Sul criterio della reciprocità

di Giorgio Bernardelli | 17 dicembre 2010
Ieri il cardinale Turkson ha detto che «rispettiamo la libertà religiosa degli altri perché è la cosa giusta da fare, non in cambio di un suo equivalente». E a me è venuta in mente una storia di tanti anni fa...

«La libertà religiosa è motivata dalla solidarietà e non dalla reciprocità. Gli appelli della Chiesa per la libertà religiosa non sono basati su una semplice richiesta di reciprocità da parte di una comunità di credenti disposta a rispettare i diritti dei membri di altre comunità a condizione che queste ultime siano rispettose dei diritti dei propri membri. Piuttosto, gli appelli per la libertà religiosa sono basati sulla dignità della persona. Rispettiamo i diritti degli altri perché è la cosa giusta da fare, non in cambio di un suo equivalente o per un favore ricevuto. Allo stesso tempo, quando gli altri soffrono persecuzione a causa della loro fede e pratica religiosa, offriamo a loro compassione e solidarietà».

Ho trovato particolarmente opportuna ieri questa sottolineatura che il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e pace, ha inserito nel suo intervento alla presentazione del messaggio di Benedetto XVI per la Giornata mondiale della pace 2011 intitolato «Libertà religiosa, via per la pace».

Non so a voi, ma a me capita sempre più spesso di sentire citare il criterio della reciprocità in una maniera singolare. Per dirla nella maniera più chiara possibile: a me pare che stia diventando una sorta di figura retorica. Dal momento che nei Paesi arabi non ci fanno costruire le chiese, allora i musulmani si scordino le moschee qui da noi. A parte il fatto che in alcune zone come il Golfo Persico alcune chiese in questi ultimi anni sono state costruite - ed è il Papa stesso nel libro-intervista Luce del mondo a ricordarlo - è proprio questo modo di impostare il problema che non funziona. Il Magistero della Chiesa è estremamente chiaro in proposito: rispettare la libertà religiosa (compresa quella altrui) non è un favore condizionato, ma ha a che fare con ciò che noi siamo e con gli occhi con cui guardiamo i nostri fratelli.

E la reciprocità, allora? È un criterio politico che ha un suo senso, ma solo nel momento in cui io ho un atteggiamento di fiducia nei confronti dell'altro. Se non si chiama reciprocità, ma chiusura. A questo proposito c'è una vicenda che a me piace ricordare sempre quando mi capita di parlare di questi temi ed è (ovviamente) una storia legata a Gerusalemme. Noi siamo convinti che la Città Santa sia il simbolo per eccellenza dello scontro tra le religioni. Ma le cose non stanno affatto così: Gerusalemme è lo specchio della storia dell'intera umanità e dunque anche nei rapporti tra le religioni ha conosciuto volti diversi. Ci sono state sì le fasi dello scontro, ma in altri periodi questa città è stata anche un laboratorio straordinario, dove sono avvenute esperienze di coesistenza impensabili altrove.

Una di queste storie riguarda proprio il Santo Sepolcro: se noi cristiani oggi possiamo venerarlo nella maniera in cui lo conosciamo è perché nell'anno 638 il califfo Omar - il secondo successore di Muhammad che condusse gli arabi alla conquista della città - si rifiutò di entrarvi a pregare, in segno di rispetto nei confronti dei cristiani. Se così non avesse fatto sarebbe diventata una moschea, come è capitato a tante altre chiese. Nel VII secolo - l'era che Al Qaeda descrive come il tempo della purezza islamica a cui il mondo dovrebbe ritornare - c'era dunque un califfo che si comportava così (peccato, però, che nessuno mai lo ricordi ai fondamentalisti islamici e che questa sia diventata la pagina di storia più dimenticata del Medio Oriente...).

Meno di quattro secoli dopo - però - anche il Santo Sepolcro ha dovuto fare i conti con la negazione della libertà religiosa: nell'anno 1009 un altro potente musulmano, il sultano Al Hakim, si comportò infatti in maniera opposta a quella del califfo Omar e fece radere al suolo l'antica basilica costantiniana. Anche in questa storia drammatica c'è, però, un aspetto che andrebbe riscoperto. Noi oggi guardiamo la basilica attuale del Santo Sepolcro, con la sua impronta crociata, e pensiamo che fortunatamente poi «arrivarono i nostri». In realtà le cose sono un po' più complesse: quando Gerusalemme fu conquistata dai crociati nell'anno 1099, infatti, i cristiani della Città Santa stavano già ricostruendo il Santo Sepolcro.

Che cos'era successo? Una volta morto Al Hakim c'era stato un accordo tra il suo successore e l'imperatore di Costantinopoli. In forza del quale ai cristiani fu concesso di ricostruire il Santo Sepolcro a Gerusalemme e ai musulmani di edificare una moschea a Costantinopoli. E che cos'era questo se non il criterio della reciprocità?

Con una differenza, però: in quel caso aveva funzionato; la chiesa e la moschea le stavano costruendo davvero. Aveva funzionato perché la reciprocità era ancora un criterio per regolare i rapporti tra persone che si rispettano. Non una sentenza inappellabile da tirare fuori nei talk-show.

© http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it