Berna - La Svizzera e i cristiani in Iraq Cosa fa la Confederazione per aiutare le vittime dell’ISIS?
- Dettagli
- Creato: 16 Settembre 2014
- Hits: 1215

Cosa sta facendo la Svizzera per i cristiani e le altre minoranze vittime della violenza dello Stato islamico in Iraq e in Siria? È ciò di cui ha discusso ieri a Berna una delegazioni di alcuni parlamentari, tra cui il ticinese Marco Romano (PPD), e di esponenti delle comunità aramaiche presenti in Svizzera con il segretario di Stato Yves Rossier e i suoi collaboratori del Dipartimento federale degli Affari esteri.
Sono principalmente tre, ci ha spiegato Marco Romano, le linee lungo le quali si sta evolvendo il sostegno e l’impegno elvetico. In primo luogo l’aiuto umanitario internazionale. Solo negli ultimi mesi, la Svizzera ha contribuito agli aiuti internazionali in Siria con investimenti pari a 30 milioni di franchi. E anche in Iraq sono stati fatti negli ultimi tempi notevoli investimenti. L’impegno della Svizzera è apprezzato e importante. Non si tratta solo di soldi, ma anche di know how diplomatico a favore della pace. La diplomazia Svizzera è stimata e ascoltata.
In secondo luogo, vi è tutto il lavoro che viene fatto tramite le organizzazioni non governative presenti in Siria e in Iraq. Gran parte dell’impegno svizzero in questo campo sta nel formare persone in loco che possano aiutare il Paese nel processo democratico. In questo campo, ci spiega ancora Romano, la Svizzera è molto ascoltata nonché presa come esempio. Si guarda alla Svizzera come modello di convivenza civile tra etnie, religioni e lingue diverse.
Il terzo filone lungo il quale Berna si sta muovendo è quello meno visibile: la diplomazia. La Svizzera, in quanto neutrale, non può impegnarsi in prima persona sul terreno. Quello che può fare (e sta facendo), però, è convincere gli altri a denunciare e punire chi sta compiendo queste atrocità. Recentemente, ha spiegato ieri Rossier, un grande lavoro è stato fatto per esempio con la Francia. Ma lo stesso sta avvenendo, in occasione di vari incontri, anche con altri Potenze mondiali.
Ultimo punto, molto interessante, toccato ancora ieri durante l’incontro a Berna, quello della permanenza o della fuga dei cristiani dall’Iraq. Secondo tutti i presenti, è molto importante che le minoranze rimangano in Iraq. Fuggire significherebbe darla vinta ai terroristi. Per questo, la Confederazione cerca di sostenere il più possibile progetti legati ai campi profughi in Kurdistan piuttosto che in altri Paesi della regione. Una volta finita la guerra, ci ha spiegato ancora Romano, i cristiani devono poter rientrare alle loro case. Per questo è importantissimo che li si aiuti a rimanere laggiù. Occorre denunciare e perseguire i tremendi crimini in corso. Come fa, per esempio, la colletta “Adotta un cristiano in Iraq” lanciata dal Giornale del Popolo.
© gdp.ch - 16 settembre 2014