Martyrs
MARTIRIO E RICONCILIAZIONE
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- Creato: 08 Ottobre 2013
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L’annuncio della Chiesa Apostolica Armena di voler procedere alla canonizzazione dei martiri del genocidio, subito in Turchia agli inizi del XX secolo, ripropone un tema di fondo di tutta la nostra storia recente, la convivenza dei popoli e il dialogo tra le civiltà, le culture e le religioni nel mondo contemporaneo, in particolare nel continente europeo. Il fenomeno dello sterminio del popolo armeno, in seguito alla “pulizia etnica e religiosa” decisa da Kemal Ataturk all’alba del Novecento, fu un’anticipazione delle grandi contraddizioni poi esplose con il nazismo, la Shoa, le guerre e i conflitti che ci trasciniamo dietro anche ai nostri tempi. Abbiamo celebrato con enfasi l’ingresso nel terzo millennio, la globalizzazione, la rivoluzione informatica e tecnologica, ma in realtà non riusciamo a uscire dai fantasmi del secolo passato.La Turchia è infatti lo specchio oscuro dell’Europa in tutta l’epoca moderna. Erede dell’Islam medievale, l’impero Ottomano determinò per secoli i confini geografici e culturali tra l’Europa e l’Asia nella sua dimensione meridionale (il “Medio Oriente”), laddove l’Oriente più vasto e settentrionale vedeva la contrapposizione e insieme l’integrazione con l’impero russo. La rivoluzione dei “giovani turchi” fu il tentativo di risolvere la questione di questo confronto tra Oriente e Occidente, immaginando una Turchia laica e “pulita”, costruita a immagine degli stati più moderni e secolarizzati come la Francia o l’Inghilterra. Non si trattava soltanto di liberarsi da un’etnia concorrente nella penisola anatolica, ma soprattutto eliminare la religione, sia quella cristiana che quella musulmana, e instaurare il regno della ragione e del progresso. La prima pulizia etnica fu rivolta verso il mondo greco, espulso dal territorio turco in contemporanea con lo speculare rigetto dei turchi dalla Grecia (ultima frontiera, mai del tutto pacificata, rimase l’isola di Cipro). Gli armeni vennero paradossalmente salvati dalla rivoluzione bolscevica, che pure aveva instaurato un regime fondato sull’ateismo, ma preferì inglobare nel calderone sovietico i resti di un popolo fiero e poco amalgamabile come quello armeno, con la sua antichissima tradizione cristiana, per marcare ancor più la propria differenza con l’Occidente europeo. Questo mondo “razionale”, in cui gli stati pretendevano di cancellare i popoli e le religioni, produsse i mostri dei lager nazisti e sovietici, delle guerre calde e fredde, della spartizione del mondo tra buoni e cattivi; e con questa finzione abbiamo vissuto fino a poco tempo fa.
Quel mondo è ormai finito, disintegrato come tutte le illusioni di una modernità che voleva rifare l’uomo a immagine di un dio prodotto dalla scienza e dalla tecnica. Il problema che non è nato un mondo nuovo, l’immagine si è completamente liquefatta, insieme alle carcasse delle nazioni e delle loro strutture statali, così perfette da essere divenute sterili e impotenti come i maschi dell’Occidente progredito, come le famiglie a brandelli, ormai sostituite da unioni di fatto sempre più indefinibili e provvisorie. La religione espulsa dal consesso delle società evolute si ripresenta in forme imprevedibili, a volte incontrollabili e minacciose. È necessaria una riconciliazione dell’uomo con se stesso, con la propria immagine perduta, quella donata dal Creatore e manifestata dal Redentore, il Martire della presunzione dell’uomo. Nei martiri cristiani del secolo scorso e di quello presente, nelle vittime di tutte le stragi, dei campi di sterminio e degli olocausti, fino ai disperati gettati nel mare di Lampedusa e ai cristiani massacrati nelle chiese dall’Egitto al Pakistan, nei loro volti risiede la vera speranza del nostro futuro. Veneriamo i martiri armeni, perché in essi c’è una parte di ciascuno di noi.
Stefano Caprio