Per il bene di tutto il Libano
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- Creato: 14 Giugno 2014
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BEIRUT, 14. Forte preoccupazione per la situazione socio-politica del Libano, nel delicato quadro dello scacchiere mediorientale, è stata espressa dal cardinale patriarca di Antiochia dei Maroniti, Béchara Boutros Raï. Aprendo, presso la sede patriarcale di Bkerké, l’annuale sinodo della Chiesa maronita, il patriarca Raï ha lanciato un nuovo allarme sullo stallo che da settimane ostacola l’elezione del successore di Michel Sleiman alla presidenza della Repubblica libanese, tenendo di fatto bloccata la vita istituzionale del Paese dei cedri in un momento di passaggio assai critico per il Medio oriente. In particolare, il porporato maronita ha detto che il ritardo nell’elezione di un nuovo presidente libanese rappresenta «una violazione inammissibile della Costituzione e del patto nazionale».Il patriarca ha quindi invitato a pregare affinché i parlamentari «eleggano un nuovo presidente», ribadendo che nessuno ha diritto a paralizzare le istituzioni, la cui salvaguardia deve prevalere «su tutte le considerazioni individuali e settarie, così come su tutti i diritti acquisiti». Il sinodo maronita, dopo alcuni giorni di preghiera e ritiro spirituale, entrerà nella sua fase operativa dal 16 al 19 giugno, e, secondo alcune anticipazioni, certamente non mancherà di soffermare l’attenzione anche sull’impasse che continua a deteriorare il quadro politico libanese. Dal marzo scorso, infatti, i due principali gruppi politici del Paese — la Coalizione 8 marzo e la Coalizione 14 marzo — non trovano un consenso unitario su chi eleggere al posto di Sleiman, il cui mandato presidenziale è terminato il 25 maggio. Secondo il complesso equilibrio istituzionale libanese, fondato sul Patto nazionale del 1943, che distribuisce le cariche istituzionali tra i rappresentanti politici appartenenti alle diverse comunità religiose, la carica di presidente della Repubblica è riservata infatti a un cristiano m a ro n i t a . Già nelle scorse settimane lo stesso patriarca aveva lanciato l’allarme sugli effetti destabilizzanti che avrebbe per tutto il Libano, e soprattutto per i cristiani, il vuoto di potere causato dalla mancata elezione del nuovo presidente della Repubblica. «Il temuto vuoto nella presidenza, per il quale qualcuno sta lavorando», ha detto, «è respinto da noi e dal popolo libanese perché rappresenterebbe una sfida al Patto nazionale e alla Costituzione» ed «eliminerebbe una componente essenziale di questo Paese, che è la componente cristiana». In questo quadro, circa un mese fa, lo sceicco Mohammad Rashid Qabbani, gran mufti della Repubblica libanese e massima autorità dell’islam sunnita nel Paese dei cedri, ha redatto un progetto di patto islamo-cristiano come contributo alla promozione della convivenza pacifica nella nazione, e ne ha sottoposto i contenuti al patriarca Raï. L’intento dichiarato del patto proposto dal gran mufti è quello di proteggere la nazione libanese e il suo popolo, formato da cristiani e musulmani. In alcune dichiarazioni rilasciate ai media libanesi dopo l’incontro, Qabbani ha allargato l’orizzonte, affermando che gli attacchi contro i cristiani nel mondo arabo rappresentano una «strategia organizzata per distruggere le relazioni tra cristiani e musulmani nella regione», e aggiungendo che «quando i cristiani vengono attaccati in Libano, da qualsiasi parte giunga l’attacco, ciò rappresenta un’offesa diretta anche ai musulmani».
© Osservatore Romano - 15 giugno 2014