Dialogo e rispetto · A colloquio con il cardinale Sako ·
- Dettagli
- Creato: 25 Luglio 2018
- Hits: 1172
Promuovere la cultura del dialogo, del rispetto, della pace, e della vita. È la missione che Papa Francesco ha affidato al cardinale Louis Rapahël I Sako, patriarca di Babilonia dei caldei, e attraverso di lui a tutta la
Chiesa presente in Iraq: una presenza che affonda le radici alle origini del cristianesimo, ma che rischia di scomparire a causa della persecuzione. In questa intervista all’Osservatore Romano, il capo della Chiesa caldea, che ha ricevuto dal Pontefice la porpora nel concistoro del 28 giugno scorso, parla dei tanti problemi, delle tante sfide e della grande sofferenza dei cristiani iracheni, ma dalle sue parole traspare un filo conduttore che alimenta la speranza in un futuro migliore. Del resto il patriarca è la guida spirituale della più grande Chiesa orientale presente nella terra di Abramo. Avendo vissuto a lungo anche in altre località che sono state purtroppo alla ribalta delle cronache per le devastazioni e le atrocità del cosiddetto Stato islamico, come Mossul e Kerkūk, il cardinale Sako si dice colpito dalla speciale attenzione del Papa per le Chiese orientali e in particolare per il piccolo gregge rappresentato dai cristiani in Medio oriente.
Che significato assume il suo cardinalato nell’attuale contesto mediorientale?
La situazione è molto complicata e difficile nella regione, a causa dei problemi interni: la lotta per il potere e il denaro, la mentalità settaria e soprattutto l’intervento dei paesi vicini e lontani, ciascuno dei quali cerca il proprio interesse. Per quanto mi riguarda percepisco la mia nomina da parte di Papa Francesco come una missione per promuovere la cultura del dialogo, del rispetto, della pace, e della vita; assicurare un ambiente dignitoso per ogni persona. Ciò che il Santo Padre sta cercando di fare senza fermarsi.
Quale futuro intravede per l’Iraq?
Penso che dopo un’esperienza drammatica e piena di sofferenza, che dura ormai da circa quindici anni, con tutto il suo carico di morti e distruzione, il paese abbia imparato la lezione. Oggi dopo le elezioni tutti parlano di un governo civile e non settario basato sulla cittadinanza, la giustizia e l’uguaglianza. Capisco che sia un ideale che richiede tempo per essere raggiunto. Per questo, tutti noi dobbiamo contribuire a realizzarlo. Sono sicuro però che avremo un futuro migliore anche noi cristiani.
Eppure prosegue ininterrotto l’esodo dei cristiani da queste terre. Come arrestarlo?
Dobbiamo sviluppare un piano che abbia un progetto completo di attività sociali, culturali, sociali ed economiche secondo gli standard moderni; bisogna avere una visione chiara e approfondita che risponda alle esigenze della fase attuale e futura. Solo in questo modo usciremo dallo stato di disperazione e di emigrazione e potremo ripristinare il nostro ruolo e la nostra vitalità. Perché i cristiani sono sale, lievito e luce, come Cristo ci chiama a essere ogni giorno.
Del resto c’è anche un problema di sfollati interni?
Sì, soprattutto per quanto riguarda Mossul e la Piana di Ninive dobbiamo garantire agli sfollati una vita dignitosa. Occorre ricostruire le loro case e, offrire possibilità di lavoro; perché per molti anni questa gente non ha ricevuto l’attenzione necessaria. Si deve intervenire perché mantengano i loro diritti e si trovino mezzi efficaci per rispondere ai loro bisogni. Il nostro impegno è chiedere tutto questo al governo iracheno, perché noi cristiani siamo cittadini come gli altri e abbiamo diritto come gli altri in questa terra, storicamente la nostra terra.
Una situazione peggiore è quella che sta vivendo la vicina popolazione della Siria. Quali strumenti può usare la comunità internazionale per fermare il conflitto in corso?
Le soluzioni militari non sono soluzioni, anzi peggiorano la situazione. Serve un dialogo civile e coraggioso; serve aiutare i siriani, sedere insieme per dialogare e costruire un futuro migliore.
Ritorniamo alla Chiesa caldea con la sua ricca tradizione, essendo stata fondata dall’apostolo Tommaso. Quali sono le priorità pastorali?
Propongo di concentrare la nostra attenzione su due temi centrali, interconnessi e interdipendenti: l’educazione e l’apertura cristiana e il servizio dell’amore. Per educare i nostri credenti nella società in cui vivono, abbiamo bisogno di programmi diversi dai precedenti. Programmi lontani dalla superficialità e dalla monotonia che si interessino dell’uomo iracheno e del cristiano nel concreto. La fede è una relazione di amore e di sincerità, non rimane fuori dal cuore. La nostra fede è nella persona di Gesù Cristo che amiamo, e lo seguiamo con gioia per dire agli altri ciò che abbiamo vissuto, come hanno fatto i discepoli di Emmaus. E siccome per approfondire la fede e le nostre radici di credenti nella vita quotidiana abbiamo bisogno di nutrimento, penso sia necessario un aggiornamento della catechesi e della liturgia.
Esiste un’emergenza nella formazione del clero e di cristiani adulti nella fede?
Insisto molto su una profonda spiritualità specialmente per i preti, i monaci e le suore. Abbiamo sofferto per l’instabilità a causa delle guerre e dell’emigrazione delle famiglie. Alcuni preti e suore vogliono seguire le loro famiglie. E questa fuga rovina la Chiesa e incoraggia il disordine. Seguo da vicino i nostri preti con lettere pastorali, visite e incontri. Quasi ogni mese incontro i preti di Baghdad e ogni anno organizziamo tre incontri del clero. Tutto dipende dalla formazione nei seminari e dalla scelta dei candidati all’episcopato. Le qualità di un pastore leader come padre e formatore sono cruciali nella nostra situazione. Oggi grazie a Dio, ci sono un progresso e una presa di coscienza nel sacrificarci per la causa del Vangelo e nel servire i fratelli.
L’ecumenismo del sangue di cui parla spesso il Papa è una realtà anche nel vostro paese?
Il martirio è stato sempre presente nella nostra Chiesa. Ogni giorno, nei vespri e nelle lodi cantiamo inni ai martiri. Essi sono un modello di fedeltà per noi e un’espressione d’amore incondizionato a Cristo. Durante questi dieci anni abbiamo avuto dei martiri: un vescovo, alcuni preti e tanti laici. I dodicimila cristiani cacciati dalle loro case dal sedicente Stato islamico sono partiti senza nulla, con addosso solo i vestiti, abbandonando tutto. Perseguitati solo perché erano cristiani. Questi per noi sono confessori della fede. Nessuno, infatti, ha rinnegato la fede per non perdere ciò che aveva. Il loro sacrificio e la loro fedeltà e pazienza hanno aperto oggi la strada al ritorno nei loro villaggi, I cristiani occidentali devono imparare da questi testimoni.
di Nicola Gori
© http://www.osservatoreromano.va/it/news/dialogo-e-rispetto