Tolleranza è un concetto conflittuale
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- Creato: 14 Marzo 2009
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Il 13 e il 14 marzo a Roma, presso l'Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente, si tiene il convegno "Ad ulteriores gentes. The Christians in the East". Pubblichiamo ampi stralci di una delle relazioni.
Pontificio Istituto Orientale
La tolleranza assoluta è contraddittoria. Si tollera qualcosa, ma fino a un certo punto. Perché la tolleranza suppone sempre un conflitto di valori, o meglio è situata nel bel mezzo di due estremi da evitare: l'assolutismo e il relativismo a oltranza, l'intransigenza e il sincretismo agnostico. Se si vuole attraversare lo stretto della tolleranza bisogna guardarsi dallo Scilla del fondamentalismo, incapace di dubitare di sé e dal Cariddi dello scetticismo senza certezze.
Paradossalmente una definizione latina della tolleranza religiosa si trova nella lettera Ad scapulam di un intollerante come Tertulliano: "È un diritto dell'uomo e dell'umana capacità di ciascuno, adorare il dio in cui uno crede, perché a nessuno nuoce o giova una religione aliena. Né si può costringere qualcuno a credere per forza. La religione propria deve scegliersi liberamente come devono essere volontarie le oblazioni".
Accenno ora brevemente alla tolleranza islamica, se voglio domandarmi se ci sono somiglianze con quella persiana.
Da una parte il Corano, libro sacro della religione islamica, manifesta liberalità: "Gli uomini formavano una sola comunità. Allah poi inviò i profeti (...) fece scendere su di loro la Scrittura con la verità" (Sura della giovenca, 2, 213). "Dialogate con belle maniere con la gente della Scrittura, salvo con quelli di loro che sono ingiusti. Dite: Crediamo in quello che è stato fatto scendere su di noi e in quello che è stato fatto scendere su di voi, il nostro Dio e il vostro sono lo stesso Dio ed è a Lui che ci sottomettiamo" (Sura del ragno, 29, 46). "Nella religione non c'è violenza" (Sura della giovenca, 2, 25). "Se il tuo Signore volesse, tutti coloro che sono sulla terra crederebbero" (Sura di Giona, 10, 99).
Ma la tolleranza islamica non dimentica che la sua religione è l'unica vera. Del resto a detta di Gustav Mensching fanno lo stesso le tolleranze del monoteismo cioè anche la giudaica e la cristiana sia pure con modulazioni diverse. Dal punto di vista della coscienza di essere la religione vera il musulmano accomuna la gente del Libro con i miscredenti kâfirûn. "E dì a coloro che hanno ricevuto il Libro e agli illetterati: Vi siete sottomessi? Se si sottomettono, saranno ben guidati. Se ti volgono le spalle il tuo compito è solo di trasmettere. Allah osserva i suoi schiavi" (Sura della famiglia di 'Imrân, 3, 20). "E quando saranno trascorsi i mesi sacri, uccidete questi associatori, ovunque li incontriate, catturateli, assediateli e tendete loro agguati. Se si pentono, se eseguono la salât e pagano la zakat, lasciateli andare per la loro strada. Allah è perdonatore misericordioso. E se qualche associatore ti chiede asilo, concediglielo purché ascolti la parola di Allah e poi rimandalo in sicurezza" (Sura del pentimento, 9, 5-6.).
Cosa sappiamo della tolleranza persiana? Sappiamo che ancora prima di Cristo c'era in Persia una tradizione tollerante nei confronti degli Ebrei. Ciro, figlio di Astiage, nell'anno 538 prima dell'era cristiana proclama per tutto il regno a voce e per iscritto il famoso editto del ritorno dall'esilio. "Il Signore re dei cieli mi ha consegnato tutti i regni della terra. Mi ha comandato di costruire un tempio in Gerusalemme. Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il suo Dio sia con lui e parta" (2 Cronache, 36, 22-23).
Altrettanto, nel libro di Ester, un editto del re persiano Serse o Assuero, proclama: "Gli Ebrei sono figli di Dio l'Altissimo, Massimo, Vivente, il quale in favore nostro e dei nostri antenati dirige il regno nella migliore floridezza. Quanto a voi, Ebrei, celebrate questo giorno insigne - il Purim - (...) Sia ricordo di salvezza per noi e per i Persiani benevoli" (Ester, 8, 12q-12u).
La Persia continuò la sua tradizione di tolleranza sotto i Sassanidi cioè dal secolo iii al secolo vii dell'era cristiana quando arrivarono i musulmani. Costantino nel iv secolo constata che i barbari orientali, cioè i persiani, sono più tolleranti verso i cristiani degli imperatori romani suoi predecessori. Infatti i persiani accolsero i perseguitati da Roma e "li trattennero in una filantropica custodia". Spesso, attraversando il limes di Roma, di ritorno da incursioni vittoriose, si portano dietro schiere di migranti accompagnati da preti e vescovi. Assegnano terre e abitazioni e permettono di praticare indisturbati la loro religione.
La tolleranza dei Sassanidi presenta più di una similitudine con quella dei musulmani. C'è una sola religione ufficiale dell'unica autorità persiana o re dei re, la religione di Zoroastro. Come l'unica religione del Profeta o del califfo è l'islam. L'autorità è gelosa delle sue esclusive funzioni e questo provoca reazioni di cui i protetti sono spesso vittime. Per esempio, Sapore ii, dopo la lettera di Costantino che gli raccomanda i sudditi cristiani, scatena contro di loro una persecuzione nell'anno 340. Nel caso dell'islam io temo che secoli di ingerenze politiche dell'Occidente in terra islamica abbiano provocato reazioni di cui i cristiani del dâr al-islâm sono vittime.
Le due tolleranze comportano il pagamento di una tassa di capitazione che in arabo si chiama giziya. Per la Persia lo prova un passo della Cronaca di Seert: "Quando il vescovo maggiore, Mar Simone Bar Sabba'e giunge alla presenza di Sapore ii, questi impone il tributo anche ai monaci che vivono in monastero e pretende che si raddoppi la tassa di ogni cristiano".
Claude Cahen ha scritto che anche i musulmani in Egitto esentarono in un primo tempo i monaci dalla tassa. Ma in seguito, avendo constatato che all'arrivo degli esattori alcuni non monaci entravano in monastero per non pagare la tassa, i musulmani abolirono quella esenzione.
Per ambedue la condanna cui giunge il versante intransigente della tolleranza ammette sempre, anche in extremis, il perdono del condannato, se solo professa la religione ufficiale, cioè lo zoroastrismo o l'islam. Di questo ci sono prove per la storia islamica. Per la storia persiana lo si trova documentato dalla Cronaca di Seert, dove Sapore propone più di una volta al vescovo maggiore di fare atto di culto zoroastriano.
Sulla tolleranza dello zoroastrismo cito un particolare curioso. Aveva concesso la protezione ai cristiani. Quando arrivarono, i musulmani assicurarono i zoroastriani che sarebbero stati tollerati come gli ebrei e i cristiani. Ma i zoroastriani non vollero retrocedere dal grado di seguaci della religione dello sciah a quello di protetti. Migrarono in India dando origine al parsismo.
Oltre le intuizioni di Shedd, aggiungo un testo di Jean-Marie Fiey: "Forse bisognerebbe pensare con valore di ipotesi a una formula di condiscendenza da parte dei padroni persiani e di umiltà da parte degli ospiti cristiani, i quali accettarono la loro situazione di clienti (pensiamo ai dimmî) in rapporto al governo e alla religione ufficiale rendendosi garanti, davanti a quei signori, delle intenzioni pacifiche dei cristiani" (Jalons pour une histoire de l'Église en Iraq, Louvain, 1970, p. 54 nota 4).
L'iranista Richard Frye fa un passo avanti scrivendo in Cambridge History of Iran (volume iii, parte prima, p. 132): "Il riconoscimento legale di minoranze religiose, divenuto più tardi famoso sotto la forma giuridica del millet, sembra praticato dai primi Sassanidi con l'imposta relativa sulle minoranze".
(©L'Osservatore Romano - 14 marzo 2009)