L'arcivescovo Eterovic ricorda la testimonianza di Cirillo e Metodio

I Paesi slavi sono aggrediti da un processo di secolarizzazione che può essere fermato solo da una nuova missione, con lo stesso stile e gli stessi contenuti di quella che 1200 anni fa promossero Cirillo e Metodio nell'Europa centrale e orientale. È con un appello di respiro mitteleuropeo che l'arcivescovo croato Nikola Eterovic, segretario generale del Sinodo dei vescovi, ha attualizzato la festa dei due santi fratelli compatroni d'Europa, celebrando il 14 febbraio la messa nella basilica romana di San Clemente, dove è sepolto san Cirillo. Cosa possono ancora dire oggi due monaci missionari del ix secolo? "Tutto" è la risposta di monsignor Eterovic; e in primo luogo la disponibilità totale a portare il Vangelo dove c'è bisogno e dove si è chiamati a farlo. Cirillo e Metodio "avrebbero preferito rimanere nella tranquillità del loro monastero, dedicandosi alla preghiera, alla meditazione, allo studio, lontano dalle preoccupazioni del mondo, dagli intrighi". Eppure non rispondono mai "no" alle avventurose missioni tra i musulmani vicino all'attuale Baghdad, poi in Crimea sulle coste del mare d'Azov, quindi nel cuore dell'Europa dove, attraverso la liturgia e la lingua, hanno gettato le fondamenta di una cultura comune. Da Baghdad all'Europa, dunque, su rotte missionarie battute pure oggi. Così durante l'omelia, monsignor Eterovic ha salutato in particolare il nuovo nunzio apostolico "Petar Rajic che, seguendo l'esempio di san Cirillo, andrà in missione nella penisola araba". E si è rivolto ai tanti sacerdoti che studiano nei Pontifici Collegi slavi di Roma invitandoli a "diventare presto missionari nei loro Paesi d'origine, agenti della nuova evangelizzazione che si impone davanti al processo di secolarizzazione". "Per annunciare il Vangelo - ha detto - occorre prepararsi bene con la preghiera e lo studio che deve essere sempre aggiornato. Solamente così saremo in grado di continuare l'opera di inculturazione delle verità permanenti della nostra fede cristiana nel linguaggio che la gente comprende". Per Eterovic "il linguaggio universale e più comprensibile resta ovviamente quello dell'amore, testimoniato con l'esempio della vita e illustrato con appropriate parole non solo di rigore linguistico e scientifico, ma anche di vicinanza, simpatia, amicizia cristiana".

(©L'Osservatore Romano - 15-16 febbraio 2010)