Compassione e speranza
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- Creato: 12 Gennaio 2016
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GERUSALEMME, 12. «Siamo spazzati da un’onda di terrore e da una escalation di tensione tra israeliani e palestinesi. Per noi quello trascorso è stato un anno disastroso, per la nostra terra, e per il mondo intero. Continuiamo a condannare la violenza e diciamo grazie a Papa Francesco per i suoi appelli alla pace» . È quanto ha dichiarato il patriarca di Gerusalemme dei Latini, monsignor Fouad Twal, aprendo ufficialmente a Betlemme i lavori dell’Holy Land Coordination 2016, di cui fanno parte i vescovi di Stati Uniti, Canada, Unione europea, Sud Africa e delegati del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee) e della Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece).La visita di quest’anno — riferisce il Sir — è stata preceduta da due giorni di incontri nella Striscia di Gaza e proseguirà nei prossimi giorni, in particolare in Giordania, dove i vescovi porteranno la loro solidarietà ai profughi e ai rifugiati cristiani ospitati nel regno hashemita. «In Giordania — ha spiegato il patriarca di Gerusalemme — la Chiesa e le nostre istituzioni continuano a portare avanti un lavoro importante di accoglienza educativa, sanitaria, abitativa, umanitaria in modo particolare verso i rifugiati iracheni». Richiamandosi alla sua partecipazione alla recente Commissione bilaterale delle delegazioni del Gran Rabbinato di Israele e della Commissione della Santa Sede per le relazioni con gli ebrei, monsignor Twal ha sottolineato i tre punti emersi dai lavori che devono guidare l’azione della Chiesa verso i rifugiati e i migranti: «il rispetto per ogni persona; riconoscere i migranti come una risorsa, rispettarne la loro dignità umana, infine aiutare in questa azione i Governi e le opinioni pubbliche. L’anno della misericordia — ha proseguito il patriarca di Gerusalemme dei Latini citando Papa Francesco — ci aiuti a essere, come Chiesa, un luogo di compassione e di speranza, dove tutti sono accolti, amati e p erdonati». Al riguardo, il patriarca emerito di Gerusalemme, monsignor Michel Sabbah, ha sottolineato che «servono nuovi leader che possono venire solo da una diversa educazione e istruzione dei giovani. Non si possono educare le nuove generazioni a guardare ai loro coetanei come dei nemici o dei terroristi». Il patriarca emerito, ha parlato di “impasse totale” nella ricerca di una soluzione del conflitto israelo-palestinese. Da qui l’esigenza di avere nuovi leader in grado di imprimere una svolta. Ma questi «possono venire solo da una diversa educazione e istruzione dei giovani. Gli israeliani non possono guardare ai loro coetanei palestinesi come terroristi e nemici, e viceversa. Come cristiani — ha spiegato il presule — siamo chiamati a vivere in pace in una situazione di guerra. Questo ci viene chiesto di fare: al nostro popolo dobbiamo dire che la violenza è assurda e inutile, andare per uccidere e rimanere uccisi è insensato. Dobbiamo restare vivi e aspettare la pace. L’imp ortante — ha concluso — è non perdere la speranza, cercare di vivere la nostra vita nel modo migliore. Tante persone pregano per la pace e chiediamo loro di continuare».
© Osservatore Romano - 13 gennaio 2016