In una nuova ala del Museo nazionale di Beirut L’antico volto di Maria

antico volto mariaIl medaglione appena restaurato con la data del 12 agosto 440 conferma il forte rapporto che da sempre ha unito la Chiesa maronita alla Vergine.

di ROSSELLA FABIANI

È uno dei più antichi dipinti conosciuti della Vergine Maria quello che oggi possiamo ammirare, insieme ad altri reperti, nell’ala sotterranea del Museo nazionale di Beirut. Percorrendo i pochi scalini che separano il piano terra del museo dall’ala sotterranea — uno spazio di circa settecento metri quadrati rimasto chiuso per oltre quarant’anni a seguito dell’ondata di violenza che sconvolse il Libano nel 1975 — ci ritroviamo nell’avvolgente penombra della nuova esposizione permanente di reperti archeologici un intero piano dedicato agli oggetti funerari.
La sala ripercorre la storia dell’arte funeraria in Libano dalla preistoria al periodo ottomano attraverso reperti straordinari: dalla ricostruzione di una tomba di epoca romana completamente dipinta venuta alla luce nel 1937 nella zona di Tiro, alla più grande collezione di sarcofagi antropoidi in marmo mai esposta in un museo scoperta nella regione di Saida, passando per stele, cippi, sculture, gioielli, ceramiche e armi in metallo, pettini in avorio e cucchiai in legno, fiale e unguentarie in vetro. Ma il gioiello più prezioso esposto, del tutto ignorato dalle cronache che hanno salutato la riapertura di questa area del museo, è la facciata dipinta di una tomba di epoca bizantina: un affresco risalente al V secolo della Vergine Maria rappresentata con aureola, tornato visibile grazie al lavoro dalla restauratrice italiana Silvia Tribolati (e al finanziamento di un mecenate anonimo). La tomba, che fu scoperta durante gli scavi nella necropoli di Tiro da Maurice Chéhab negli anni Sessanta, presenta sulla facciata, dipinte in rosso e in verde, due croci stilizzate i cui quattro rami sono costituiti da una serie di anelli. Tra le due croci, in un medaglione discoide, è rappresentato il busto della Vergine Maria aureolata. Sotto il medaglione, una lastra in marmo riporta un’incisione in greco di 5 linee: «Qui giace il beato Praullios che si è addormentato il 14 del mese di Panémos dell’anno 565, ottavo anno dell’indizione». Il medaglione, con la sua data esatta del 12 agosto 440, è una delle più antiche immagini della Vergine, e conferma — assieme ad altri due manufatti già noti, un testo siriaco maronita che si trova al British Museum e la cosiddetta icona di Ilige — l’intimo rapporto che ha sempre unito la Chiesa maronita a Maria. La comunità monastica maronita, fondata nel IV secolo dal santo anacoreta Maroun, venne trasformata in Chiesa patriarcale agli inizi dell’ VIII . Dopo feroci persecuzioni, la sede patriarcale antiochenamaronita venne trasferita, agli inizi del X secolo, nella regione del Monte Libano, già evangelizzata cinque secoli prima dai discepoli di san Maroun. Con il tempo i maroniti divennero un popolo e una nazione, organizzati e diretti dalla Chiesa, la cui sede patriarcale fu consacrata alla Vergine. La mariologia maronita è profondamente cristologica: la madre di Dio accompagna suo figlio lungo tutto il percorso salvifico. Si tratta di una posizione teologica e spirituale frutto della scuola monastica fondata da san Maroun e dai suoi discepoli, di cui Teodoreto di Cirro scrive: «Così furono questi monaci: gente semplice, umile, tutta piena dell’amore di Cristo, virtuosi fino all’eroismo, completamente consacrati alla contemplazione di Dio e alla santificazione delle loro anime, obbedienti alla gerarchia ecclesiastica». All’indomani del concilio di Calcedonia (451), queste caratteristiche convinsero l’imperatore Teodosio ad avviare la costruzione di un grande monastero dedicato a san Maroun sull’Oronte, nella pianura di Apamea, che diverrà baluardo degli insegnamenti conciliari sulle due nature di Cristo di fronte all’eresia monofisita. La fede dei maroniti sulla veridicità dell’Incarnazione, annunciata e sostenuta a prezzo di gravi sacrifici, è la chiave di volta della loro mariologia basata sull’unione tra la Madre e il Figlio. «Che la tua preghiera sia sempre con noi o Madre di Dio» è il canto che unisce i maroniti del mondo intero, affondando le sue radici nei primi tempi della storia della Chiesa. La loro devozione per la Vergine è testimoniata, come si diceva, anche da un manoscritto del XII XIII secolo che contiene una raccolta di Beth Gazo (Casa del Tesoro) e dall’icona di Ilige. Il primo, conservato al British Museum, raccoglie canti e inni che, sebbene su temi diversi, si riferiscono tutti alla Madre di Dio, costituendo — secondo l’abbè Tabet e monsigor Boutros Gemayel — un elemento costante dei servizi liturgici della Chiesa siro-maronita. L’importanza di questa fonte liturgica sta nel fatto che, essendo precedente a qualunque influenza latina, è rivelatrice di una teologia e di una spiritualità autentica e propria. L’altro reperto straordinario è l’icona di Ilige, dal nome di un piccolo villaggio situato sulla montagna sopra Biblo (dove è rimasto il patriarcato maronita dagli inizi del XII secolo fino alla metà del XV), scoperta durante un restauro condotto dalle suore carmelitane del convento della Theotokos ad Harissa. Probabilmente l’icona ha accompagnato i patriarchi e i monaci nei loro spostamenti, a partire dal X secolo quando, a causa delle persecuzioni, decisero di abbandonare il grande monastero sull’Oronte. I restauri hanno permesso di scoprire, sotto l’ultimo strato di pittura, la figura originale: un affresco del X secolo che raffigura una Madonna simile a quella di icone precedenti (VI-VII secolo) e che, secondo la tradizione teologica antiochena, sarebbe ispirata alla figura originale dipinta dall’evangelista Luca. Tre prove, dunque – una delle quali appena tornata visibile al pubblico – del profondo e intimo legame che la Chiesa maronita ha con Maria.

© Osservatore Romano 6.5.2017