Uguali diritti per i cristiani in Iraq
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- Creato: 25 Agosto 2018
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Perché la cittadinanza, come sappiamo, non è basata sulla religione e la dottrina, ma su basi comuni». Lo scrive il patriarca di Babilonia dei caldei, cardinale Louis Raphaël I Sako, in un messaggio pubblicato sul sito del patriarcato e tradotto dall’arab o per AsiaNews da don Rebwar Audish Basa. In esso il porporato approfondisce i motivi dell’emigrazione dei cristiani dall’Iraq ma anche i fattori che li incoraggiano a rimanere, partendo da un punto essenziale: «I cristiani in Iraq sono un popolo originario, e non una comunità immigrata che è venuta da un altro pianeta. Le radici dei cristiani iracheni risalgono al primo secolo dopo Cristo». Nel corso della loro storia — sottolinea Sako — «hanno servito il paese in modo decisivo e influente a tutti i livelli, economico, culturale e sociale. Essi credono fermamente che l’Iraq sia la loro terra di origine e parte integrante della loro identità, e che rappresentino una parte fondamentale delle diverse componenti della società. Perciò rifiutano di essere emarginati per quanto riguarda la loro appartenenza alla terra e al popolo iracheno. Nonostante tutto quello che è accaduto in Iraq, i cristiani desiderano, dal profondo del cuore e per tutti, la pace, la stabilità, una vera uguaglianza, un reale riconoscimento della cittadinanza, la libertà e la dignità». Per arrivarci, servono «soluzioni rapide e chiare per alcune questioni: il rispetto della loro identità e diversità, nonché delle zone appartenenti a essi storicamente (contro i tentativi di un cambiamento demografico ed etnico), la loro protezione da qualsiasi minaccia, attacco, o da qualsiasi legge che li opprima». Inoltre, aggiunge il patriarca caldeo, «c’è una grande necessità di ricostruire la fiducia fra i cristiani e i loro vicini nelle zone liberate dal cosiddetto stato islamico, tramite procedure concrete: la punizione dei criminali, il risarcimento dei danni a favore delle vittime, la restituzione degli immobili ai proprietari originari, la rimozione delle mine dai loro campi, la ricostruzione delle abitazioni, e il miglioramento nei servizi essenziali, affinché possano tornare nelle loro case». Nel messaggio si forniscono anche dei dati. I cristiani erano circa il 4 o 5 per cento della popolazione irachena, circa un milione e mezzo prima della caduta del regime di Saddam Hussein, e rappresentavano un’élite nazionale, culturale, sociale ed economica. Ma dall’inizio del 2003 sono stati uccisi circa 1220 cristiani in diversi episodi di violenza in tutto l’Iraq; settecento persone, inclusi religiosi, sono stati uccisi per la loro appartenenza cristiana. Sono state sequestrate 23.000 proprietà immobiliari di cristiani e distrutte 58 chiese. In tutte queste statistiche non è incluso ciò che ha fatto lo stato islamico: ha bruciato e profanato tutte le chiese a Mosul e nei villaggi della piana di Ninive. Come conseguenza, un milione di cristiani, su un totale di un milione e mezzo, ha lasciato l’Iraq e ha intrapreso la strada dell’emigrazione. La situazione attuale — conclude il cardinale Sako — «richiede una strategia precisa, per stabilire la giustizia sociale e le pari opportunità. Ed è molto importante lavorare sul discernimento, l’insegnamento, l’educazione alla cultura dell’accettazione dell’altro, e il rispetto reciproco tra le persone appartenenti a diverse religioni. Tutto questo bisogna farlo nelle case, nei luoghi di culto, nelle scuole, sui libri e i programmi scolastici, e nella formazione degli insegnanti. Infine, bisogna condannare qualsiasi insulto o aggressione contro qualsiasi cittadino, soprattutto se causato dalla sua appartenenza religiosa, dottrinale, etnica, o di sesso».
© Osservatore Romano - 26 agosto 2018