L’impegno del piccolo gregge

Karekin II e Papa Francesco Armeniadi MAURIZIO FONTANA

Una comunità «forgiata dalla storia» e dal «martirio» che, fra mille difficoltà, ancora oggi testimonia la propria fede soprattutto nell’esercizio della carità. È, dice il cardinale Leonardo Sandri in quest’intervista al nostro giornale, il piccolo gregge dei cattolici armeni incontrato dal Papa nella sua recente visita nel Paese caucasico. Il prefetto della Congregazione per le Chiese orientali ha accompagnato il Pontefice in un viaggio caratterizzato da una decisa impronta ecumenica, con l’ospitalità del catholicos Karekin II e i momenti di preghiera comune con la Chiesa apostolica, e che ha portato Francesco ancora una volta in una periferia del mondo per dare il sostegno e l’incoraggiamento del pastore alla minoranza cattolica che vive in condizioni particolari di difficoltà.
«Dopo le celebrazioni per il centenario del Metz Yeghèrn — spiega il porporato — e in particolare la messa presieduta in San Pietro il 12 aprile 2015, si era già messa in luce una grande sintonia tra il Pontefice e il popolo armeno. E anche nei tre giorni della visita tutti hanno mostrato grande stima, affetto e vicinanza per il Papa». Del resto, aggiunge, «Francesco aveva già avuto una conoscenza diretta degli armeni sia apostolici sia cattolici dai tempi in cui era arcivescovo di Buenos Aires. Proprio nella capitale argentina, infatti, vi è la sede del vescovo dell’eparchia armeno-cattolica che si estende su tutto il territorio della Nazione». Finalmente, pochi giorni fa, l’incontro nella loro terra d’origine... In Armenia il Papa ha trovato una realtà piccola, ma molto motivata e, sicuramente, temprata dalla storia. Ricordiamo che il Paese era una delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. I cattolici, in comunione con la Chiesa di Roma, sono sopravvissuti nonostante l’assenza, per decenni, di un sacerdote che le seguisse pastoralmente. Grazie anche alla comprensione, alla fraternità e alla magnanimità del catholicos supremo e dei vescovi apostolici, la presenza cattolica ha potuto svilupparsi soprattutto nella testimonianza della carità, come per esempio, si fa nell’osp edale di Ashotsk, costruito per iniziativa di Giovanni Paolo II dopo il terremoto del 1988, nelle case delle missionarie di madre Teresa, nel nuovo centro per bambini con disabilità realizzato a Gyumri grazie alla generosità di Caritas Austria e nelle opere educative delle suore armene dell’Immacolata Concezione. La situazione che ho incontrato è per lo più quella che già vidi nell’estate del 2012 e nello scorso mese di settembre: tuttavia è stato un segno di grande incoraggiamento la possibilità di celebrare nella piazza principale di Gyumri la messa cattolica, seppur in rito latino, ma con diversi inserti tratti dalla liturgia armena. Molto importante e significativo è stato infine, che il Pontefice abbia ricevuto nello stesso palazzo apostolico di Santa Etchmiadzin dove era ospitato, il patriarca di Cilicia degli Armeni cattolici, Gregorio XX Ghabroyan, insieme ai vescovi del Sinodo di quella Chiesa patriarcale: l’incontro è avvenuto a un anno esatto dall’improvvisa morte del patriarca Nerses Bedros, al quale va riconosciuto il merito di essersi speso molto in prima persona per le celebrazioni del 12 aprile 2015 nella basilica Vaticana. Lei conosce bene il popolo armeno (lo scorso anno era proprio a Gyumri per la dedicazione della cattedrale): quali sono le sue caratteristiche e cosa hanno ricevuto dalla visita di Papa Francesco? Comemiègià capitatodidireinaltre occasioni il popolo armeno ritrova la propria identità, il proprio essere, nella fede cristiana, nella testimonianza di fede, il martirio, e, soprattutto, nella santa croce di nostro Signore Gesù Cristo. In questo gli armeni — e mi permetto di dire tutti gli armeni e non solo i cattolici — sono stati “confermati” dal successore di Pietro, secondo il comando di Gesù. Il Papa ha inoltre voluto testimoniare la propria stima e amicizia per questo popolo che tanto ha sofferto, incoraggiandolo ad andare avanti nella sua testimonianza di fede, guardando al futuro con speranza. Le croci ( katchkar ), sparse per tutto il territorio, mi fanno sempre pensare, con umiltà e senza trionfalismi mondani, all’ In hoc signo vinces e al semplice simbolo delle due colombe bianche liberate dal monastero di Khor Virap verso l’Ararat quale auspicio sicuro di pace per il popolo armeno e per tutta la regione. L’indicazione del Pontefice, che sono certo potrà essere accolta perché fondata su una sincera amicizia, è proprio quella di non dimenticare il passato, ma insieme la necessità di lasciarsi portare in alto “su ali d’aquila” come recita la Scrittura, interrogandosi su cosa lo Spirito Santo chiede alla testimonianza cristiana armena nel mondo di oggi. Quali frutti porterà questa visita per la comunità cattolica nei rapporti con la maggioritaria Chiesa apostolica? I rapporti tra Chiesa apostolica e cattolica sono già molto buoni. Oltre ai vincoli, arricchiti ora con due visite pontificie (Giovanni Paolo II fu pellegrino in Armenia nel 2001), conosco l’intenso dialogo tra la Chiesa apostolica e il Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani e io stesso posso testimoniare di essere sempre stato accolto benevolmente e fraternamente dal catholicos Karekin II e di averlo a mia volta ricevuto presso la sede della Congregazione per le Chiese orientali. Lo stesso dicasi per il catholicos di Cilicia, Aram I . Ritengo pertanto che tali rapporti proseguiranno con la stessa cordialità e fraternità nell’avvenire e che essi potranno essere presagio, conosciuto solo dal Signore, di una tangibile e auspicata unità. Il viaggio in Armenia è stato la prima tappa del più ampio itinerario caucasico che porterà il Papa a fine settembre anche in Georgia e Azerbaigian. Quale è la realtà della Chiesa in questa regione? Anche la visita in questi due Paesi avrà una valenza molto importante e pastoralmente sarà molto interessante. In Georgia, oltre ai cattolici latini guidati dal vescovo Giuseppe Pasotto, sono presenti numerose e importanti comunità armeno-cattoliche, che nel corso della seconda metà del secolo scorso hanno originato anche una consistente emigrazione verso la Russia, ove infatti vive oggi la maggior parte dei fedeli dell’ordinariato guidato dall’arcivescovo Raphael Minassian. Io stesso poi, nel corso della visita compiuta nell’estate del 2012, ho potuto toccare con mano la vivacità delle opere portate avanti da Caritas Georgia, che costituisce tra l’altro un ponte vitale per il dialogo ecumenico con il patriarcato ortodosso di Georgia guidato da sua santità Ilia, il quale apprezza il fatto che tanti suoi fedeli ricevano aiuto e accoglienza anche nelle strutture dell’associazione. Non voglio dimenticare infine la piccola ma attiva comunità assiro-caldea, con la sua bella chiesa a Tbilisi, con molti giovani fedeli. L’incontro con i rappresentanti delle comunità armene, sia apostoliche che cattoliche, della diaspora ha ancora una volta portato in evidenza il dramma delle persecuzioni contro i cristiani in Medio oriente. Quale è la situazione al momento? Che azioni sono auspicabili? La situazione è drammatica e colpisce, se pensiamo a Siria e Iraq, indifferentemente tutta la popolazione, al di là delle distinzioni religiose. Pensiamo ad esempio ai terribili attentati di questi giorni a Baghdad, nel quartiere sciita di Karrada, ove però ha sede anche la nunziatura apostolica e dove sorge la cattedrale siro-cattolica di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso nella quale avevo celebrato insieme al patriarca Younan la riconsacrazione dopo la strage dell’ottobre del 2010, quando un’autobomba causò la morte di due sacerdoti e di cinquanta fedeli. In generale è un fatto che tutti gli avvenimenti di questi anni in Medio oriente hanno avuto e hanno un impatto devastante sulle comunità cristiane, che rischiano di scomparire nonostante siano cittadini di quelle terre da sempre. La Chiesa, in molti casi, è l’ultimo baluardo a sostegno e protezione dei cristiani più poveri del Medio oriente: pensiamo agli sforzi garantiti per gestire le emergenze umanitarie, in concorso con la comunità internazionale, ma anche alla presenza quotidiana di consolazione e incoraggiamento da parte delle religiose e dei sacerdoti, oltre che ai progetti abitativi sviluppati in talune aree della Terra santa e del Medio oriente, volte a favorire la vita delle giovani famiglie perché non si trovino costrette a emigrare.

© Osservatore Romano - 8 luglio 2016