L'umile frate romeno riscoperto dagli ortodossi
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- Creato: 07 Giugno 2008
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Partito dalla Romania verso il 1574 all'insaputa perfino dei genitori, per "vedere il Papa, i buoni cristiani e i religiosi santi che sono in Italia", come gli aveva detto più volte la madre, Joan Stoica vi è "tornato" il 31 maggio scorso come il primo beato della Chiesa cattolica locale, accolto da tutta la nazione, in maggioranza ortodossa, che ne ha venerato le reliquie passate processionalmente in quindici città in festa.
È il cappuccino fra Geremia da Valacchia, morto a Napoli nel 1625, beatificato da Giovanni Paolo ii il 30 ottobre 1983, e venerato ora a Onesti, nella cripta del santuario realizzato dai cappuccini della Provincia di Napoli, dal 1992 presenti in Romania. Mai nessuno, parlando di lui, ha fatto riferimento a qualche suo impegno ecumenico. Un tema così complesso oltrepassava la sua umile condizione di fratello non sacerdote e analfabeta. Tuttavia nei suoi atteggiamenti si possono cogliere alcune indicazioni su come egli avvertì il problema. Sempre rispettoso verso i protestanti, che proprio durante la sua giovinezza erano penetrati nella sua Moldavia; benevolo verso i fratelli separati, che costituivano - e costituiscono - la maggioranza nella sua patria; zelante verso i musulmani che tentò di convertire durante il viaggio che lo portò in Italia. Partì da Tzazo - il villaggio natìo - povero come un francescano, e sarebbe certamente rimasto ad Alba Julia, capitale della Transilvania, a fare il muratore se non vi avesse incontrato un luminare della medicina, un certo Pietro Lo Iacono, chiamato dall'Italia dal principe Stefano Barthory. Conosciuto il motivo per cui il giovane voleva recarsi in Italia, il medico lo portò con sé a Bari, dove gli trovò un lavoro presso una farmacia; lavoro che lasciò dopo un anno e mezzo per l'ambiente malsano che lo circondava e che prima lo turbò, poi gli fece decidere di tornare in patria per dire a sua madre che i "buoni e santi cristiani" erano in Paradiso e non "nel Paese al di là delle montagne, pieno di sole".
Mentre si trovava al porto in attesa di una nave, qualcuno lo chiamò per nome e gli disse che Bari non era tutta l'Italia; a Napoli, per esempio, le cose andavano diversamente e che lì avrebbe potuto trovare "santi" che cercava. Joan partì subito. Non tutti erano "santi", ma le luci superavano le ombre, che lui stesso un giorno vide allontanarsi per la predicazione di un frate cappuccino: con poche parole ispirate riuscì a calmare la folla in sommossa per alcune disposizioni del viceré. Joan non credette ai suoi occhi: finalmente aveva trovato uno di quei "santi" a cui aveva accennato sua madre, e qualche giorno dopo bussò al convento, chiedendo di essere accolto. Divenne fra Geremia da Valacchia, impegnato prima negli orti dei conventi di Napoli e di Pozzuoli, poi definitivamente nel convento di San Eframo Nuovo, a Napoli, dov'era stata costruita l'infermeria dei religiosi.
Servendo i malati, non solo si inserì nella realtà italiana stabilendo con la gente un rapporto di affettuosa simpatia e armonizzando i valori della sua terra con quelli della patria adottiva, ma congiunse emblematicamente oriente e occidente, Romania e Italia, Chiesa ortodossa e Chiesa cattolica.
Per quarantanove anni non si staccò neppure un giorno dal letto dei confratelli infermi. Per essere pronto ad accorrere presso di loro, rinunciò perfino ad avere una stanza propria; li accudiva "con giubilo, allegrezza grande e serenità di volto, dicendo parole amorevoli, come sogliono fare le madri alli bambini"; li confortava nelle loro sofferenze con un miscuglio di parole romene, italiane e napoletane "che davano grande sollazzo a tutti".
Devotissimo dell'Eucaristia e della Madonna, che chiamava "Mammarella mia", creò attorno a sé un ambiente così caratteristico che, di fronte a religiosi osservanti e devoti, si diceva: "È della scuola di fra Geremia".
Molte e singolari le grazie ottenute per gli infermi e i poveri che bussavano alla porta del convento o che lo incontravano per le vie di Napoli, dove non riusciva a camminare per la calca che lo stringeva da ogni parte, e da dove ritornava con la tonaca tagliuzzata da eccessi di devozione prettamente napoletani.
Ammalatosi per una polmonite contratta mentre tornava dalla casa di un ammalato, morì il 5 marzo 1625.
La causa di beatificazione, approvata da Urbano viii nel 1627, fu interrotta e riassunta un paio di volte. Forse sarebbe rimasta sepolta negli archivi se alcuni romeni ortodossi non lo avessero scoperto. Il primo fu Gheorghe Sion che nel 1905 ne trovò la sua biografia presso un antiquario di Roma. Per una serie di strane - o provvidenziali? - vicende, essa finì poco dopo nelle mani dello storico Nicolaie Iorga, che presentò la sua figura all'Accademia Romena. Il desiderio di ricordarlo più ampiamente fu soffocato dalla seconda guerra mondiale, dopo la quale il libro finì nella biblioteca dell'università di Cluj, di cui era direttore il professor Barbu, cattolico, che lo passò al sacerdote don Ilie Daianu, già vice presidente del Senato, il quale scrisse un articolo per una rivista romena.
Qualcuno dovette leggerlo, se vescovi e nunzi apostolici succedutisi a Bucarest inoltrarono domanda per la riassunzione della causa; domanda dimenticata in qualche cassetto della Congregazione, anche perché si era sparsa la voce che non c'era più traccia della tomba di fra Geremia.
Essa fu trovata il 16 giugno 1947 sotto un ripostiglio della chiesa di San Eframo a Napoli dal professore ortodosso Grigore Manoilescu, anche lui romeno. I resti furono prima portati nella chiesa di San Lorenzo da Brindisi a Roma, dove Manoilescu fece del tutto per riavviare la Causa di beatificazione: poi, nel 1961, furono riportati a Napoli nella chiesa dell'Immacolata di Piedigrotta dove sono rimasti fino all'8 maggio 2008, quando, con un cammino a ritroso rispetto a quello fatto 434 anni fa, sono stati riportati in Romania per essere sistemati nella chiesa di Onesti. All'accoglienza delle reliquie ha partecipato tutta la città, quasi interamente ortodossa, con a capo le autorità cittadine. È stato un fatto importante, soprattutto se si tiene conto che a riscoprire fra Geremia e a promuoverne la glorificazione è stato determinante l'apporto degli ortodossi, che lo ritengono come "uno di loro".
di Egidio Picucci
(©L'Osservatore Romano - 7 giugno 2008)
È il cappuccino fra Geremia da Valacchia, morto a Napoli nel 1625, beatificato da Giovanni Paolo ii il 30 ottobre 1983, e venerato ora a Onesti, nella cripta del santuario realizzato dai cappuccini della Provincia di Napoli, dal 1992 presenti in Romania. Mai nessuno, parlando di lui, ha fatto riferimento a qualche suo impegno ecumenico. Un tema così complesso oltrepassava la sua umile condizione di fratello non sacerdote e analfabeta. Tuttavia nei suoi atteggiamenti si possono cogliere alcune indicazioni su come egli avvertì il problema. Sempre rispettoso verso i protestanti, che proprio durante la sua giovinezza erano penetrati nella sua Moldavia; benevolo verso i fratelli separati, che costituivano - e costituiscono - la maggioranza nella sua patria; zelante verso i musulmani che tentò di convertire durante il viaggio che lo portò in Italia. Partì da Tzazo - il villaggio natìo - povero come un francescano, e sarebbe certamente rimasto ad Alba Julia, capitale della Transilvania, a fare il muratore se non vi avesse incontrato un luminare della medicina, un certo Pietro Lo Iacono, chiamato dall'Italia dal principe Stefano Barthory. Conosciuto il motivo per cui il giovane voleva recarsi in Italia, il medico lo portò con sé a Bari, dove gli trovò un lavoro presso una farmacia; lavoro che lasciò dopo un anno e mezzo per l'ambiente malsano che lo circondava e che prima lo turbò, poi gli fece decidere di tornare in patria per dire a sua madre che i "buoni e santi cristiani" erano in Paradiso e non "nel Paese al di là delle montagne, pieno di sole".
Mentre si trovava al porto in attesa di una nave, qualcuno lo chiamò per nome e gli disse che Bari non era tutta l'Italia; a Napoli, per esempio, le cose andavano diversamente e che lì avrebbe potuto trovare "santi" che cercava. Joan partì subito. Non tutti erano "santi", ma le luci superavano le ombre, che lui stesso un giorno vide allontanarsi per la predicazione di un frate cappuccino: con poche parole ispirate riuscì a calmare la folla in sommossa per alcune disposizioni del viceré. Joan non credette ai suoi occhi: finalmente aveva trovato uno di quei "santi" a cui aveva accennato sua madre, e qualche giorno dopo bussò al convento, chiedendo di essere accolto. Divenne fra Geremia da Valacchia, impegnato prima negli orti dei conventi di Napoli e di Pozzuoli, poi definitivamente nel convento di San Eframo Nuovo, a Napoli, dov'era stata costruita l'infermeria dei religiosi.
Servendo i malati, non solo si inserì nella realtà italiana stabilendo con la gente un rapporto di affettuosa simpatia e armonizzando i valori della sua terra con quelli della patria adottiva, ma congiunse emblematicamente oriente e occidente, Romania e Italia, Chiesa ortodossa e Chiesa cattolica.
Per quarantanove anni non si staccò neppure un giorno dal letto dei confratelli infermi. Per essere pronto ad accorrere presso di loro, rinunciò perfino ad avere una stanza propria; li accudiva "con giubilo, allegrezza grande e serenità di volto, dicendo parole amorevoli, come sogliono fare le madri alli bambini"; li confortava nelle loro sofferenze con un miscuglio di parole romene, italiane e napoletane "che davano grande sollazzo a tutti".
Devotissimo dell'Eucaristia e della Madonna, che chiamava "Mammarella mia", creò attorno a sé un ambiente così caratteristico che, di fronte a religiosi osservanti e devoti, si diceva: "È della scuola di fra Geremia".
Molte e singolari le grazie ottenute per gli infermi e i poveri che bussavano alla porta del convento o che lo incontravano per le vie di Napoli, dove non riusciva a camminare per la calca che lo stringeva da ogni parte, e da dove ritornava con la tonaca tagliuzzata da eccessi di devozione prettamente napoletani.
Ammalatosi per una polmonite contratta mentre tornava dalla casa di un ammalato, morì il 5 marzo 1625.
La causa di beatificazione, approvata da Urbano viii nel 1627, fu interrotta e riassunta un paio di volte. Forse sarebbe rimasta sepolta negli archivi se alcuni romeni ortodossi non lo avessero scoperto. Il primo fu Gheorghe Sion che nel 1905 ne trovò la sua biografia presso un antiquario di Roma. Per una serie di strane - o provvidenziali? - vicende, essa finì poco dopo nelle mani dello storico Nicolaie Iorga, che presentò la sua figura all'Accademia Romena. Il desiderio di ricordarlo più ampiamente fu soffocato dalla seconda guerra mondiale, dopo la quale il libro finì nella biblioteca dell'università di Cluj, di cui era direttore il professor Barbu, cattolico, che lo passò al sacerdote don Ilie Daianu, già vice presidente del Senato, il quale scrisse un articolo per una rivista romena.
Qualcuno dovette leggerlo, se vescovi e nunzi apostolici succedutisi a Bucarest inoltrarono domanda per la riassunzione della causa; domanda dimenticata in qualche cassetto della Congregazione, anche perché si era sparsa la voce che non c'era più traccia della tomba di fra Geremia.
Essa fu trovata il 16 giugno 1947 sotto un ripostiglio della chiesa di San Eframo a Napoli dal professore ortodosso Grigore Manoilescu, anche lui romeno. I resti furono prima portati nella chiesa di San Lorenzo da Brindisi a Roma, dove Manoilescu fece del tutto per riavviare la Causa di beatificazione: poi, nel 1961, furono riportati a Napoli nella chiesa dell'Immacolata di Piedigrotta dove sono rimasti fino all'8 maggio 2008, quando, con un cammino a ritroso rispetto a quello fatto 434 anni fa, sono stati riportati in Romania per essere sistemati nella chiesa di Onesti. All'accoglienza delle reliquie ha partecipato tutta la città, quasi interamente ortodossa, con a capo le autorità cittadine. È stato un fatto importante, soprattutto se si tiene conto che a riscoprire fra Geremia e a promuoverne la glorificazione è stato determinante l'apporto degli ortodossi, che lo ritengono come "uno di loro".
di Egidio Picucci
(©L'Osservatore Romano - 7 giugno 2008)