Caritas irachena in soccorso agli sfollati
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- Creato: 24 Giugno 2014
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Da oltre dieci anni Caritas Iraq opera in una situazione di violenza e insicurezza, ma grazie alla diffusione dei suoi centri in tutto il Paese riesce a portare aiuti concreti. Anche la Caritas italiana si unisce a quanti chiedono che tacciano le armi e, per continuare a sostenere gli sforzi della Caritas locale, rilancia l’appello alla solidarietà. Nei giorni scorsi il vescovo ausiliare di Baghdad dei Caldei, monsignor Shlemon Wardun, ha chiesto alla comunità internazionale un intervento affinché venga fermato il commercio delle armi. Il presule ha sottolineato che «l’Iraq ha bisogno di pace». Un grido, però, che cade nel vuoto. La violenza, infatti, che non è mai veramente cessata, come confermano i continui attentati contro i civili, ha trovato nuovo vigore nelle ultime settimane con l’offensiva lanciata dalle milizie radicali dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. Questo gruppo, nato in Siria, agisce ora in Iraq. Gli operatori di Caritas Iraq, che da diverso tempo sono attivi a sostegno dei rifugiati siriani entrati nel Paese, si trovano ora ad aiutare anche gli sfollati iracheni alla ricerca di un riparo sicuro. Migliaia di famiglie sono accolte da parenti e amici, dove possibile, ma la maggioranza dorme nelle scuole, nelle moschee, in tende e in edifici in costruzione. Diversi gruppi cercano di fuggire, ma i cristiani sono i più svantaggiati: sono una minoranza dovunque e non c’è nessun luogo dove possano sentirsi veramente al sicuro. Almeno dodicimila famiglie, circa sessantamila persone, sono attualmente rifugiate in Kurdistan. Stessa sorte per la piccola comunità cristiana di Erbil costretta a trovare rifugio nelle tende. Intanto, il patriarcato caldeo ha lanciato un appello a «tutte le persone di buona volontà», perché sia raggiunta una «soluzione politica» al conflitto iracheno. In un comunicato — diffuso dall’agenzia AsiaNews — la leadership cattolica locale sprona le parti in causa «all’uso della ragione, per arrivare alla formazione di un Governo di unità nazionale che rappresenti tutti i cittadini. Serve una soluzione politica alla crisi attuale — aggiungono dal patriarcato — una crisi che costituisce un grave rischio per l’unità della nazione rendendo sempre più alto e probabile il rischio concreto di una guerra civile. Con il perdurare dell’attuale situazione — conclude il comunicato — non ci sarebbero infine né vinti, né vincitori, perché a perdere saranno tutti, in primis l’unità nazionale irakena e le diverse etnie andranno perdute per sempre».
© Osservatore Romano - 25 giugno 2014