Ritorno a Sarajevo città del vivere insieme
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- Creato: 12 Settembre 2012
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di ADRIANO ROCCUCCI Tornare a Sarajevo non è un esercizio di archeologia per cultori della storia europea, sebbene recente. Non è gusto passatista per una ro-mantica nostalgia di un mondo che fu, quello degli imperi multinazio-nali. Non è indulgere a ricordare passaggi drammatici del Novecento europeo, quasi in una recidiva di quella patologia della memoria, di cui ha scritto con finezza Tzvetan Todorov. Tornare a Sarajevo è stato per quattro giorni un appuntamento con il futuro di un’Europa che oggi vive un delicato momento di passaggio nella bufera della crisi economico-fi-nanziaria e che, sebbene presa dai molteplici problemi dei suoi assetti, non può permettersi, ancora una volta, il lusso autolesionista di sotto-valutare e trascurare i Balcani. «Vivere insieme è il futuro. Reli-gioni e culture in dialogo» è stato il titolo dell’incontro annuale di pre-ghiera per la pace che la Comunità di Sant’Egidio ha realizzato que-st’anno nella capitale della Bosnia ed Erzegovina con un’ampia e auto-revole partecipazione di rappresen-tanti religiosi, personalità della cul-tura, uomini di Stato. Le giornate di dialogo, in cui si sono alternati momenti di confronto e di riflessione a cerimonie e gesti di pregnante valore simbolico non privi di concreta incidenza su diverse si-tuazioni di tensione e conflitto, sono state dense di significati molteplici. Innanzitutto per Sarajevo e a partire da Sarajevo. Sarajevo è città paradigma della coabitazione mediterranea e balcani-ca. Ma Sarajevo è stata anche città paradigma della rottura di quella coabitazione. Città «simbolo della sofferenza di tutta l’Europa» nel Novecento, come l’ha definita Gio-vanni Paolo II. Il ponte latino sul piccolo fiume Miljacka, che attraver-sa la città, è stato il luogo da cui con l’attentato mortale all’a rc i d u c a Francesco Ferdinando, nel 1914, è scoccata la scintilla che ha fatto scoppiare la prima guerra mondiale. Nella sinagoga un grande libro rac-coglie i nomi dei diecimila ebrei del-la città scomparsi nel gorgo della Shoah. I segni di proiettili di calibro diverso ancora evidenti sulle facciate di numerosi edifici sono una testi-monianza muta delle sofferenze dell’ultima guerra che ha investito Sarajevo dal 1992 al 1995. Ve n t ’anni dopo Sarajevo è stata nuovamente crocevia per l’Europa e il mondo: un crocevia di dialogo e di pace, attraversato da uomini e donne di religioni diverse animati da uno spirito di dialogo nella ricer-ca di soluzioni a problemi e a scena-ri non sempre facili. Un crocevia di dialogo e di pace che ha permesso la realizzazione di gesti di riconcilia-zione che sembravano impossibili fi-no all’immediata vigilia e che hanno acceso nuove speranze per il futuro della città e il consolidamento della pace nell’intera area balcanica. La prima visita, dalla guerra scop-piata nel 1992, del patriarca della Chiesa ortodossa serba a Sarajevo è stata l’evento di maggior rilievo dei giorni del convegno. Irinej, il capo della Chiesa che interpreta e rappre-senta l’anima profonda del popolo serbo, ha scelto con coraggio di ac-cettare l’invito di Sant’Egidio a par-tecipare all’incontro e visitare la città, compiendo un gesto il cui valore si può definire, senza iperbo-le, storico. L’inattesa e commovente presenza del patriarca alla messa presieduta nella cattedrale cattolica dall’arcivescovo di Vrhbosna, Sarajevo, cardinale Vinko Puljić, e concelebrata da numerosi cardinali e vescovi, ha suggellato con un elo-quente messaggio di valore ecumeni-co la visita a Sarajevo del primate serb o. Dal convergere di numerosi e au-torevoli rappresentanti del mondo cristiano nella capitale della Bosnia ed Erzegovina, tra i quali il primate della Chiesa ortodossa di Cipro Chrysostomos II, il metropolita di Volokolamsk, Hilarion, alla testa di una nutrita delegazione del Patriar-cato di Mosca, il segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chie-se, Olav Fykse Tveit, è scaturito un messaggio di fiducia in un nuovo slancio ecumenico che può animare le relazioni tra le Chiese cristiane. La coscienza dei cristiani europei ha manifestato con chiarezza in que-sti giorni il senso di un legame par-ticolare con Sarajevo e con la sua vi-cenda. La presenza dei cristiani nel-la città e la loro testimonianza co-mune sono un messaggio importan-te di pace per la regione dei Balcani, che nel corso dell’i n c o n t ro si è allargato alle altre comunità reli-giose. Alla cerimonia finale i rappresen-tanti delle quattro comunità religio-se di Sarajevo (musulmana, ortodos-sa, ebraica e cattolica) hanno firma-to un appello di pace che costituisce un’assunzione di responsabilità nell’impegno a proseguire il dialogo e l’incontro reciproco per vivere in-sieme. È un invito che con trasci-nante passione ha rivolto alla città a nome di tutti i partecipanti il cardi-nale Roger Etchegaray: «Sarajevo, io ti dico oggi: coraggio, coraggio, impara di nuovo a vivere insieme». E di una «una visione di speranza per questa terra e una grande simpa-tia» ha parlato il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea R i c c a rd i . Le energie spirituali delle religioni sono indispensabili al mondo. Lo sono ancor di più in un tempo di crisi, crisi non solo economico-finan-ziaria, ma anche e soprattutto spiri-tuale, che ha bisogno dell’app orto delle religioni. Lo hanno riconosciu-to gli uomini di Stato intervenuti: tra essi il presidente del Consiglio italiano, Mario Monti, il quale nel suo intervento ha osservato che c’è bisogno della speranza che proviene da uomini e donne di religione, im-pegnati nello sviluppo dell’«arte del vivere insieme», «vera cultura della globalizzazione positiva». Dal canto suo il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, ha ricordato tra l’altro la vicenda dell’Haggadahdi Sarajevo, il manoscritto miniato del XIVseco-lo, che contiene un’antologia di sto-rie, versetti, preghiere della Pasqua ebraica, sottratto ai nazisti da un erudito musulmano nel 1941 e pre-servato dalle bombe da un archeolo-go, anch’egli musulmano, nel corso della guerra di Bosnia. Un libro simbolo della città, una copia del quale è stata significativamente con-segnata da Mustafa Cerić, gran muf-ti di Bosnia ed Erzegovina, a Oded Wiener, del Gran rabbinato di Israe-le, alla presenza di Jacob Finci, pre-sidente della comunità ebraica di Bosnia ed Erzegovina. Nel suo messaggio all’incontro or-ganizzato dalla Comunità di Sant’Egidio, a nome del Papa, il cardinale segretario di Stato, Tarci-sio Bertone, ha affermato: «Oggi, da Sarajevo, vuole partire un mes-saggio di pace, grazie all’incontro di tanti uomini e donne di religioni di-verse. La pace ha bisogno di essere sostenuta da cuori e menti che cer-cano la verità, si aprono all’azione di Dio, tendono le mani agli altri». Quel messaggio di pace è partito: le tradizioni spirituali possono e debbono fondare il vivere insieme. Sarajevo con i giorni dell’incontro è divenuta paradigma della città nel mondo della globalizzazione: città del vivere insieme. Una necessità.
© Osservatore Romano - 13 settembre 2012