Come sacerdoti dell’unica Chiesa
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- Creato: 08 Novembre 2013
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BAGHDAD, 7. La Chiesa non è un’azienda e nemmeno un’organizzazione umanitaria, e i preti sono i servi e i pastori della comunità e non dei funzionari. È dedicata principalmente alla figura del sacerdote la lettera che il patriarca di Babilonia dei Caldei Louis RaphaëlI Sako ha indirizzato nei giorni scorsi al suo clero. «Ricordatevi sempre che siete sacerdoti» e per questo «vi invito a pensare alla meravigliosa missione alla quale siete chiamati», ovvero a essere parte di «un’unica Chiesa che è santa, apostolica e universale», si legge nella missiva che il presule caldeo ha scritto in occasione dei suoi dieci anni di episcopato e — viene ricordato — a nove mesi dal suo ingresso alla guida del patriarcato e nell’approssimarsi della chiusura dell’Anno della fede. Il documento segue e, in un certo senso, intende completare la riflessione incominciata dallo stesso Sako con una prima lettera inviata al clero nel maggio scorso nella quale si ricordava come l’unità sia un bene fondamentale per una Chiesa, come quella caldea, che in Iraq è «ferita e disp ersa».In questa prospettiva il patriarca caldeo torna a ricordare i punti cardine del programma delineati a inizio mandato, ovvero «autenticità, unità e rinnovamento nello Spirito e nella Verità», e ringrazia quanti lo hanno sostenuto. «Non temo nessuno e resterò fedele alla mia vocazione e ai miei principi, qualsiasi siano le sfide e le critiche; perché non vi è vita, senza sfide». Il documento ricorda quindi che «la Chiesa non è una organizzazione non governativa o un gruppo della società civile», ma è profondamente diversa, perché «il suo nucleo essenziale è Cristo». Infatti, «la Chiesa è ecumenica e inclusiva per natura» e «se si chiude perde la sua vera identità». In questa ottica, si auspica che il cammino «iniziato nove mesi fa sia foriero di frutti», così come l’ascesa al soglio petrino di Papa Francesco, che rappresenta un invito alla «vicinanza al Vangelo» e all’unità in nome «della verità e della giustizia». Anche per questo, Sako sottolinea che il compito dei sacerdoti è di essere «servi», non principi, «anche se la vocazione arriva dal cielo». Infatti, «dobbiamo essere interamente e totalmente devoti a Cristo e alla sua Chiesa, altrimenti non ha senso la nostra consacrazione». E, richiamando le parole di Papa Bergoglio, sottolinea che la vera dignità consiste «nel servizio», mentre la condizione di sacerdoti «non è garanzia di immunità», ma è un monito ulteriore a essere fermi per ciò che concerne «la morale, qualsiasi sia la posizione occupata all’interno della gerarchia». Richiamo che si estende al denaro e ai beni materiali dai quali, avverte il patriarca, «non dobbiamo farci sedurre»; per questo è necessaria la massima «trasparenza» nella gestione dei fondi, che deve essere affidata a «laici onesti» che hanno «esperienza in materie economiche, non a vescovi o sacerdoti». Il patriarca caldeo auspica infine il «ritorno dei monaci nei loro monasteri», per una vita dedita a povertà, castità, obbedienza, in un’ottica di comunità che prega, medita e lavora. «La vita in un monastero non è fatta di isolamento», perché «la vita comune rafforza lo spirito; e la grazia di vivere insieme agevola un migliore servizio a Dio e garantisce una vocazione pura». Da qui l’invito a essere «testimoni gioiosi» di Cristo, nutrimento «per voi stessi, per i vostri fratelli e i fedeli». Infatti, «la Chiesa caldea è chiamata alla santità, non arrendiamoci all’indolenza o alla frustrazione a causa della realtà attuale».
© Osservatore Romano - 8 novembre 2013