La Regina che voleva insegnare la Torah
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- Creato: 15 Giugno 2012
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di CRISTIANA DOBNER Se anche oggi si cammina su carboni di brace quando si nomina una donna rabbina, quanto più dovette esserlo negli anni Trenta della Germania nazista. La vicenda merita attenzione storica e attenzione femminile: una ricercatrice americana, di origine tedesca, Katerina von Kellenbach, nel 1991 si recò a Berlino Est, solo due anni dopo la caduta del muro, per studiare gli archivi finalmente disponibili al pubblico. In un autentico caso di serendipity, Kellenbach si imbatté in una busta con un documento bilingue, ebraico tedesco, «Certificato di insegnamento», datato 12 dicembre 1930, che autorizzava una donna di nome Regina Jonas a insegnare studi ebraici e lingua ebraica nelle scuole della comunità. Diploma emesso da un’istituzione prestigiosa quale la Hochschule für die Wissenschaft der Judentums, fondata nel 1896 e rimasta attiva fino alla sua distruzione da parte dei nazisti nel 1942. Era una scoperta di per sé rilevante che metteva in luce una donna sconosciuta. Ma a scoperta segue scoperta e quest’ultima fu davvero ben più dirompente: la fotografia di Regina Jonas con l’abito rabbinico e un libro in mano e un altro documento posteriore al primo di cinque anni, datato 25 dicembre 1935, giorno che vide la prima donna ordinata rabbina. La firma che lo autentica è quella del rabbino Dr Max Dienemann, il capo dell’Asso ciazione dei rabbini liberali di Offenbach. Ma chi era Regina Jonas? Come giunsero i documenti in quell’archivio? E come mai nessuna fonte conosciuta la nomina e la indica con il titolo che merita? La curiosità fu forte e alcune studiose iniziarono a ricostruire la vita della giovane ragazza. Ora anche in italiano esce Regina Jonas. Vita di una rabbina. Berlino 1902 - Auschwitz 1944 (Cantalupa, Effatà, 2012, pagine 144, euro 10,50), accurata e circostanziata ricerca di Maria Teresa Milano. Regina nacque in un sobborgo povero di Berlino, il 3 agosto 1902, figlia di Wolf Jonas, ebreo ortodosso e commerciante di ben poca fortuna, e da Sara sua moglie. Probabilmente profughi russi o polacchi. Regina e il fratello Abraham rimasero ben presto orfani e tale era l’indigenza della famiglia che i funerali del loro padre furono pagati da amici della comunità ebraica. La vedova cambiò casa e visse vicino a una piccola sinagoga, questo trasloco segnò un mutamento profondo per l’intelligente e volitiva Regina. Infatti il rabbino Max Weil tenne sotto la sua ala la giovane ragazza intuendone le doti intellettuali e spirituali. Così nel 1930 Regina divenne maestra e poté insegnare, mantenendo con il suo stipendio anche la madre. La vita che conduceva la giovane razionale maestra si divideva fra i ragazzi che educava e lo studio, nel quadro di una vita ortodossa benché studiasse in un istituto considerato liberale e appartenente alla Haskalah, cioè all’illuminismo ebraico. Da sottolineare il titolo della sua tesi finale: Può una donna essere rabbino?. L’ovvia risposta affermativa, viene da lei suffragata attraverso fonti che cita nell’originale ebraico. A suo avviso i problemi sono sorti da pregiudizi vigenti nel medioevo che si possono smontare: «Come nel campo della medicina le donne sono diventate una necessità dal punto di vista psicologico, lo stesso dicasi per il rabbinato. Addirittura ci sono argomenti che le donne possono esporre ai giovani mentre questo non è possibile all’uomo dal pulpito. Lo stile è differente, poiché vi è diversità tra l’esp erienza e la capacità di osservazione psicologica della donna e quella dell’uomo». La dissertazione fu molto lodata ma non per questo gli insegnanti, tutti uomini, si sentirono spinti a una decisione concorde: ordinarla rabbina. Scriveva Regina: «io personalmente amo questa professione e amerei praticarla se fosse possibile». Il suo stesso insegnante di Talmud fu chiaro: non voleva ordinare una donna. Il grande Leo Baeck fu dello stesso parere ma con una motivazione diversa: in quel tragico frangente storico, sotto il tallone dell’o p p re s s o - re nazista, Baeck voleva conservare unite tutte le correnti della comunità ebraica di Germania. Solo due anni dopo, come risulta dal citato documento, l’o rd i n a z i o n e poté avere luogo e allora Baeck poté esprimere le sue sincere congratulazioni. Non solo ma controfirmò il documento, poco prima che Regina e lui stesso venissero deportati a Theresienstadt. Le comunità però, malgrado il documento e l’assodata preparazione, non volevano avere a capo una donna rabbina, ma Regina non era persona da lasciarsi sgomentare e continuò il suo fecondo ministero nella case per anziani e negli ospedali della comunità ebraica. La battaglia fu sferrata nel silenzio e nella laboriosità, con chiarezza d’intenti e somma intelligenza. Lo confermano alcuni ritagli di giornali ritrovati nella famosa busta che fu consegnata il 6 novembre 1942 al rabbino Dr Joseph Norden dalla stessa rabbina Jonas prima della deportazione. La busta giacque nell’archivio per ben 49 anni. Tant’è vero che, fino a poco tempo fa, la prima rabbina della storia era considerata Sally Priesand, della comunità riformata americana, ordinata nel 1972. Perché Leo Baeck non ne parlò mai? Perché anche Viktor Frankl tacque pur avendo collaborato nel suo staff a Theresienstadt a “curare le anime”? «Era una donna eccezionale, piena di energia e di grande capacità». Probabilmente il padre della logoterapia, successivamente deportato ad Auschwitz, lo fece per una cancellazione della memoria di tutto quanto gli era accaduto prima di varcare l’infame cancello del campo di sterminio, come afferma egli stesso. Ora invece la vita della rabbina viene raccontata e la sua fotografia campeggia in molte istituzioni, ed è diventata una sorta di simbolo. Da un documento di due sole pagine, ritrovato nell’archivio del ghetto della Repubblica ceca, veniamo a sapere che proprio in quel luogo di dolore e di umiliazione della persona umana che era il campo, la rabbina Jonas trovò, nei due anni in cui vi visse, la forza e l’orgoglio di tenere una dozzina di lezioni: «La donna ebrea nel Tanach e il Talmud», «L’umorismo del Talmud», «I comandamenti religiosi a Theresienstadt», e via dicendo. Tutta questa ricchezza intellettuale e spirituale, concentrata in una fragile donna, divenne cenere ad Auschwitz per l’efferata ideologia nazista, cui non riuscì però di intaccarne la memoria. Regina non mirava alla parità dei sessi, guardava a quella che oggi denominiamo “equivalenza” perché non vuole equiparare la donna a ruoli maschili, quanto piuttosto a potenziare le sue proprie caratteristiche: «ma se proprio devo rivelare cosa mi ha guidata come donna a diventare rabbino, mi vengono in mente due punti: la mia fede nella chiamata di Dio e il mio amore per la gente. Dio ha posto abilità e chiamate nei nostri cuori, senza distinzione di genere. Così ciascuno ha il dovere, uomo o donna, di realizzare e operare secondo i doni che Dio ha dato. Guardando la questione in questa prospettiva, si prendono maschio o femmine per quel che sono: esseri umani».
© Osservatore Romano - 16 giugno 2012