Per fermare l’esodo di cristiani dalla Terra Santa
- Dettagli
- Creato: 21 Maggio 2013
- Hits: 1143
GERUSALEMME, 21. «Aiutateci a camminare da soli». È l’appello che Caritas Gerusalemme rivolge agli organismi simili sparsi nel mondo. A lanciarlo è don Raed Abusahliah, per dieci anni parroco di Taybeh, l’antica Ephraim, villaggio della Cisgiordania — l’unico interamente cristiano della regione — e da due mesi segretario generale di Caritas Gerusalemme. Nei giorni scorsi, il sacerdote è stato in Italia per presentare i progetti di Caritas Gerusalemme e convogliare su di essi l’interesse di parrocchie, diocesi e della stessa Caritas italiana. In particolare, l’attenzione è rivolta alla promozione dei gemellaggi tra le venti parrocchie cattoliche della regione e le diocesi italiane. «Ogni diocesi pellegrina in Terra Santa — spiega don Abusahliah — andrà a visitare questa parrocchia per conoscerla e aiutarla in caso di bisogno. Un progetto semplice di sviluppo che permetterebbe ai nostri cristiani di camminare da soli». Sì perché, come riferisce l’agenzia Sir, don Abusahliah punta tutto sullo sviluppo, vuole che le comunità cristiane di Terra Santa siano messe nelle condizioni di poter camminare con le proprie gambe. «From charity to development» (dalla carità allo sviluppo) è il suo slogan. «Questo è il futuro. Se non faremo così resteremo mendicanti con licenza per sempre. E noi non vogliamo elemosinare per l’eternità». Per questo motivo, continua, «chiediamo alle Caritas del mondo di aiutarci a camminare da soli. Vogliamo rialzare la testa e darci da fare per la giustizia e il diritto e per restare nella nostra terra da uomini lib eri». La principale preoccupazione è quella di arrestare l’emorragia dei cristiani dalla Terra Santa, la terra di Gesù. Per fare questo occorre dare possibilità concrete di vita alla giovani famiglie. «Abbiamo un’attività di microcredito — sottolinea il sacerdote — per finanziare piccoli progetti di sviluppo, prestiti per studenti universitari e per ristrutturare vecchie abitazioni da dare a giovani coppie. Per ciò che riguarda le abitazioni, bisogno primario per i nostri cristiani, abbiamo intenzione di proporre dei piccoli progetti per ogni villaggio e favorire la costruzione di case attraverso la concessione di prestiti con interessi molto bassi». Lavoro, casa e famiglia sono, insomma, le tre parole chiave che vanno tenute presenti se si vuole mantenere la presenza cristiana in Terra Santa. Dal 1990 Caritas Gerusalemme è presente nella Striscia di Gaza, dove tra estreme difficoltà vivono un milione e mezzo di persone. Tra loro una esigua minoranza cristiana, circa 1.600 fedeli, vale a dire 470 famiglie. I cattolici sono solo 200, una minoranza della minoranza. «Il nostro impegno — aggiunge don Abusahliah — è quello di assistere questo piccolo gregge cristiano per farlo restare nella sua terra. A Gaza, infatti, non si trova lavoro, hanno difficoltà a uscire dalla Striscia poiché privi di permesso e quando possono uscire, nei periodi di Pasqua e Natale, non vi fanno rientro e restano a Betlemme e Ramallah». Nell’autunno dello scorso anno la Caritas ha lanciato un appello, che ha fruttato l’equivalente di 500.000 euro, per raccogliere fondi per fornire cibo a più di mille famiglie, anche musulmane, per dare un bonus di 200 euro ad altre duemila che hanno avuto l’abitazione distrutta dalle bombe e per fornire assistenza sanitaria ai bambini traumatizzati e attrezzature mediche e medicinali agli ospedali della Striscia. Alla raccolta hanno contribuito le Caritas di Spagna, Corea del Sud, Nuova Zelanda e Giappone. Il tutto nell’ottica di favorire lo sviluppo autonomo della popolazione locale. Sempre in questa prospettiva e, dunque, per favorire la frequenza scolastica, la Caritas Gerusalemme offre numerose borse di studio. «Lo scorso 8 maggio — prosegue — ne abbiamo distribuite 1.030, per un totale di 300.000 euro, ad altrettanti studenti bisognosi di ventidue scuole cristiane, non solo cattoliche, della zona di Betlemme. Il tutto è stato reso reso possibile da Caritas Cile. Il prossimo passo sarà quello di estendere il programma ad allievi di villaggi dell’area di Ramallah, come Taybeh, Jifna, Aboud, Birzeit e Ain Airik». Nella città di Gerusalemme la Caritas opera soprattutto nel campo dell’assistenza sociale rivolgendosi ai nuclei familiari poveri, agli anziani, ai disabili, ai tossicodipendenti e agli alcolisti. «Nella Città Vecchia opera dal 1998 un centro di recupero per i drogati. Lo spaccio e il consumo di droga è un fenomeno in crescita. Nel centro — conclude il sacerdote — i nostri operatori sociali lavorano per i drogati e le loro famiglie, per la prevenzione con incontri in 32 scuole e per la formazione di nuovi operatori. Ora l’Autorità palestinese ci ha chiesto di fondare un secondo centro di riabilitazione e cura a Ramallah e ci ha donato un terreno a questo scopo».© Osservatore Romano - 22 maggio 2013