Quell’Eucaristia nell’aula conciliare
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- Creato: 16 Novembre 2013
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di SALVAD ORAGUILERA LÓPEZ In quella mattina del 15 ottobre 1963, giorno in cui si svolgeva la cinquantottesima assemblea conciliare, l’Eucaristia si celebrava secondo un’antica e venerata liturgia. Lo sguardo degli oltre duemila padri conciliari era rivolto a monsignor Anastasio Granados, vescovo ausiliare dell’arcidiocesi primaziale di Toledo che, sotto la cupola di Michelangelo, celebrava in rito ispano-mozarabico. Giorno gioioso per la Spagna, non solo perché si ricordava la santa, dottore della Chiesa, Teresa di Gesù, ma anche perché si celebrava con gli stessi riti e le stesse preghiere con cui generazioni e generazioni di cristiani avevano lodato Dio nelle terre ispaniche. E per far sì che la partecipazione fosse piena, la tipografia poliglotta vaticana aveva preparato per i presenti l’Ordo Missae ritu mozarabico in Concilio Oecumenico p e ra g e n d a e che conteneva il formulario della Messa Pro Episcopis. Le voci degli studenti del Pontificio collegio spagnolo e del Claretianum risuonavano nella basilica vaticana sotto la direzione del cappellano mozarabico Gonzalo de la Cierva. Il diacono era don José Guerra Campos, canonico di Santiago de Compostela, e don Francisco Rivera Recio, canonico di Toledo, il maestro di cerimonie.
Terminata l’Eucaristia, i santi Vangeli venivano introdotti solennemente da monsignor Eduardo Martínez, allora vescovo di Zamora, e una volta pronunciato il famoso «Exeant Omnes», aveva inizio la sessione. Ma questa celebrazione fu solo la miccia che segnò l’inizio di un lungo cammino. Anni dopo il cardinale Marcelo González Martín, arcivescovo di Toledo e superiore responsabile del rito, seguendo le direttive del concilio, diede inizio alla riforma. Così, nel 1982, nacque a Toledo un coetus p re -sieduto dal benedettino Jordi Pinell e da un nutrito gruppo di qualificati liturgisti. In soli sei anni fu realizzato l’Ordo Missaeche, approvato ad interim dalla Santa Sede, fu presentato alla plenaria della conferenza dei vescovi spagnoli nel novembre 1991. E, dopo di esso, vennero i suoi frutti: il primo e il secondo volume del Messale, nel 1991 e nel 1994, e i due tomi del Liber commicus, nel 1991 e nel 1995. Bastò attendere un solo anno dalla pubblicazione del primo volume del Messale perché, il 28 maggio 1992, succedesse qualcosa di veramente unico ed eccezionale. Come culmine della riforma portata a termine, nella basilica di San Pietro tornavano a risuonare le melodie mozarabiche ma, in quell’o ccasione, era un successore di Pietro, il beato Giovanni Paolo II, a presiedere l’Eucaristia in questo venerabile rito. Concelebrarono con il Santo Padre, oltre al cardinale González Martín, i cardinali Martínez Somalo e Javierre Ortas, insieme a numerosi vescovi spagnoli e a più di centocinquanta sacerdoti. Vi assistettero i cardinali Sodano, Rossi, Noé, Innocenti e Baffile, e diversi prelati, come per esempio, i monsignori Re e Del Portillo. Don Marcelo ringraziò il Papa per aver celebrato l’Eucaristia in quella venerabile liturgia e volle proclamare e professare la fede che, da molti secoli, l’arcidiocesi primaziale viveva in comunione con la sede di Pietro. E lì, sull’altare della Confessione della basilica, il Papa disse ai presenti: «Desidero esprimere la mia viva soddisfazione per l’encomiabile lavoro realizzato nella revisione del messale ispano-mozarabico, compiendo così quanto prescritto nella costituzione Sacrosanctum concilium sulla sacra liturgia (cfr. n. 4). Con esso è stato offerto alla Chiesa in Spagna un frutto prezioso, che è allo stesso tempo un eminente servizio alla cultura, per il suo recupero delle formule in cui i vostri avi espressero la loro fede». Con queste parole il Santo Padre ringraziava don Marcelo per i frutti ottenuti e per l’imp egno profuso.
© Osservatore Romano - 16 novembre 2013