Primavera araba e crisi egiziana nel libro “Medio Oriente. Una storia dal 1991 a oggi”
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- Creato: 28 Maggio 2012
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Gli Accordi di Oslo, gli attentati dell’11 settembre 2001, la "primavera araba". Sono soltanto alcune tappe della storia mediorientale più recente, ripercorse nel libro “Medio Oriente. Una storia dal 1991 a oggi” di Marcella Emiliani, mediorientalista e giornalista. Il testo, pubblicato da Editori Laterza, fa seguito al precedente “Medio Oriente. Una storia dal 1918 al 1991″. Inevitabili i riferimenti all’attualità, come per esempio i giochi elettorali in nord Africa, a cominciare dall’Egitto. Dopo il primo turno delle presidenziali, si va verso il ballottaggio del 16-17 giugno tra Mohammed Mursi, candidato della Fratellanza musulmana, e l'ex primo ministro del regime di Mubarak, Ahmed Shafik. Presentati numerosi ricorsi contro le operazioni di voto, in particolare da Hamdin Sabbahi, candidato del partito di sinistra al-Karamah, che ha denunciato molte "violazioni" ai seggi. Mentre si attendono per queste ore i risultati ufficiali del primo turno di mercoledì e giovedì scorsi, la partita sembra disputarsi tra un islamico conservatore e un esponente del passato regime. Di fatto, tale sfida chiude la stagione di piazza Tahrir? Giada Aquilino ho ha chiesto a Marcella Emiliani:R. – Apparentemente sì, perché Mursi e Shafik sono due personaggi già consumati agli occhi di quei giovani scesi in piazza per cacciare Mubarak. Il più compresso è certamente Shafik, perché è stato primo ministro: tra l’altro, era stato eliminato dalla Commissione elettorale, poi ha fatto ricorso ed è stato riammesso alla tornata di consultazioni. Ora, il problema è vedere perché il voto degli egiziani si sia concentrato su Shafik, un personaggio ben poco appetibile: c’è chi dice che tutta la parte secolarizzata della società non voglia uno strapotere dei Fratelli musulmani. Mursi è il segretario generale del Partito “Giustizia e libertà”, quello che è stato creato dai Fratelli musulmani, i quali – con le legislative – hanno già acquisito quasi il 50 per cento dei seggi in Parlamento. Se Mursi vincesse le elezioni, i Fratelli musulmani avrebbero fatto l'en plein: metà del parlamento e il presidente. C’è sempre, però, un grande punto interrogativo, perché non essendo stata ancora scritta la Costituzione non si sa quali siano i poteri del capo dello Stato: sarà un presidente esecutivo o puramente cerimoniale? Su tutto poi c’è sempre l'incognita di come i militari digeriranno sia un'eventuale vittoria di Mursi, sia un’eventuale affermazione di Shafik.
D. – Il ruolo dei militari, allora, quale potrebbe essere?
R. – Se il candidato non dovesse essere a loro congeniale, sarebbe quello di rallentare la consegna dei poteri. Se, però, nel frattempo dovessero scoppiare moti di piazza – e abbiamo visto che in occasione del primo turno delle presidenziali ci sono stati disordini, durante i quali la Polizia è intervenuta pesantemente – ecco che allora i militari avrebbero mano libera per dire: “Il Paese è instabile e noi rappresentiamo l’unica garanzia di stabilità”.
D. – L’opposizione emersa dalla piazza non è riuscita a produrre un candidato unico. Verso dove si proietta, ora?
R. – La rabbia giovanile non fa che crescere: basta collegarsi con tutta la rete, con Twitter e Facebook, per rendersi conto che i giovani sono molto arrabbiati e lo sono molto più di prima. E questo anche per un altro motivo: tutti i candidati che si sono presentati alle presidenziali hanno fatto ricorso a slogan davvero generici, ma non a quelli che sono i problemi che interessano i giovani e la maggioranza della popolazione, ossia verso quale tipo di economia, di giustizia sociale, di lotta alla corruzione, di equità si sta avviando l’Egitto. Tra i candidati che si sono presentati, Shafik non è certo una garanzia di cambiamento, mentre per quanto riguarda Mursi il punto interrogativo è grande, perché il credito dei Fratelli musulmani riguarda sicuramente tutta quell’azione di welfare sociale che hanno sempre sostenuto quando lo Stato ha fatto poco o nulla per la popolazione più povera. Ma una volta al governo? Questo è veramente un grande interrogativo. I Fratelli musulmani, tra l’altro, fino a oggi non hanno mai chiarito in che misura la sharia - la legge islamica - sarà base del futuro legislativo. Quindi, diciamo che i candidati sono poco appetibili per quella che è la popolazione che ha dato vita a piazza Tahrir: i programmi sono assolutamente fumosi, c’è una grande emergenza economica - che viene pagata soprattutto dai giovani - l’ombra dei militari pesa su tutto e la Costituzione è ancora un grande punto interrogativo. Altro che cantiere è l’Egitto: è una fonte di inquietudini, più che di rassicurazioni.
© www.radiovaticana.org - 28 maggio 2012