità, assicurare l'identità naturale, ma anche quella spirituale. È importante aiutare questi popoli a vivere secondo i loro diritti naturali, di lingua e di cultura, e allo stesso tempo promuovere l'appartenenza a una Chiesa cattolica". Un compito non facile: "Le strutture della Chiesa cattolica che servivano a questa unità si trovavano, ai tempi della Iugoslavia, in Croazia, Slovenia, Bosnia, e così oggi i cattolici di Serbia, ma anche di Kosovo, Montenegro e Macedonia, sono rimasti senza le strutture ossia senza una sede per la conferenza episcopale, senza le scuole, senza i seminari e, dato che qui siamo minoranza, manca anche il personale adeguato per la realizzazione della missione della Chiesa cattolica. Se durante la Iugoslavia i cattolici erano la metà della popolazione, oggi siamo rimasti pochissimi. Ci troviamo in diaspora - spiega l'arcivescovo di Belgrado - e dobbiamo cercare nuove vie, sia per unirci tra di noi, sia per promuovere il dialogo nella Chiesa cattolica, nei rapporti con la Chiesa maggioritaria ortodossa, con le chiese di riforma, con i musulmani e con gli ebrei. Promuovere il dialogo è il nostro compito principale oltre a formare i nostri sacerdoti, religiosi e religiose, ma anche i fedeli a questa nuova situazione in modo da conservare l'identità ed essere promotori di un'integrazione europea, ma aperta al dialogo tra Oriente e Occidente", osserva il presule.
(©L'Osservatore Romano 1° febbraio 2013)