In Libano la corruzione causa del declino
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- Creato: 05 Febbraio 2015
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BEIRUT, 5. La corruzione e la mancanza di trasparenza sono i principali mali del Libano e il declino potrà essere frenato solo se si tornerà a un uso trasparente del denaro pubblico, che tenga sempre conto dei diritti dei lavoratori. Così, in estrema sintesi, si è espresso il cardinale patriarca di Antiochia dei Maroniti, Béchara Boutros Raï, indicando nell’endemica diffusione di comportamenti corrotti la causa fondamentale dell’emergenza sociale vissuta dal Paese dei cedri. «La società libanese — ha detto il porporato alla messa celebrata nei giorni scorsi presso la sede patriarcale di Bkerké — sta vivendo la misera realtà di oggi a causa della mancanza di trasparenza, della sottovalutazione dello sperpero di denaro pubblico, della violazione delle leggi nei contratti, della priorità data agli interessi privati». Per il patriarca di Antiochia dei Maroniti, dunque, «è venuto il tempo di rompere il ciclo della corruzione, per salvaguardare le risorse dello Stato e per creare posti di lavoro per i giovani». Le parole forti del cardinale Raï — secondo quanto riferito dall’agenzia Fides — appaiono legate anche alla recente protesta messa in atto dai quasi duecento lavoratori del Casino du Liban, licenziati in tronco la settimana scorsa. Una delegazione è stata ricevuta domenica da un delegato del p a t r i a rc a . Non è certo la prima volta che la Chiesa maronita, attraverso la sua guida spirituale, interviene con fermezza per stigmatizzare deviazioni e storture del vivere sociale. Nelle passate settimane, in margine a una visita compiuta a Jabal Mohsen (il sobborgo di Tripoli dove il 10 gennaio due attentatori suicidi hanno provocato la morte di nove persone e il ferimento di altre trenta), il patriarca maronita non ha mancato di sottolineare come anche la miseria e le privazioni materiali siano elementi che «stanno destabilizzando» il Vicino oriente, poiché «non ci può essere pace dove c’è sottosviluppo». Un modo, dunque, per richiamare ulteriormente l’attenzione su quei fattori fondamentali ma spesso scarsamente presi in considerazione che colpiscono l’area mediorientale, dove le fazioni jihadiste guadagnano spazio anche grazie alla disponibilità di risorse finanziarie con le quali possono “stip endiare” nuovi combattenti arruolati nelle proprie file. Si tratta di parole che richiamano direttamente quelle già pronunciate dal cardinale maronita in occasione del recente incontro presso la sede patriarcale di Bkerké con gli altri patriarchi antiocheni e i responsabili delle Chiese cristiane d’Oriente. Anche in quella occasione il patriarca aveva indicato nel nel traffico d’armi e nel flusso continuo di risorse finanziarie messe a disposizione dei gruppi jihadisti i fattori determinanti dei conflitti che, dalla Siria all’Iraq, sconvolgono la vita di popoli interi, destabilizzando il quadro geopolitico mediorientale. E questa situazione influisce negativamente anche sulla vita del Paese dei cedri. «In Libano — ha dichiarato al riguardo padre Paul Karam, presidente di Caritas Lebanon — l’impoverimento generale, la paralisi politica e il crescente pericolo di un’offensiva da parte delle milizie jihadiste stanno indebolendo la società e spingono alla fuga i giovani, soprattutto i giovani cristiani, che vanno all’estero a cercare lavoro». Tanto che, ha aggiunto, anche «gli sforzi delle Chiese e delle istituzioni ecclesiali, nonostante siano raddoppiati, non possono certo supplire alla latitanza delle istituzioni civili». Il responsabile della Caritas ha poi affermato di aver registrato «un calo anche negli aiuti internazionali a vantaggio dei profughi, mentre le emergenze umanitarie e il numero dei rifugiati continuano ad aument a re » . Per quanto riguarda la situazione politica, anche in questo primo scorcio del 2015 i vescovi maroniti hanno fatto sentire la loro voce. Esprimendo la loro preoccupazione, i vescovi hanno esortato i parlamentari a eleggere in tempi rapidi il nuovo presidente della Repubblica libanese e a «lasciarsi alle spalle il tunnel buio in cui il Paese è sprofondato».
© Osservatore Romano - 6 febbraio 2015