Vita nella verità
- Dettagli
- Creato: 05 Novembre 2015
- Hits: 969
Il nuovo volume che l’amico don Francesco Strazzari dedica all’itinerario compiuto dai Paesi dell’Est Europa e dalle rispettive Chiese nella transizione dal comunismo alla situazione odierna contiene una preziosa documentazione di una vittoria morale strappata nel nascondimento e spesso nell’umiliazione di una «quotidianità eroica», per usare l’e s p re s s i o n e di san Giovanni Paolo II, ma che rende tuttavia ragione degli incredibili eventi storici del 1989. Il metodo usato dall’autore è, ancora una volta, quello di ripercorrere la “grande” storia attraverso testimoni che l’hanno vissuta dall’interno della propria, personale “piccola” storia, e di cui sono stati, molto spesso, oltre che osservatori anche partecipi e addirittura protagonisti.
Dai dialoghi attraverso cui il libro è costruito si coglie la circolazione di un fermento, di un flusso sotterraneo nato ben prima del 1989 e che continua ancor oggi ad alimentare una vitalità profonda in questi Paesi. Un flusso che, in maniera magari inconsapevole o solo parzialmente consapevole in molti suoi partecipanti, riporta alla superficie la natura più profonda e irriducibile dell’uomo, il «miracolo dell’io», per usare un’espressione di Václav Havel. Lo dice bene, tra gli altri, il cardinale Miloslav Vlk, arcivescovo emerito di Praga, uno dei «testimoni» intervistati nel volume, che da un lato esprime giudizi senza mezzi termini sulla storia della Chiesa nell’ex Cecoslovacchia e sul ruolo deleterio del compromesso, sia pur giustificato da interessi ecclesiastici, e dall’a l t ro sottolinea i rischi e le difficoltà esistenti oggigiorno nel rapporto tra Stato e Chiesa, tra politica e fede: «Senza valori, la società non ha prospettive, e la democrazia deve essere fondata sui valori. I pragmatici e i materialisti hanno emarginato la Chiesa (...). Noi Chiesa parliamo invece di relazione, di comunione, di rispetto delle leggi che sono inscritte nel cuore dell’uomo, se vogliamo progredire». La stessa cosa segnala il cardinale E rd ő, nelle sue efficaci osservazioni sulla storia e l’attualità dell’Ungheria: «Dobbiamo trovare le strade per esprimerci visibilmente, inventando formule brevi, come ci insegna il Papa, in grado di arrivare fino al cuore ». Il martirio, che in qualche modo è uno dei fili rossi che percorrono il libro, ha dunque bisogno di trovare nuove forme espressive che traducano il suo medesimo, immutabile contenuto di testimonianza. Anche nella società russa, che è in qualche modo l’epicentro di un fenomeno che trova poi echi diversi in tutto l’Est Europa, oggi si segnalano chiusure, ritorni al mito dell’«uomo forte», del ricompattarsi in nome della paura di un nemico, vero o immaginario che sia. E tuttavia, stupisce che a fronte della complessa situazione oggi creatasi, anche a motivo delle dinamiche del conflitto ucraino, si affermi tra una certa percentuale della popolazione una «dichiarazione di non indifferenza», una rivendicazione da parte della società civile e della persona del diritto di contare, di non venir cancellata dallo scenario pubblico, che si esprime, ad esempio, nel diffondersi di forme di volontariato e di responsabilità civile, in particolare tra i giovani. Il giornalista Aleksandr Archangel’skij, ad esempio, evoca una parola nuova — solidarietà — divenuta odiosa in epoca sovietica perché abusata e stravolta dal comunismo: «Il senso di solidarietà è connaturato fin dall’origine alla cultura russa. Il potere sovietico l’aveva rimpiazzato con l’idea del collettivismo, perché questo gli facilitava il governare i cervelli delle masse. In che cosa si differenzia il collettivismo dalla solidarietà? Il collettivismo mette l’elemento comune sopra l’elemento personale, il potere sopra il cittadino. La solidarietà invece presuppone che ciascuno di noi si assuma le proprie responsabilità, e proprio di qui nasce il mettersi insieme per fare qualcosa di utile e importante». Come la caduta dei muri — e questo emerge molto bene dalle testimonianze del volume — è stata resa possibile da una resistenza morale e spirituale all’interno delle singole società, così il demandare alla politica o all’ideologia la soluzione dei problemi può ricondurci in un vicolo cieco estremamente pericoloso. È questa un’intuizione straordinaria di un pensatore laico eppure profondamente religioso come Havel, che ne Il potere dei senza potere scrive: «L’ideologia offre all’uomo una risposta pronta per qualunque domanda, non la si può accettare solo parzialmente e l’abbracciarla segna profondamente l’esistenza umana. Nell’epoca della crisi delle certezze metafisiche ed esistenziali (...) essa offre all’uomo errante una “casa” accessibile — basta assumerla e immediatamente tutto è di nuovo chiaro —, la vita riacquista senso e dal suo orizzonte si dileguano il mistero, gli interrogativi, l’inquietudine e la solitudine. Per questa modesta “casa” l’uomo paga un alto prezzo: l’ab dicazione alla propria ragione, alla propria coscienza, alla propria responsabilità; parte integrante dell’ideologia è infatti (...) il principio di identificazione del centro del potere con il centro della verità». Ed è interessante rilevare che tale lotta tra la menzogna e la verità non si svolge a livello etico, bensì ontologico, perché trova il suo punto di genesi e il suo supporto nella struttura stessa dell’essere umano. Esiste infatti un’«esistenza autentica», una «sfera segreta delle reali intenzioni della vita, della sua “segreta apertura” alla verità», che costituisce «l’invisibile, onnipresente alleato» del «peculiare, esplosivo e incalcolabile potere politico della “vita nella verità” », conclude Havel. Questo fermento non lascia indenne neppure la Chiesa. Penso in particolare alla Chiesa ortodossa russa, che oggi sta vivendo una fase importante di ristrutturazione ma anche un drammatico interrogativo sul suo ruolo nella società. Così un parroco ha recentemente richiamato i propri fedeli: «Sempre meno la gente si attende da noi discorsi corretti, e sempre di più, invece, si attende i frutti reali della fede. Nessuno può giungere a Dio se non vede, almeno una volta, sul volto almeno di un uomo il fulgore della vita eterna: è un antico detto monastico che amava ripetere il grande metropolita Antonij di Suroz. Analogamente, possiamo dire che nessuno può comprendere il gusto dell’autentica libertà cristiana, che supera tutte le possibili libertà esistenti nell’ambito delle democrazie di questo mondo, se non assapora lo spirito di questa libertà incontrando una persona o una comunità cristiana».
© Osservatore Romano - 5 novembre 2015