Balcani da ricostruire

Valjevo10BELGRADO, 18. Una catastrofe senza precedenti. Sei mesi fa, il 16 maggio scorso, una pesantissima alluvione ha devastato il cuore dei Balcani, interessando un’area grande quasi come la pianura padana con un bilancio da bollettino di guerra: settantasei vittime (cinquantuno in Serbia; più di venti in Bosnia ed Erzegovina, anche se il dato non è mai stato reso ufficiale) e danni per 3,7 miliardi di euro.
Soprattutto, un evento che ha fatto rivivere traumi da cui i due Paesi si stavano con fatica riprendendo dopo i conflitti degli anni Novanta: migliaia di sfollati, case distrutte, attività economiche e commerciali azzerate. Molti cittadini della Bosnia ed Erzegovina e della Serbia si sono trovati costretti a ripartire da zero, per l’ennesima volta. Per richiamare nuovamente l’attenzione su questa drammatica realtà tutt’altro che risolta e per rafforzare i legami di vicinanza e di solidarietà con le popolazioni di Bosnia ed Erzegovina e Serbia, la Caritas Italiana — da subito impegnata insieme ad altre organizzazioni internazionali sul fronte della prima emergenza — ha ora pubblicato un dossier dal titolo «6 mesi di solidarietà». Uno strumento, dunque, per dare conto del lavoro svolto e, soprattutto, rilanciare gli interventi. «Molto è stato fatto in questi mesi — si legge nel dossier — grazie all’impegno di tutti. Molto però resta ancora da fare. Da un lato, infatti, l’entità dei danni subiti richiede un supporto che continui nel mediolungo periodo per consentire una ripresa stabile. Dall’altro lato, a sei mesi dalle prime alluvioni, l’emergenza non sembra purtroppo essere ancora finita. I danni causati dalle alluvioni di maggio ai letti dei fiumi, agli argini, ai terreni e alle infrastrutture stanno infatti rendendo difficile la rimessa in sicurezza del territorio. Già in agosto e in settembre, a seguito di intense piogge, si sono verificati nuovi allagamenti e frane sia in Bosnia ed Erzegovina sia in Serbia, distruggendo altri paesi e causando nuove vittime». Le conseguenze delle alluvioni si faranno sentire a lungo e incideranno negativamente sulle economie locali già in crisi. Sia Belgrado che Sarajevo sono in cronica recessione e la disoccupazione è altissima (più del 20 per cento in entrambi i Paesi). Conclusa, dunque, la fase dell’emergenza umanitaria, Caritas Italiana insieme alle Chiese locali ha dato avvio, sin dall’agosto scorso, alla fase di recupero delle aree inondate. Infatti, come rilevato nel dossier, il tragico bilancio in termini di vite umane «va di pari passo con la questione, gravissima, dei danni riportati dal settore economico». Le alluvioni hanno distrutto infrastrutture, fabbriche, esercizi commerciali e centrali energetiche. Fin da subito sono emersi danni enormi all’agricoltura, subiti peraltro in un momento delicatissimo, proprio quando la stagione della semina stava per terminare. Un’alluvione a maggio ha significato, per moltissimi proprietari terrieri, la perdita del raccolto già seminato e, concretamente, l’imp ossibilità di piantare nuove sementi: la stagione 2014, per molti di loro, è stata semplicemente perduta. Grazie infatti ai fondi messi a disposizione dalla Conferenza episcopale italiana, dalla rete delle Caritas diocesane italiane e dai tanti benefattori che hanno risposto all’app ello, sono stati finanziati nove progetti per un valore totale di oltre 560.000 euro a supporto di 750 famiglie in quattro principali aree di intervento: ristrutturazione delle abitazioni; ripresa delle attività sociali ed economiche; risanamento igienico-sanitario; sostegno al volontariato. I beneficiari dei progetti appartengono principalmente alle fasce più svantaggiate della popolazione: anziani senza fonte di reddito e privi di legami familiari; donne sole con uno o più figli, in situazioni economiche deboli; famiglie numerose senza stabili fonti di sostentamento e con membri disabili. «Venti parrocchie solo nella mia diocesi — è la testimonianza del cardinale arcivescovo di Sarajevo, Vinko Puljić, raccolta nel dossier — sono state distrutte nel corso delle ultime alluvioni. E non si parla soltanto di una devastazione materiale, ma anche psicologica. La gente è lasciata sola dalle istituzioni, in tanti perdono la forza. Qui anche prima di questa catastrofe la vita era dura, in molti se ne vanno, emigrano alla ricerca di un lavoro, soprattutto i giovani. Come Chiesa non abbiamo aspettato lo Stato. Io stesso, molte volte, mi sono recato direttamente sul campo. Occorre dare un segnale. Anche se il pane è importante, il nostro compito è portare prima di tutto la speranza».

© Osservatore Romano - 19 novembre 2014