Un rifugio nelle chiese e nelle scuole di Gaza
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- Creato: 25 Luglio 2014
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GAZA, 25. Quasi 1.300 palestinesi, in maggioranza musulmani, sono rifugiati nella chiesa greco-ortodossa di San Porfirio a Gaza. Altri settecento hanno trovato riparo presso la chiesa cattolica della Sacra Famiglia. In questi giorni la loro sopravvivenza dipende in buona parte dalle iniziative di soccorso e assistenza messe in campo da Caritas Jerusalem. L’emergenza è impressionante: più di 130.000 persone che hanno dovuto lasciare le proprie case dall’inizio della nuova ondata di violenza. Finora i morti tra i palestinesi sono oltre 800 e migliaia i feriti ai quali i presidi sanitari della Striscia non riescono a prestare i soccorsi necessari. «I nostri diciotto operatori stanno lavorando senza sosta in quella situazione terribile. I nostri centri medici mobili operano nelle scuole.E vengono distribuiti kit di sopravvivenza alle famiglie», riferisce all’agenzia Fides padre Raed Abusahliah, direttore di Caritas Jerusalem, che assiste 16.000 p ersone. «Da ieri — aggiunge il sacerdote — abbiamo preso per una settimana la responsabilità dei rifugiati presenti nella chiesa ortodossa e nella scuola cattolica. Distribuiamo cibo e pasti caldi, latte e beni di prima necessità per i bambini, carburante per i generatori elettrici. Intanto, insieme con Caritas Internationalis, abbiamo lanciato un appello per progetti e iniziative a lungo termine da avviare immediatamente dopo il cessate il fuoco. Serviranno fondi per un milione e 130.000 euro. Ma già vedo arrivare adesioni da tutto il mondo, e anche in Terra santa soprattutto i giovani danno offerte alla Caritas per i fratelli di Gaza. È un flusso ininterrotto» . Anche Caritas Italiana — re n d e noto un comunicato — accogliendo la richiesta di aiuto rivolta alla rete internazionale, fa appello alla generosità di tutti. L’organismo italiano resta in costante contatto con Caritas Gerusalemme e sostiene gli interventi in atto mettendo a disposizione 100.000 euro. «È urgente che vi sia una pronta risposta solidale», sottolinea don Francesco Soddu, direttore di Caritas Italiana, aggiungendo che «resta comunque priorità ineludibile quella di deporre le armi». Sabato e domenica prossima in tutte le parrocchie di Giordania, Palestina e Israele si pregherà per il ritorno della pace e ci saranno raccolte di fondi a favore della gente di Gaza. Nei giorni scorsi — secondo quanto reso noto dal sito in rete del patriarcato di Gerusalemme dei Latini — una preghiera ecumenica per la pace è stata organizzata anche dal Sabeel Center per gli studi teologici presso la chiesa di Santo Stefano. All’incontro hanno partecipato quasi 250 persone, che hanno pregato per più di un’ora con fervore e intensità per chiedere il «cessate il fuoco» tra Israele e Hamas. Tra i fedeli in preghiera, anche il patriarca emerito di Gerusalemme dei Latini, Michel Sabbah, con il vescovo vicario generale William Hanna Shomali, il vescovo luterano Munib Younan, il vescovo ortodosso Atallah Hanna e molti sacerdoti e rappresentanti delle Chiese di Gerusalemme, così come autorità civili e diplomatiche, tra cui cinque ministri e un ex ministro dell’Autorità palestinese. Durante tutta la preghiera, condotta in diverse lingue, le candele sono rimaste accese, luci dalla fiamma fragile ma brillante, segno di una pace difficile da stabilizzare, ma ardentemente desiderata da coloro che la invocano. Nell’omelia monsignor Sabbah ha ribadito «l’assurdità della guerra» e ha invitato a cercare «una soluzione globale del problema». Infatti, «questa è davvero una guerra di reazione in cui si reagisce l’uno contro l’altro, ma che non risolve nulla», ha spiegato il patriarca emerito. E ha continuato, dicendo: «Siamo venuti a pregare il nostro Padre celeste, che ascolta la nostra voce e sa tutto. Egli è Padre di tutti, il Padre di chi uccide, e Padre di chi viene ucciso. La nostra preghiera ricorda a tutti coloro che uccidono e alle vittime che Dio è Amore e riposo. Questa lingua non può essere compresa dagli autori del male o dalle loro vittime, o anche a volte da noi stessi, ma è l’unica lingua che ci dà la salvezza». Ai tanti appelli per la pace si è aggiunto in queste ore anche quello dell’Unione buddista italiana, le cui «preghiere sono rivolte a tutti coloro che soffrono della violenza delle armi e ai governanti dei popoli di Israele e della Palestina affinché riescano ad arrivare al cessate il fuoco e alla riconciliazione».
© Osservatore Romano - 26 luglio 2014