Sulle frontiere della formazione
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- Creato: 14 Giugno 2016
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Il dramma delle migrazioni di massa, dei rifugiati e dei profughi, molti dei quali «figli e figlie dell’Oriente cristiano, accolti in Europa, Canada, Stati Uniti d’America o Australia», non può essere «adeguatamente gestito, oltre che sul piano socio-assistenziale di competenza dei governi», se non da una pastorale che tenga conto «del singolare patrimonio liturgico, teologico e disciplinare di cui essi sono portatori». Lo ha detto il cardinale Leonardo Sandri nella prolusione che martedì mattina, 14 giugno, ha aperto in Vaticano l’ottantanovesima sessione plenaria annuale della Riunione delle opere di aiuto per le Chiese orientali (Roaco). Proprio sottolineando l’importanza della dimensione pastorale di fronte al fenomeno migratorio, il prefetto della Congregazione per le Chiese orientali ha proposto di cominciare con l’invio «di almeno un presbitero per regione ecclesiastica latina, almeno quelle dove la presenza orientale è ora più forte». Ciò dovrebbe essere sentito come «un dovere, che si trasformerà in una ricchezza, perché capace di far percepire l’unità nella molteplicità, la dimensione di sinfonia e di comunione che rende bella l’unica sposa di Cristo». Il cardinale ha poi ricordato l’afflato ecumenico di Giovanni Paolo II espresso nella lettera apostolica Orientale lumen e ha fatto riferimento alla progressione nel cammino formativo di tutti: questa — ha spiegato — «sarebbe uno degli strumenti reali» per cui la proposta di creare ordinariati, esarcati o eparchie in Europa come nelle Americhe o in Australia non «verrebbe presa come una sorta di indebita rivendicazione di diritti ancestrali», ma come una risposta nel presente «ai bisogni ecclesiali dei fedeli costretti ad emigrare e bisognosi di essere accolti come a casa anche dal punto di vista ecclesiale». Approfondendo il tema della formazione, al centro dei lavori della plenaria, il porporato ha evidenziato che «c’è una dimensione certamente materiale» nella quale sono coinvolti il dicastero e alcune delle agenzie: le borse di studio per gli studenti negli otto collegi orientali in Roma, come quelle garantite nei Paesi di provenienza o di origine dei cattolici orientali. Il cardinale ha poi riferito che dopo l’accorpamento dei due collegi ucraini di Roma e il trasferimento di quello di San Giovanni Damasceno per gli indiani, la struttura rimasta a disposizione «è stata destinata a ospitare le religiose orientali che verranno a Roma per gli studi e che sono sprovviste in loco di una casa del proprio istituto di appartenenza». Una congregazione siro-malabarese, ha spiegato, ha accettato «di collocare una comunità per la direzione e la gestione del collegio stesso». In questo modo è stato colmato un vuoto che «rischiava di lasciare il mondo delle borse di studio destinate al mondo femminile un po’ come la “cen e re n t o l a ” del settore», mentre in tanti luoghi «di vera e propria frontiera formativa e caritativa» operano le religiose, più che i patriarchi, i vescovi o i sacerdoti. A questo proposito, il porporato ha offerto una riflessione sulla qualità della formazione. Ha fatto riferimento alla scelta e alla preparazione dei formatori, come pure ai curricula che «vengono proposti ai candidati agli ordini sacri: su questi temi — ha detto — è in atto un confronto e una collaborazione anche del nostro dicastero con la Congregazione per il clero e per i seminari». La Congregazione per le Chiese orientali, ha spiegato, «registra in talune aree geografiche di competenza alcune carenze in questi ambiti». Il cardinale ha infine sottolineato come questa sessione plenaria sia l’ultima prima dell’apertura dell’anno centenario del dicastero, fondato il 1 maggio 1917 con il motuproprio Dei providentis di Benedetto XV. Insieme al Pontificio istituto orientale, sorto nello stesso anno, sono in programma una serie di appuntamenti celebrativi e di approfondimento congressuale.
© Osservatore Romano - 15 giugno 2016