La Siria che non ti aspetti

SIRIA -Comunione a Damascodi Maria Teresa Pontara Pederiva | 21 maggio 2012

La testimonianza di padre Paolo Dall'Oglio: «Se imparassimo a leggere il mistero della Chiesa nell'esclusione, e non solo nell'elezione, le cose si illuminerebbero con altra luce»

"Il volto umano della Siria": abbiamo titolato così al settimanale diocesano la cronaca di un pomeriggio fuori dal comune. Perché, a poco più di un anno dalla Primavera araba, non è così scontato poter parlare con i protagonisti, in diretta. I luoghi comuni, i pregiudizi, le inesattezze - quando non diventano falsità - spesso si sprecano, ma se hai di fronte chi ti racconta la propria esperienza, chi cerca di farti entrare in un mondo che puoi conoscere solo da lontano, mentre sei comodamente seduto su una poltrona del Palazzo, forse qualcosa si muove dentro di te. E non occorrono immagini, basta il racconto, un torrente di parole che non ti aspettavi e il mosaico prende forma.

L'hanno chiamata Officina Medio Oriente: un'iniziativa della Provincia in collaborazione con la diocesi - il nostro vescovo viene dalla carriera diplomatica - e una trentina di associazioni, in prima fila la Croce Rossa. Una settimana di eventi per riflettere su quella parte del mondo che sta ancora vivendo nel dramma, e non se ne conosce l'epilogo. Il Trentino storicamente ha sempre rappresentato una sorta di passaggio tra il mondo mediterraneo e il nord Europa, ed è stato crocevia di popoli in transito o in arrivo, come le tante famiglie croate, bosniache, slovene, e poi ceche e boeme che giungevano dai confini dell'Impero, e soprattutto non dimentica gli anni della povertà e dell'emigrazione. La vocazione al "diverso" da incontrare è innata, e si trasmette con le generazioni. E con il Medio Oriente è un impegno che va avanti da anni.

Così via telefono eccoci in contatto con Elsayed, giovane traduttore freelance, cui hanno sparato due volte alla testa nel corso delle manifestazioni in piazza Tahir a Il Cairo. Un collegamento breve, ma è abbastanza netta la sua richiesta - mentre ripete le parole della rivoluzione, "pane, libertà e giustizia sociale" - "ci sentiamo abbandonati dall'attenzione internazionale. Siamo nel mezzo della transizione verso la democrazia, ma abbiamo bisogno di voi: che i media vengano qui a vedere, a testimoniare ... siete stati fondamentali nelle prime settimane, e adesso dove siete?".

Con padre Paolo, invece, il dialogo si allunga, sorretto anche dalle domande di Stefano Femminis - direttore di Popoli (e firma di Vino Nuovo), la rivista internazionale dei gesuiti. Perché Paolo Dall'Oglio è uno di loro: origini romane, classe 1954, dal 1991 vive in un antico monastero ristrutturato grazie al suo coraggio e agli aiuti che è riuscito a raccogliere. E Deir Mar Musa - dal nome della località a un'ottantina di chilometri a nord di Damasco - ospita anche una comunità monastica mista che, non senza qualche fatica, ha ottenuto l'approvazione vaticana. Due anni fa, alla prima edizione dell'Officina, era approdata a Trento suor Houda monaca laggiù, ma ci sono stati anche trentini che hanno fatto il viaggio inverso per vivere una straordinaria esperienza di convivenza pacifica fra etnie e religioni e portare solidarietà concreta.

L'esperienza di Deir Mar Musa ora è narrata in un libro, che raccoglie cinque anni di interventi di p. Paolo sulla rivista Popoli, un libro che vuole raccontare - come spiegava Stefano - una storia di amicizia e dialogo fra islam e cristianesimo. Promozione della giustizia, inculturazione, dialogo interreligioso/ecumenico e dialogo tra Chiesa e mondo: sono queste le tre dimensioni dell'attenzione internazionale dei gesuiti cui si aggiunge il concetto di frontiera, anche simbolica, dove si incontrano le diversità.

Ma Deir Mar Musa - dove gli aiuti trentini hanno permesso, tra altro, la costruzione di un caseificio - è molto di più. E' un luogo che testimonia di una convivenza possibile, una realtà che supera l'immaginazione, come spesso ci ha ricordato il nostro arcivescovo.

E, soprattutto in questo periodo, ci racconta appunto del volto umano della Siria, che non parla di guerra, violenze, estremismo, ma pronuncia parole di pace. Perché i siriani residenti in Trentino - tra cui l'imam, di professione medico di base - ricordano quanto accadeva di norma alla scuola elementare laggiù, dove i cristiani uscivano all'ora di religione islamica per seguire la "loro" lezione (e noi qui non ci siamo ancora arrivati, anzi siamo capaci di innalzare steccati se viene richiesto un luogo di culto per altre religioni ...).

Farebbe bene a molti leggere quanto scrive p. Paolo sulla Siria che non ti aspetti, perché a troppi fa comodo che "passi" altro e alimentare così uno scontro di civiltà. "Non fate di ogni erba un fascio", raccomandava padre Pizzaballa, Custode di Terra Santa, a Bruxelles la settimana scorsa.

"Avevo scoperto che i cristiani se la passavano molto meglio nella repubblica islamica di Siria che nella laica Turchia affiliata alla Nato", scrive il giornalista Paolo Rumiz nella prefazione, mentre confessa di aver incontrato anni fa "la presenza di un messaggio cristiano più limpido, cristallino, vicino alla sua fonte originaria" proprio man mano che si allontanava da Roma e giungeva in quelle terre lontane, dove il cristianesimo è minoritario ...

Il perché del titolo del libro - La sete di Ismaele - lo spiega p. Paolo, come all'inizio della sua rubrica: esiste un dramma degli esclusi, il dramma morale del non essere eletti che prende il via dalla vicenda di Abramo. Ismaele è il figlio che Abramo aveva avuto da Agar, la serva, poi scacciata per la gelosia di Sara. "Se imparassimo a leggere il mistero della Chiesa nell'esclusione, e non solo nell'elezione, allora le cose si illuminerebbero con altra luce. Perché nella logica evangelica è l'escluso che diventa l'eletto".

Abramo dà a Agar pane e acqua (e non sono forse i sacramenti?), mentre la misteriosa assenza del vino ci parla tanto dell'islam, ma nessuno dei padri della Chiesa ci ha mai pensato, dice Dall'Oglio, perché Agar era solo la maledetta, la madre dei musulmani. Così il grido e il pianto di Ismaele sono il grido e le lacrime di tutti gli esclusi.

E a quegli esclusi p. Paolo ha dedicato la sua vita di religioso. Le sue preoccupazioni per quella porzione di mondo così strategica per il futuro del dialogo tra le religioni, dove la comprensione di una diversità può rivelarsi fratellanza: sulla terrazza del monastero - per secoli già crocevia di popoli e religioni - è innalzata la "tenda di Abramo" e lì si prega, ciascuno il suo Dio, ma per tutti è solo questione di termini e non di sostanza e, alla fine, sarà "il vino dell'amicizia" a riscaldare i cuori ormai in pace.

Deir mar Musa, la testimonianza di una "sponda", magari una "spiaggia" di dignità umana interreligiosa e interculturale. E, prendendo ancora a prestito le parole di p. Paolo, il sentiero che conduce alle celle dei monaci sembra "la metafora giusta d'un umano dove i due pedali dell'ascesi e della fraternità spingono la bicicletta dell'anima (magari una mountain bike) verso le piste più coraggiose dell'amore di Dio e del prossimo".

Paolo Dall'Oglio, La sete di Ismaele. Siria, diario monastico islamo-cristiano, prefazione di Paolo Rumiz, Gabrielli Editori 2011.



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