Faccia a faccia sulla Siria

Obama Putin APWASHINGTON, 25. Il faccia a faccia tra i presidenti statunitense e russo, Barack Obama e Vladimir Putin, annunciato per lunedì a New York, a margine all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, sembra destinato a imprimere una svolta al confronto internazionale sulla crisi siriana e, in questo contesto, sulla lotta al cosiddetto Stato islamico. La casa Bianca ha riferito che Obama cercherà di capire se e come la presenza militare russa in Siria possa essere utile a contrastare l’Is e se ci siano possibilità per una soluzione politica alla tragedia siriana.
A giudizio degli osservatori, questo significa da parte dell’Amministrazione di Washington un’ap ertura alle proposte di Mosca di unire le forze contro l’Is in Siria, ma anche un ammorbidimento dell’intransigenza sul presidente Bashar Al Assad. Una conferma ne hanno dato ieri le dichiarazioni del segretario alla Difesa statunitense, Ashton Carter, secondo il quale Stati Uniti e Russia possono trovare «spazi per cooperare » in Siria. Della questione siriana e dell’emergenza profughi a essa collegata Obama ha parlato ieri, in una telefonata, riferita sempre dalla Casa Bianca, con il primo ministro britannico, David Cameron. I due hanno ribadito l’impegno a indebolire e sconfiggere l’Is e a raggiungere una transizione politica per mettere fine al conflitto. Da parte sua, Putin ha ribadito, in un’intervista all’emittente statunitense Cbs, che «non vi è altra soluzione alla crisi siriana che il rafforzamento delle strutture governative legittime, aiutandole nella lotta contro il terrorismo». «Sono profondamente convinto che ogni azione volta a distruggere il Governo legittimo creerà una situazione che si può vedere già in altri Paesi della regione o in altre regioni, per esempio la Libia, dove tutte le istituzioni statali sono disintegrate», ha aggiunto. Sulla necessità di non lasciare «un vuoto di potere» in Siria si è espresso anche il ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, ricordando durante una trasmissione televisiva che «abbiamo già sbagliato in Libia con Gheddafi». Sulla questione siriana, legata strettamente a quella dell’aumentato afflusso di profughi in Europa, interviene oggi l’alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune dell’Unione europea, Federica Mogherini, in un’intervista rilasciata al quotidiano italiano «la Repubblica ». Secondo Mogherini, la soluzione alla crisi siriana — dove «si sovrappongono due guerre», quella contro l’Is e un conflitto civile «che non può essere risolto con un intervento militare» — è che tutti i principali attori internazionali e regionali si siedano attorno a un tavolo. «Europa, Stati Uniti, Russia, Turchia, Iran, Arabia Saudita, anche se hanno agende e priorità diverse e spesso divergenti, avrebbero tutti in realtà un interesse comune, sconfiggere l’Is», sostiene Mogherini, aggiungendo che «uniti attorno a un’agenda comune avrebbero l’influenza e il potere necessari per far parlare anche le parti in conflitto» in Siria. Un apparente mutamento di posizione si segnala anche da parte del presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, reduce da una visita a Mosca nella quale ha discusso con Putin della questione siriana. «Sia un processo di transizione senza Al Assad sia uno con Al Assad sono possibili, ma serve l’opp osizione», ha detto ieri Erdoğan, pur ribadendo l’opinione che per il presidente siriano non debba esserci posto in futuro. Sui possibili prossimi sviluppi, l’agenzia Ansa ha riportato dichiarazioni di un diplomatico del Consiglio di sicurezza dell’Onu, citato in forma anonima, secondo il quale Al Assad «è parte del problema e non della soluzione a lungo termine in Siria. Ma per superare le differenze e trovare un accordo sulla transizione potrebbe essere necessario un compromesso a breve termine che comprenda anche lui».

© Osservatore Romano - 26 settembre 2015