Spiragli in Pakistan per più ampie libertà religiose
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- Creato: 07 Agosto 2009
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Islamabad, 7. Dopo le reazioni di protesta e le sollecitudini per garantire una maggiore sicurezza alla comunità cristiana in Pakistan, ieri, dalle autorità governative è giunto un primo e concreto segnale di risposta. Il primo ministro del Paese, Yousuf Raza Gilani, in visita a Gojra, nel Punjab, ha annunciato che si sta pensando a una revisione delle leggi che "mettono a repentaglio l'armonia religiosa". Senza citarla direttamente, il primo ministro si sarebbe comunque riferito alla legge sulla blasfemia. In Pakistan vige una legge penale che condanna "quanti con parole o scritti, gesti o rappresentazioni visibili, con insinuazioni dirette o indirette, insultano il sacro nome del Profeta Maometto". In pratica la normativa è stata spesso usata in maniera abusiva per colpire con accuse ingiuste le minoranze.
Gilani ha affermato che "i cristiani hanno parità di diritti in Pakistan e le autorità statali hanno la responsabilità di proteggerli". Un apposito comitato vaglierà tali leggi e sarà composto dal ministro per le Minoranze, da quello per gli Affari Religiosi e da esperti costituzionalisti. Nella visita al villaggio di Gojra, il primo ministro ha anche evidenziato che per indennizzare la popolazione colpita dagli attacchi degli estremisti islamici occorreranno oltre due milioni di dollari, di cui la metà verrà messa a disposizione dal Governo.
Infine, Gilani ha rassicurato sul proseguimento delle indagini per individuare i colpevoli degli assalti a Korian e Gojra. Il Governo ha avviato un'inchiesta sugli scontri che sarebbero stati provocati da un gruppo di estremisti islamici legato ad Al Qaeda. Funzionari dei servizi investigativi - in base a quanto ha riferito da una fonte locale - stanno interrogando cinque persone arrestate per istigazione alla violenza. Nel Paese asiatico, dove la comunità cristiana ha subito nell'ultimo fine settimana due assalti nei villaggi di Korian e Gojra, che hanno causato distruzioni e morti, si apre dunque uno spiraglio in materia di libertà religiosa. Il Pakistan, si ricorda, è abitato da centosettantacinque milioni di cittadini, di cui il 95 per cento sono musulmani.
I tentativi di riformare la legge sulla blasfemia finora non hanno prodotto alcun risultato, nonostante le molteplici richieste in tal senso giunte anche dalla Chiesa cattolica. Nei giorni scorsi presso il Karachi Press Club, si è svolta una conferenza stampa, alla quale ha partecipato, tra gli altri, l'arcivescovo di Karachi, Evarist Pinto, il quale ha espressamente chiesto al Governo pachistano di abolire la legge sulla blasfemia. Precedentemente, a tale proposito, era intervenuto anche l'arcivescovo di Lahore, Lawrence John Saldanha. "Chiediamo - ha detto l'arcivescovo Saldanha - l'abolizione della legge sulla blasfemia e di quella sugli hudud, le punizioni previste dalla legge islamica, che spesso colpiscono le minoranze. Queste prevedono il taglio delle mani o anche la lapidazione per le donne. Ne chiediamo l'abolizione, anche se la legge è stata applicata raramente".
L'intolleranza religiosa, intanto, ha provocato un'altra vittima: un gruppo di operai inferociti - secondo quanto riferisce l'agenzia AsiaNews - ha assalito un fabbrica, uccidendo il proprietario e altre due persone. Il fatto è avvenuto nell'area dei villaggi di Muridke e Sheikhupura, nei dintorni della città di Lahore. Sebbene l'esatta dinamica della violenza sia ancora da appurare, sembrerebbe che la morte dell'uomo sia da imputare alla profanazione del Corano. Un operaio è entrato nella fabbrica è ha visto l'imprenditore che rimuoveva dalle pareti di una stanza un vecchio calendario, con impresse delle citazioni tratte dal Corano. L'operaio ha quindi incolpato l'imprenditore di dissacrare il libro sacro e ha richiamato l'attenzione di altri colleghi, accusando l'uomo di blasfemia. Da qui l'aggressione e l'omicidio dell'imprenditore
Nel Paese, dunque, nonostante le rassicurazioni del Governo, tra i cristiani permane però la paura. Un clima di "calma apparente" regna nei villaggi della regione del Punjab, l'epicentro delle violenze anticristiane, perché si temono ulteriori violenze e, quindi, la tensione resta ancora alta. Le organizzazioni cristiane continuano a promuovere manifestazioni per richiamare l'attenzione sulla necessità di tutelare i diritti delle minoranze. Dopo i cortei che hanno già sfilato nelle strade e nelle piazze delle città di Quetta e Lahore, per l'11 agosto è prevista una manifestazione organizzata dal National Council of Churches in Pakistan (Nccp), organizzazione aderente al World Council of Churches (Wcc). Il segretario dell'Nccp, Victor Azariah, ha evidenziato, commentando l'iniziativa, che "occorre levare in alto le nostre voci". Il segretario generale del Wcc, Samuel Kobia, in una lettera inviata nei giorni scorsi al presidente della Repubblica pachistana Asif Ali Zaradari, ha fra l'altro scritto di considerare "il massacro avvenuto a Gojra e gli attacchi che sono avvenuti precedentemente come un elemento di grave preoccupazione".
In Pakistan, tra paure e speranza, si è comunque mossa "la macchina" della solidarietà. Nei villaggi abitati dai cristiani si contano i danni delle distruzioni e la popolazione ha necessità di aiuti. La Act International, un'organizzazione che riunisce comunità religiose e agenzie umanitarie, ha reso noto che sta predisponendo un programma di assistenza per gli abitanti del villaggio di Gojra che hanno perduto la casa. Inoltre la Act International ha provveduto a stanziare 60.000 dollari per fornire cibo e altro materiale alla popolazione.
In un'altra area del Pakistan invece, la valle dello Swat, teatro nei mesi scorsi di feroci scontri tra i talebani e le forze governative, è in atto il progressivo ritorno a casa di migliaia di famiglie cristiane e sikh. Secondo fonti governative, almeno 177.610 rifugiati, che avevano trovato riparo nella zona di Malakand, hanno già fatto rientro nei propri villaggi dai quali erano fuggiti a causa dei bombardamenti. Anche altre 350 famiglie, che prima si trovavano nelle zone di Mardan e Peshawar hanno potuto fare ritorno a casa.
(©L'Osservatore Romano - 8 agosto 2009)