Come un fratello
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- Creato: 18 Giugno 2016
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dal nostro inviato MAURIZIO FONTANAIl sorriso incorniciato dalla barba bianca dell’arcivescovo Nathan Hovhannisian, responsabile delle relazioni esterne della Chiesa apostolica armena, si riempie di una calda espressione di benvenuto: «Non aspettiamo Papa Francesco come un semplice ospite illustre: lo attendiamo a braccia aperte come nostro amico e nostro fratello! ». Nel palazzo apostolico di Etchmiadzin, dove il Pontefice sarà ospitato dal catholicos Karekin II, l’arcivescovo ci spiega che la visita del 24-26 giugno sarà per il Paese un evento storico e offrirà una duplice possibilità: innanzitutto quella di ringraziare il Papa per il «coraggio» con il quale, con la messa celebrata a San Pietro il 12 aprile 2015, nel centenario del Metz Yeghérn, ha ricordato a tutto il mondo le persecuzioni, le stragi e gli orrori subiti nel secolo scorso dal popolo armeno; il viaggio, poi, sarà anche occasione di «creare nuove possibilità di collaborazione fra le Chiese» e di «rafforzare il cristianesimo », chiamato in questa particolare congiuntura storica a «portare pace e gioia nel mondo».
La «preghiera comune», ha aggiunto Hovhannisian, ha per questo «un’importanza fondamentale» e l’immagine del Papa che assiste alla divina liturgia celebrata dal catholicos a Etchmiadzin sarà «un messaggio molto forte per tutto il popolo». Un’eco a queste parole viene da Gyumri, la città sede della diocesi degli armeni cattolici dell’Europa centrale, dove Papa Francesco sabato 25 giugno presiederà la messa. Qui anche l’arcivescovo apostolico della diocesi di Shirak, Mikayel Ajapahian, parla di incontro, di dialogo nel segno di una fede, quella cristiana, che ha accompagnato e contraddistinto l’Armenia fin dall’anno 301, quando il re Tiridate, convertito grazie a san Gregorio l’illuminatore, fece del suo popolo il primo nella storia ad aderire al cristianesimo come nazione. «La visita di Papa Francesco — ci spiega l’arcivescovo — sarà un’opp ortunità di rinascimento spirituale per apostolici e cattolici. Dalla disgregazione dell’Unione sovietica noi stiamo vivendo questa rinascita: il Papa la rafforzerà». Uno spirito ecumenico che a Gyumri è ancor più che altrove importante alimentare: in questa regione, infatti, vive buona parte dei cattolici armeni. Qui, durante le persecuzioni del periodo sovietico, quando i luoghi di culto venivano chiusi ovunque, nella chiesa apostolica di Santa Maria delle Sette Piaghe, l’unica rimasta aperta, gli apostolici ospitavano cattolici e ortodossi. E in una cappellina laterale c’è ancora il grande crocifisso portato proprio affinché i cattolici avessero un luogo dove riunirsi a pregare. Oggi «speriamo che le due Chiese si avvicinino sempre più», auspica padre Karnik Youssef, armeno siriano sfuggito alle persecuzioni in patria e ora parroco della vicina chiesa cattolica di Santa Maria a Panik: «Qui l’attesa è grandissima — continua — e noi da più di un mese stiamo girando villaggio per villaggio per raccogliere i nomi dei fedeli che parteciperanno alla messa del 25 giugno: finora abbiamo registrato 23.000 fedeli di cui qualche migliaio provenienti dall’estero ». I preparativi non sono semplici. Questa è la zona maggiormente colpita dal terribile terremoto del 1988: in mezzo agli altipiani verdissimi e punteggiati di pietre — qualcuno le ha definite “le pietre urlanti” per il tanto dolore di cui sono state testimoni nel corso dei secoli — poche sono le strade asfaltate e anche queste non sono certo tavoli da biliardo. A dare una mano all’organizzazione, dice padre Karnik, «ci saranno i nostri giovani: si sono impegnati in 355 e sono gli stessi che parteciperanno, a fine luglio, alla giornata mondiale della gioventù a Cracovia». Insieme, conclude, «pregheremo per la pace tanto desiderata in tutto il mondo». Ma il Paese intero è in fervida attesa. Nell’aeroporto internazionale di Zvartnots di Yerevan, dove il Papa atterrerà nel primo pomeriggio di venerdì 24 giugno, gli schermi già trasmettono durante tutto il giorno immagini del Pontefice. Il Governo, tramite conferenze periodiche e soprattutto attraverso la televisione nazionale, sta progressivamente aggiornando la popolazione riguardo i vari appuntamenti della visita. L’attenzione per questo piccolo Paese nel cuore del Caucaso da parte del Papa, riempie d’orgoglio tutti. Migliaia di armeni della diaspora sono attesi da ogni parte del mondo, chi per iniziativa personale e chi al seguito dei vescovi delle varie comunità. Tra loro anche un folto gruppo di argentini che già negli anni passati avevano potuto apprezzare la vicinanza dell’arcivescovo di Buenos Aires Bergoglio. Prova a spiegare certi sentimenti Mikayel Minasyan, il giovane ambasciatore della Repubblica di Armenia presso la Santa Sede, che abbiamo incontrato nella capitale: «Per noi tutti questo è un evento storico. È la testimonianza della vicinanza del Papa al popolo armeno, un popolo che è nato, è cresciuto, ha sofferto, è morto ed è risorto da cristiano. Vogliamo mostrare tutta la nostra gratitudine al Pontefice per questo suo gesto che segue la messa in Vaticano dello scorso anno, un gesto di amore, di rispetto e di memoria». Questo viaggio, continua l’ambasciatore, «è da una parte l’occasione per chiedere al mondo di non lasciarci soli», dall’altra, in maniera più ampia, un riflettore sulla difficile situazione di tutto il Medio oriente, dove «il dialogo interreligioso appare come l’unica via per la pace». In questo senso, ci spiega, il ruolo di Francesco è molto importante: «Il mondo ha bisogno di leader, e lui è un leader indiscusso, non solo spirituale, ma anche politico, di pensiero. Un leader coraggioso». Ecco perché, ci rivela il diplomatico, se avrà occasione, rivolgerà al Papa un’espressione tipica armena: «Che sia benedetto il suo piede su questa terra!». L’attesa che è nei cuori delle persone si riflette anche nei preparativi che con il passare dei giorni si fanno sempre più intensi. E non sono solo le operazioni di montaggio di palchi e strutture nei luoghi degli appuntamenti di massa: la messa in piazza Vartanànts a Gyumri, l’i n c o n t ro ecumenico e la preghiera per la pace nella piazza della Repubblica a Yerevan, la divina liturgia nel piazzale di Etchmiadzin. Proprio a Etchmiadzin (che significa “il luogo dove è sceso l’Unigenito”), cuore spirituale dell’intera comunità apostolica armena, da circa un anno le cupole della cattedrale sono avvolte da impalcature per lavori di consolidamento che, però, termineranno solo tra qualche mese. Sarà invece libero dai teloni e completamente restaurato l’altare che si erge al centro della cattedrale, subito dietro quella che viene chiamata la “tavola della discesa”, il luogo, cioè, dove secondo la tradizione a san Gregorio fu indicato dove far costruire l’edificio sacro. Anche il palazzo apostolico, nel quale vive Karekin II e dove alloggerà Papa Francesco, è in questi giorni un via vai di operai. Non mancano lavori di consolidamento e restauro neanche nella chiesa della Madre di Cristo all’interno del monastero di Khor Virap, ultima tappa, domenica 26, del viaggio di Papa Francesco. In questo luogo dell’anima «dove tutto ebbe inizio» — come ci dice uno dei due preti che lo custodisce tutto l’anno — fu imprigionato per tredici anni in un pozzo (Khor Virap significa proprio “pozzo profondo”) san Gregorio prima che con il suo intervento miracoloso facesse guarire il re Tiridate e lo portasse alla conversione al cristianesimo. Ogni settimana giungono qui in media 10.000 visitatori e pellegrini. Siamo proprio di fronte al biblico monte Ararat che, pur troneggiando con i suoi 5.137 metri al di là del vicinissimo confine con la Turchia, è comunque amatissimo da tutti gli armeni e sentito come il monte della loro storia e della loro fede. Un simbolo ricolmo di significati, così come lo sono i katchkar, le tipiche croci di pietra che s’incontrano ovunque percorrendo il territorio armeno: vere e proprie preghiere incise, a volte sintesi della storia della salvezza, simbolo affascinante di un popolo che, primo nella storia, da diciassette secoli si identifica con la sua fede.
© Osservatore Romano - 19 giugno 2016