Il cardinale dei perseguitati
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- Creato: 28 Maggio 2012
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«Molti, da Firenze a Gerusalemme, riscoprono passaggi e sprazzi di luce nella vita di Elia Dalla Costa (che della città toscana fu arcivescovo dal 1932 al 1961) e rivolgono un pensiero, a mezzo secolo dalla scomparsa, a un uomo di spessore e di coraggio». Così scrive Guido Vitale, sul numero di giugno di «Pagine Ebraiche» (il mensile, di cui è direttore, dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) ricordando «il cardinale del coraggio», la cui figura «fuori dal comune», è stata oggetto di una mostra appena conclusasi curata da Timothy Verdon e organizzata dal Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore, l’arcidio cesi di Firenze e la Phillips Collection di Washington. Di recente, sono anche uscite diverse monografie, tra cui quelle di Silvano Nistri, Elia Dalla Costa (So cietà editrice fiorentina) e Giovanni Pallanti, Elia Dalla Costa, il cardinale della carità e del coraggio (San Paolo). «Ascetico, quasi mistico, ma anche vescovo con gli speroni negli anni della Guerra fredda — scrive Vitale — Elia Dalla Costa mai si dimostrò particolarmente propenso a cedere alle lusinghe e alle minacce. Al momento di eleggere un nuovo Papa, nel 1939, gli storici dubitano fortemente di un suo interessamento o di un suo coinvolgimento nel tentativo di porre sul soglio la sua persona di uomo dalle idee chiare, ma di solida fede e di solida moralità. L’ip otesi era nata in seno ad ambienti dell’episcopato italiano che mal sopportavano la pressione del fascismo e si facevano interpreti della poco diplomatica linea di dura contrapposizione che Papa Ratti (Pio XI) era andato maturando. Pacelli sembrò un’ipotesi preferibile a coloro che preferivano garantirsi migliori coperture diplomatiche. Quando, nel maggio del 1938, l’Italia ormai sull’orlo del baratro accoglieva in festa una visita di Hitler, fra Firenze e Roma si era già notata una certa sintonia. Per evitare visite sgradite, Pio XI diede ordine di chiudere i battenti ai Musei Vaticani e preferì cambiare aria, andandosene per qualche giorno a Castel Gandolfo. A Firenze l’arcivescovo fu ancora più esplicito e all’entrata in città di Mussolini e del suo ospite la sede del palazzo che si affaccia sul Battistero di piazza San Giovanni fu l’unica a chiudere le imposte e a spegnere le luci». Prosegue Vitale: «Quello che avvenne negli anni bui dell’o ccupazione nazifascista e nelle giornate drammatiche che seguirono l’8 settembre del 1943 è oggi ben noto. Dall’alto pulpito della sua autorevolezza Dalla Costa non solo si espose mobilitando la popolazione a salvare le vite dei perseguitati in pericolo (25 settembre 1943: “Si osservino tutte le misure dettate dal dovere e dalla prudenza, ma non rendiamoci colpevoli di rifiuti amari a chi soffre le pene inenarrabili dei senza tetto”, 24 dicembre 1943: “Se i tutori della legge sono contro ogni legge, l’esito sarà sempre e inevitabilmente catastrofico. Sorgente poi di odi profondi e di dissidi insanabili è lo spionaggio, anonimo o no. Arte dei vili, arma dei delinquenti, quasi sempre sfogo di rancori inveterati, lo spionaggio mette sulla stessa linea l’innocente e il colpevole, l’uomo onorato e il malvagio”). Ma con ogni evidenza spese anche le sue energie e aprì a suo rischio le porte del Palazzo arcivescovile per allestire una rete di soccorso la quale, secondo le testimonianze che via via si vanno raccogliendo e riordinando, vedeva fra i protagonisti personaggi come don Leto Casini, monsignor Giacomo Meneghello, Gino Bartali e, per parte ebraica, Raffaele Cantoni, Giuliano Treves e Matilde Cassin». Oggi, a cinquant’anni dalla sua scomparsa, conclude Vitale, «sono ancora numerosi a ritenere di dover la vita a Dalla Costa e ai suoi collab oratori».© Osservatore romano - 28-29 maggio 2012