Pace e unità nel Vicino oriente

notre-dame-de-balamandeBEIRUT, 28. Manifestare pubblicamente il desiderio dell’unità tra i battezzati e confermare l’attaccamento dei cristiani arabi alla loro terra, soprattutto in tempi di sofferenze e conflitti sanguinari: questi gli obiettivi del Congresso generale della Chiesa ortodossa di Antiochia che si è tenuto dal 26 al 28 giugno in Libano, presso il monastero ortodosso di Notre Dame de Balamand.
L’incontro — definito dagli organi d’informazione una prima assoluta nella storia delle Chiese orientali — ha riunito nella sua giornata inaugurale i patriarchi delle comunità cristiane che si rifanno alla tradizione antiochena: quella greco-ortodossa, che ha promosso l’appuntamento, con il patriarca Giovanni X; quella maronita con il cardinale Béchara Boutros Raï; l’armena cattolica con Nerses Bedros XIXTa r m o u -ni; la siro-cattolica con Ignace Youssif III Younan; quella grecomelkita con Gregorios III Laham; la siro-ortodossa rappresentata da Ignazio II E p h re m . Al centro dei lavori, sul tema «L’unità antiochena: importanza e necessità», soprattutto l’analisi della situazione dei cristiani nel Vicino oriente, alla luce degli eventi spesso drammatici di cui è teatro la regione, con esodi forzati e flussi migratori che indeboliscono pesantemente la presenza dei battezzati. In tal senso, nei loro discorsi inaugurali, i patriarchi hanno riaffermato l’importanza della comune appartenenza alla tradizione antiochena, insieme alla volontà di unità e di apertura al dialogo con l’islam. «Se affermiamo ancora una volta la nostra unità — ha detto introducendo l’incontro il primate della Chiesa greco-ortodossa d’Antiochia e di tutto l’Oriente — la nostra ambizione, che è anche un dovere, è quella di asciugare le lacrime dai volti dei bambini, confortare gli afflitti, avere attenzione ai poveri e ai malati senza distinzione tra le comunità della nostra società, musulmani o cristiani». Il riferimento di Giovanni Xè alle sofferenze che continuano a subire le popolazioni in Libano, Siria, Iraq, Palestina. A proposito, ha detto, «anche se il nostro congresso si concentra sull’unità antiochena, in pratica vede questa unità come l’emblema del servizio all’intera società». Di qui, la riaffermazione che «la nostra missione, nei gesti e nelle parole, abbraccia il mondo intero affinché termini la violenza e possa prevalere il linguaggio della pace». Infatti, «noi abbiamo chiesto la convocazione di questo congresso non solo a causa della necessità per i nostri fedeli di esprimere la loro unità di fede, ma anche perché possano esprimere il loro interesse e la preoccupazione per la situazione dei loro rispettivi Paesi e dimostrare la loro volontà di svolgere un ruolo fondamentale nella preparazione del futuro di queste terre». Augurandosi che simili appuntamenti possano ripetersi e trasformarsi sempre più in una voce di unità dei cristiani d’Oriente, nel suo discorso il patriarca greco-melkita Laham ha sottolineato la speciale storica vocazione della tradizione antiochena: «Il patriarcato ha raccolto la sfida della conservazione del deposito della fede e di apertura agli altri. L’apertura al mondo arabo e musulmano. L’apertura verso Costantinopoli e l’Occidente».

© Osservatore Romano - 29 giugno 2014