Fu vera persecuzione
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- Creato: 09 Settembre 2016
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Il travaglio degli ortodossi bulgari sotto il dominio comunistadi DANIELA KALKANDJIEVA
La caduta del comunismo nell’Europa dell’Est ha avuto un duplice effetto sulle comunità religiose locali. Da un lato, ha provocato un risveglio religioso e una spinta a restaurare i modelli della vita religiosa pre-comunista in queste regioni.
D’altro lato, il cambiamento politico ha suscitato un forte interesse per le vittime del precedente regime totalitario. Per questo la persecuzione dei servi di Dio che sono stati martirizzati da atei militanti è diventata una questione che ha coinvolto non soltanto la loro comunità religiosa, ma l’intera nazione. In questo modo la loro commemorazione ha finito per acquistare un duplice significato: svolge un ruolo importante non solo nella rinascita del corpo religioso cui costoro appartenevano, ma anche nel rigetto dell’ateismo come base ideologica della nuova società post-comunista. Nel caso della Bulgaria, la Chiesa cattolica è diventata la prima organizzazione religiosa che ha mosso dei passi in vista della commemorazione del suo clero perseguitato. Nel 1998, Papa Giovanni Paolo II b eatificò Eugenij Bossilkov, il vescovo passionista di Nicopoli, che era stato selvaggiamente assassinato in prigione durante il processo pubblico contro i cattolici nel 1952. Quattro anni più tardi furono dichiarati martiri per la fede anche tre presbiteri assunzionisti che erano stati condannati a morte insieme a lui. In modo simile le chiese protestanti locali si mossero immediatamente per ottenere la memoria del martirio dei loro pastori. La Chiesa ortodossa bulgara, che rappresenta la maggioranza religiosa nella regione, in quello stesso periodo non ha canonizzato nessuno dei suoi presbiteri che hanno reso testimonianza della loro fede con il martirio. Perché? Le motivazioni sono complesse. In buona parte il ritardo nella canonizzazione dei martiri e dei confessori ortodossi deriva dalle diverse politiche dei comunisti bulgari nei confronti della Chiesa nazionale ortodossa e delle altre comunità religiose. Lo studio sulla persecuzione del clero ortodosso è concentrato sul periodo tra il 1944 e il 1949, mentre i quattro decenni successivi restano pressoché inesplorati. Questa conoscenza offre solide fondamenta per la canonizzazione della nuova schiera dei martiri ortodossi bulgari (dopo quelli dell’epoca medievale e ottomana), perché quasi tutti i casi di morte violenta avvennero verso la metà degli anni Quaranta. Se paragonata alla Chiesa ortodossa russa, la Chiesa bulgara non divenne bersaglio di una persecuzione su vasta scala. Intorno al 1945, questa Chiesa aveva circa tremila chierici (autorità ecclesiastiche, monaci, preti). Secondo i diversi studiosi il numero totale dei chierici ortodossi perseguitati varia tra cinquecento e seicento. Un quinto di essi, incluso un metropolita, fu assassinato tra il 1944 e il 1949. Il terrore contro il clero ortodosso in Bulgaria iniziò immediatamente dopo il colpo di Stato del 9 settembre 1944 e fu particolarmente intenso fino al maggio 1945, quando furono uccisi più di cento preti. Soltanto tra il settembre e l’ottobre del 1944 sessantotto preti e sette monaci furono rapiti, torturati e uccisi senza testimonianze esterne, da parte di squadre punitive speciali. Il più delle volte i corpi di questi chierici furono gettati senza sepoltura in luoghi deserti o in tombe comuni insieme ad altre vittime del regime. In poche occasioni i corpi furono “restituiti” ai familiari, ma non come un gesto di umanità. Al contrario ciò doveva procurare sofferenza, pubblica umiliazione e isolamento sociale ai parenti della vittima che finivano per essere considerati nemici della loro nazione. I segni delle torture, inoltre, dovevano terrorizzare chiunque osasse resistere. Nello stesso tempo, vi sono soltanto pochi casi attestati di assassinio pubblico di preti, a esempio quello di padre Svetoslav Vassilev, che fu ucciso a bastonate per la strada a Varna. Ma i governanti comunisti non erano soddisfatti dalla morte fisica delle loro vittime; cercavano anche la loro distruzione morale. Di conseguenza alcuni preti assassinati furono citati in giudizio post mortem dalla cosiddetta Corte del popolo. È il caso, a esempio, dello ieromonaco Paladii, protosincello (vicario) del metropolita Neofit di Vidin. Su proposta di tale tribunale le autorità arrestarono più di duecento nuovi chierici. Alcuni di essi furono bastonati a morte prima del processo. Insomma la Corte del popolo emise centocinquantadue sentenze, tredici delle quali capitali. Allo stesso tempo, soltanto una parte dei chierici indiziati furono imputati e sottoposti a processo; i restanti furono usati dalla pubblica accusa come testimoni. Questo non significa che gli ultimi sono sfuggiti alle torture. Anzi, dopo il processo, molti di questi “testimoni”, senza essere stati condannati, furono spediti nei cosiddetti campi di lavoro (la versione bulgara del gulag sovietico) dove subirono vessazioni fisiche e morali. Parallelamente, molti dei chierici condannati non furono rilasciati dopo aver scontato la pena del confino, ma furono trasferiti in campi di lavoro. È il caso, a esempio, di padre Dimitar Enchev del villaggio di Izgrev, il quale attirava i bambini della sua parrocchia nell’o rg a n i z z a z i o - ne dei bambini cristiani “Hristiyanche”: fu spedito in un campo per aver sabotato l’o rg a n i z z a - zione “Pionieri” sp onsorizzata dal partito. Vi furono anche preti citati in giudizio con l’accusa di essere monarchici, sulla base della legge socialista sulle Denominazioni religiose (1949). Per esempio, padre Dimitar Slavov del villaggio di Omarchevo, che custodiva in casa sua il ritratto dell’antica famiglia reale. Al momento attuale gli studiosi hanno identificato circa cinquanta nomi di preti ortodossi che sono stati nei campi di lavoro. Benché questi campi non abbiano portato allo sterminio del clero, vi furono casi di morte, a esempio quello di padre Atanas Velkov del villaggio di Laki, morto in seguito alle torture subite nel campo di Samovo dene. Verso la fine degli anni Quaranta e negli anni Cinquanta, il clero ortodosso patì diverse forme di restrizioni amministrative e di vessazione. Le proprietà dei preti condannati furono confiscate. Molti di questi preti furono privati dei diritti civili e politici al momento del loro rilascio dalla prigione o dal campo di lavoro. Spesso le autorità impedirono loro di ricevere il salario e la pensione e fu perfino proibito ai loro figli di accedere agli studi universitari. Molte famiglie di preti che risiedevano in grandi città furono esiliate in villaggi sperduti. Questo terrore amministrativo, insieme ai campi di lavoro, fu impiegato su larga scala dopo il settembre 1948, quando l’esarca Stefan fu deposto dal suo ufficio di presidente del santo sinodo e di metropolita di Sofia. Al momento della sua deposizione, il regime comunista avviò anche un’enorme quantità di indagini sulla lealtà dei preti ortodossi alla sua politica. Nel 1958 il partito comunista bulgaro abbandonò la politica di vessazioni dirette nei confronti del clero ortodosso e degli altri ministri religiosi. Gli ultimi chierici detenuti in campi di lavoro furono rilasciati intorno al 1960, quando i campi furono chiusi. D’altra parte, il regime comunista intensificò la propaganda interna antireligiosa. Nel caso della Chiesa ortodossa bulgara, poi, diede il via libera alle sue attività internazionali; a esempio alla presenza di suoi membri al Consiglio ecumenico delle Chiese, alla partecipazione alle conferenze di Rodi e all’invio di osservatori al concilio Vaticano II. A prima vista sembra che l’episcopato ortodosso in Bulgaria non abbia patito dure persecuzioni. In realtà, i comunisti avevano progettato di arrestare il santo sinodo dopo il colpo di stato del settembre 1944. Furono fermati soltanto dall’intervento di Georgi Dimitrov, da Mosca. Due metropoliti tuttavia, Kiril di Plovdiv e Paisii di Vrasta furono arrestati e tenuti in prigione dall’ottobre 1944 al marzo 1945. Durante questo tempo non solo patirono vessazioni fisiche, ma il loro status religioso fu oggetto di speciali umiliazioni; a esempio, le guardie strappavano loro la barba. La società bulgara, comunque, rimase all’oscuro delle vessazioni perpetrate contro di loro a motivo della spessa coltre di silenzio imposta dal regime comunista sulla persecuzione delle autorità ecclesiastiche ortodosse. Anche gli altri metropoliti bulgari furono oggetto di persecuzione sotto vari pretesti: il metropolita Filaret di Lovech fu accusato di reati di ordine finanziario; il metropolita Sofronii di Tarnovo fu accusato di propaganda antisovietica e di atteggiamento ostile nei confronti del governo popolare in Bulgaria, mentre il metropolita Neofit di Vidin, un anziano prete vedovo, dovette firmare dichiarazioni di appoggio al regime nella speranza che la famiglia di suo figlio potesse rientrare dall’esilio. Uno dei casi meglio studiati è quello dell’esarca Stefan, la cui deposizione fu ufficialmente presentata come una volontaria rassegna di dimissioni dovuta a cattive condizioni di salute. Infine, il metropolita Boris di Nevrokop fu ucciso subito dopo la deposizione di Stefan. Il suo assassinio nel novembre del 1948 fu presentato come un’azione criminale. Ora però i documenti d’archivio come pure i resoconti delle testimonianze raccolte dopo la caduta del comunismo rivelano che non si trattò di un incidente fortuito ma di un’azione accuratamente preparata. Il metropolita fu ucciso nel cimitero dopo il culto nel giorno della memoria di san Dimitar, uno dei santi più venerati in Bulgaria, che era anche il giorno del suo sessantesimo compleanno. Per questo il 31 marzo 2016 il santo sinodo ha preso la decisione di avviare l’indagine sull’opp ortunità di una canonizzazione di questo vescovo bulgaro. Si prevede che abbia luogo nel 2018, in coincidenza con il centotrentesimo anniversario della nascita del metropolita Boris e con il settantesimo anniversario della sua morte. In questo modo egli sarà il primo martire della schiera dei chierici ortodossi bulgari che hanno perso la vita sotto il comunismo.
© Osservatore Romano - 10 settembre 2016