Una porta santa per Aleppo · Sarà aperta nella chiesa di san Francesco
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- Creato: 07 Novembre 2015
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Aleppo, 7. Il 13 dicembre prossimo nella città martire siriana di Aleppo, sotto assedio dal 2012, verrà aperta la porta santa nella parrocchia di san Francesco, colpita e danneggiata il 25 ottobre da un lancio di granate. La parola “misericordia”, di fronte a centinaia di migliaia di morti e feriti e a milioni di sfollati e rifugiati, acquista un valore esemplare in una città come Aleppo, un tempo la più popolosa della Siria (4 milioni circa di abitanti) e capitale economica del Paese.

Dal 2012 Aleppo è al centro di aspri combattimenti tra l’Esercito regolare del presidente Assad, i ribelli e i miliziani dello Stato Islamico (Is). Per questo è stata definita la “Sarajevo del xxi secolo”.
Prima dell’inizio delle ostilità, la comunità cristiana era formata da poco meno di 200.000 membri. Oggi si sono dimezzati, attestandosi intorno ai 90.000, tutti concentrati nella parte della città in mano alle forze governative. La popolazione complessiva, invece, è scesa a circa 1,9 milioni di persone. «Siamo senza acqua, senza energia elettrica e senza carburanti. Mancano i generi di prima necessità. Granate, bombe e razzi possono colpirci in ogni momento e in ogni luogo. Il 3 novembre — racconta al Sir il vicario apostolico di Aleppo, Georges Abou Khazen — l’esercito regolare ha ripreso il controllo della strada che porta in città e così sono ripresi anche i trasporti di viveri e rifornimenti. Ma non sappiamo quanto durerà». Nonostante la gravità della situazione, gli abitanti di Aleppo resistono. Resistono anche i cristiani la cui fede non appare scalfita dalle bombe, dalla violenza e dall’avanzata dell’Is. «Sappiamo — sottolinea il vicario — di essere tutti sotto tiro».
Non è un caso che la porta santa di Aleppo si trovi proprio nella parrocchia di san Francesco, nel quartiere di Aziziyeh, colpita alla fine di ottobre da una granata, sparata dai ribelli, che fortunatamente è esplosa prima di sfondare il tetto, squarciando la cupola, ma ferendo solo sette persone in maniera non grave. Quella di san Francesco è l’unica chiesa della zona a essere ancora agibile, un rifugio per molti fedeli. Delle trenta chiese attive ad Aleppo prima delle ostilità, oggi metà sono distrutte o inaccessibili. Una porta santa aperta in una chiesa che non vuole piegarsi al male e alla disperazione.
Aleppo, 7. Il 13 dicembre prossimo nella città martire siriana di Aleppo, sotto assedio dal 2012, verrà aperta la porta santa nella parrocchia di san Francesco, colpita e danneggiata il 25 ottobre da un lancio di granate. La parola “misericordia”, di fronte a centinaia di migliaia di morti e feriti e a milioni di sfollati e rifugiati, acquista un valore esemplare in una città come Aleppo, un tempo la più popolosa della Siria (4 milioni circa di abitanti) e capitale economica del Paese.

Dal 2012 Aleppo è al centro di aspri combattimenti tra l’Esercito regolare del presidente Assad, i ribelli e i miliziani dello Stato Islamico (Is). Per questo è stata definita la “Sarajevo del xxi secolo”.
Prima dell’inizio delle ostilità, la comunità cristiana era formata da poco meno di 200.000 membri. Oggi si sono dimezzati, attestandosi intorno ai 90.000, tutti concentrati nella parte della città in mano alle forze governative. La popolazione complessiva, invece, è scesa a circa 1,9 milioni di persone. «Siamo senza acqua, senza energia elettrica e senza carburanti. Mancano i generi di prima necessità. Granate, bombe e razzi possono colpirci in ogni momento e in ogni luogo. Il 3 novembre — racconta al Sir il vicario apostolico di Aleppo, Georges Abou Khazen — l’esercito regolare ha ripreso il controllo della strada che porta in città e così sono ripresi anche i trasporti di viveri e rifornimenti. Ma non sappiamo quanto durerà». Nonostante la gravità della situazione, gli abitanti di Aleppo resistono. Resistono anche i cristiani la cui fede non appare scalfita dalle bombe, dalla violenza e dall’avanzata dell’Is. «Sappiamo — sottolinea il vicario — di essere tutti sotto tiro».
Non è un caso che la porta santa di Aleppo si trovi proprio nella parrocchia di san Francesco, nel quartiere di Aziziyeh, colpita alla fine di ottobre da una granata, sparata dai ribelli, che fortunatamente è esplosa prima di sfondare il tetto, squarciando la cupola, ma ferendo solo sette persone in maniera non grave. Quella di san Francesco è l’unica chiesa della zona a essere ancora agibile, un rifugio per molti fedeli. Delle trenta chiese attive ad Aleppo prima delle ostilità, oggi metà sono distrutte o inaccessibili. Una porta santa aperta in una chiesa che non vuole piegarsi al male e alla disperazione.
Aleppo, 7. Il 13 dicembre prossimo nella città martire siriana di Aleppo, sotto assedio dal 2012, verrà aperta la porta santa nella parrocchia di san Francesco, colpita e danneggiata il 25 ottobre da un lancio di granate. La parola “misericordia”, di fronte a centinaia di migliaia di morti e feriti e a milioni di sfollati e rifugiati, acquista un valore esemplare in una città come Aleppo, un tempo la più popolosa della Siria (4 milioni circa di abitanti) e capitale economica del Paese.

Dal 2012 Aleppo è al centro di aspri combattimenti tra l’Esercito regolare del presidente Assad, i ribelli e i miliziani dello Stato Islamico (Is). Per questo è stata definita la “Sarajevo del xxi secolo”.
Prima dell’inizio delle ostilità, la comunità cristiana era formata da poco meno di 200.000 membri. Oggi si sono dimezzati, attestandosi intorno ai 90.000, tutti concentrati nella parte della città in mano alle forze governative. La popolazione complessiva, invece, è scesa a circa 1,9 milioni di persone. «Siamo senza acqua, senza energia elettrica e senza carburanti. Mancano i generi di prima necessità. Granate, bombe e razzi possono colpirci in ogni momento e in ogni luogo. Il 3 novembre — racconta al Sir il vicario apostolico di Aleppo, Georges Abou Khazen — l’esercito regolare ha ripreso il controllo della strada che porta in città e così sono ripresi anche i trasporti di viveri e rifornimenti. Ma non sappiamo quanto durerà». Nonostante la gravità della situazione, gli abitanti di Aleppo resistono. Resistono anche i cristiani la cui fede non appare scalfita dalle bombe, dalla violenza e dall’avanzata dell’Is. «Sappiamo — sottolinea il vicario — di essere tutti sotto tiro».
Non è un caso che la porta santa di Aleppo si trovi proprio nella parrocchia di san Francesco, nel quartiere di Aziziyeh, colpita alla fine di ottobre da una granata, sparata dai ribelli, che fortunatamente è esplosa prima di sfondare il tetto, squarciando la cupola, ma ferendo solo sette persone in maniera non grave. Quella di san Francesco è l’unica chiesa della zona a essere ancora agibile, un rifugio per molti fedeli. Delle trenta chiese attive ad Aleppo prima delle ostilità, oggi metà sono distrutte o inaccessibili. Una porta santa aperta in una chiesa che non vuole piegarsi al male e alla disperazione.
Un segno di speranza nella città martire della macelleria siriana. Il 13 dicembre, pochi giorni dopo l'inizio ufficiale del Giubileo della Misericordia indetto da Papa Francesco, tra le macerie di Aleppo verrà aperta una Porta Santa. Il luogo scelto è altamente simbolico: la chiesa di San Francesco, che il 25 ottobre era finita nel mirino delle milizie jihadiste. Un ordigno aveva colpito il tetto dell'edificio dove si stava celebrando la Messa festiva provocando un'esplosione e il ferimento di sette persone. In occasione del Giubileo, altre due porte saranno "aperte" in Siria, a Damasco e Latakia. "Oggi più che mai la nostra nazione ha bisogno dell'abbraccio della misericordia di Dio - spiega il vicario apostolico latino, il francescano Georges Abu Khazen -. Noi cristiani siamo chiamati a
Parole che risuonano in una città dove è in corso una battaglia decisiva per le sorti del conflitto, tra l'esercito regolare e i gruppi della galassia anti-Assad, in particolare Al Nusra e Isis. La popolazione continua a fuggire: dei 4 milioni di abitanti che ne facevano la città più popolosa del Paese, sono rimasti 1 milione 900mila, i cristiani sono scesi da 200mila a 90mila, e vivono tutti nei quartieri controllati dalle forze governative. Negli ultimi giorni, grazie all'intervento militare russo, la morsa dei ribelli sulla città si è allentata, e molti cristiani che si sentivano letteralmente assediati hanno tirato un sospiro di sollievo.
"La situazione è sempre grave, la corrente elettrica viene erogata per poche ore al giorno, l'acqua è una rarità da quando i ribelli si sono impossessati dell'acquedotto e hanno tagliato le forniture per fare pressione sul governo - racconta Joseph, un giovane profugo arrivato recentemente in Italia e che comunica quasi ogni giorno con la sua famiglia ad Aleppo -. Questa è una sporca guerra, la cosiddetta opposizione è ormai nelle mani dei gruppi più radicali, i combattenti sono quasi tutti stranieri e ostili ai cristiani. Per questo l'intervento dei russi viene giudicato positivamente, come un argine all'avanzata dei jihadisti. È anche grazie a loro che l'esercito regolare è riuscito a riattivare la circolazione nella strada che collega Damasco ad Aleppo, unica via di comunicazione con il resto del Paese, dalla quale passano i rifornimenti di viveri e merci".
Ibrahim Alzabagh, il francescano parroco della chiesa di San Francesco, ha accolto con gioia l'annuncio del vicario apostolico relativo all'apertura della porta per l'Anno Santo: "È una grande occasione per chiedere il dono della pace e la conversione dei cuori, anche quelli dei potenti. La mia gente continua a pregare, e l'attacco che abbiamo subito il 25 ottobre non ha piegato la nostra fede. Anzi, proprio la dinamica del fatto ci ha resi ancora più consapevoli che siamo oggetto di misericordia da parte del Signore: l'ordigno scagliato contro la chiesa ha colpito la cupola ed è rimbalzato sul tetto, se fosse entrato subito avrebbe provocato una strage perché c'erano 400 persone a Messa. E proprio in quel momento stavamo cantando il salmo 120, che recita: 'Non lascerà vacillare il tuo piede, non si addormenterà il tuo custode... Il Signore ti proteggerà da ogni male, Egli proteggerà la tua vita".
Nel quartiere di Azizieh, dove ha sede la chiesa - l'unica della zona rimasta accessibile, mentre metà delle trenta che erano aperte prima del conflitto sono distrutte o inagibili - i francescani continuano la loro opera di aiuto alla popolazione e testimoniano la possibilità di una convivenza tra cristiani e musulmani in un momento in cui la diffidenza rischia di prevalere. La vita della comunità cerca di proseguire, sono stati riaperti le scuole, gli scout, l’oratorio, il catechismo.
La guerra continua a seminare vittime, e nelle ultime ore dal fronte diplomatico non arrivano segnali significativi. "Purtroppo la fine del conflitto non dipende dal popolo siriano, ma dalle potenze straniere che lo hanno imposto e che decidono la nostra sorte - conclude amareggiato il vicario Abu Khazen -. A queste potenze dico: lasciate dialogare i siriani che sanno cosa vogliono. Non lo sanno invece gli Usa, l’Ue, l’Arabia Saudita, il Qatar e altri Paesi che perseguono solo i loro interessi particolari».
© riproduzione riservata Avvenire - 7.11.2015