Appelli e preghiere per la liberazione dei metropoliti ortodossi rapiti ad Aleppo

vescovi rapiti in SiriaDAMASCO, 21. A due anni dal rapimento del metropolita greco-ortodosso di Aleppo e Iskanderun, Boulos Yazigi, e del metropolita siroortodosso di Aleppo, Youhanna Ibrahim, avvenuto in Siria fra il 22 e il 23 aprile 2013, giungono in questi giorni gli appelli per la loro liberazione da parte di numerosi rappresentanti religiosi. Tra essi il patriarca della Chiesa greco-ortodossa di Antiochia, Giovanni X Yazigi, fratello di Boulos, il vescovo rapito, che ha esortato la comunità internazionale a un maggiore impegno e a intervenire per chiedere notizie sulla sorte dei due rapiti. «Abbiamo la speranza che siano vivi — ha detto Giovanni X — ma purtroppo il mondo intero è silenzioso e nessuno ci ha più fornito prove tangibili».
In un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa Ani, il patriarca grecoortodosso ha sottolineato che tutte le strade della negoziazione sono state percorse «ma c’è un mutismo totale. Abbiamo cercato di negoziare con tutti quelli che avrebbero potuto aiutarci in questa vicenda — ha concluso — ma purtroppo nessuno parla». Secondo quanto raccontano le principali fonti locali di informazione, i due metropoliti si trovavano insieme a bordo di un’automobile proveniente dal confine turco, distante una trentina di chilometri. Erano diretti ad Aleppo, ma all’altezza di Kfar Dael, località alla periferia orientale del centro urbano, sono stati fermati da uomini armati che hanno intimato a loro e all’autista, un diacono, di scendere dalla vettura. Dopo aver ucciso l’autista, gli autori dell’agguato si sono dileguati portando con sé i due vescovi in un luogo sconosciuto. Profonda preoccupazione è stata espressa anche dal nunzio apostolico in Siria, arcivescovo Mario Zenari, il quale ha affermato che «col trascorrere del tempo aumentano i timori» sulla sorte dei due metropoliti ortodossi rapiti. Tuttavia, «chi può dire che la porta è chiusa?». Resta, secondo l’arcivescovo, la speranza di una loro liberazione, anche se il trascorrere delle settimane e dei mesi «rende tutto più difficile». Il nunzio apostolico ha ricordato inoltre che «vi sono a oggi almeno ventimila persone scomparse» nel Paese tra laici e religiosi, vescovi e cittadini comuni, cristiani e musulmani, siriani e stranieri, fra cui giornalisti. D all’inizio del conflitto siriano, le milizie jihadiste e i gruppi combattenti hanno sequestrato diverse personalità di primo piano della comunità cristiana locale. A questi si aggiunge il padre gesuita Paolo D all’Oglio, sacerdote italiano rapito in Siria il 29 luglio 2013, e altri due sacerdoti, assieme a diversi volontari laici. Sempre lo scorso anno i miliziani hanno sequestrato un gruppo formato da tredici suore a nord di Damasco, rilasciate dopo qualche mese in seguito a uno scambio di prigionieri. Nei giorni scorsi — riferisce l’agenzia AsiaNews — si sono tenuti in Siria e in Libano due incontri ecumenici di preghiera per il rilascio di sacerdoti e vescovi rapiti. «Abbiamo pregato a Damasco», ha ricordato monsignor Zenari, ma «più passa il tempo e più, fra la gente, aumenta il clima di sfiducia e paura. Anche se i sequestri si protraggono da due anni chi può dire che la porta è chiusa e non vi siano più speranze di una loro liberazione. Voglio però dire — ha concluso l’arcivescovo — che i vescovi e padre Dall’Oglio sono solo la punta dell’iceberg, perché in realtà vi sono almeno ventimila persone scomparse, gente di cui non si sa più nulla. In questo momento vogliamo ricordare tutti loro». Nei quattro anni di guerra, divampata nel 2011, oltre 3,2 milioni di persone hanno abbandonato la Siria; altri 7,6 milioni sono sfollati interni e duecentomila le vittime.

© Osservatore Romano - 22 aprile 2015