Ecologia bizantina
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- Creato: 17 Marzo 2014
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di JEAN-CLAUDE LARCHET Secondo san Massimo il Confessore il creato, relativamente alla natura dell’uomo costituito di un’anima e di un intelletto da una parte e di un corpo e di una sensibilità dall’altra, può essere da lui percepito sia spiritualmente, secondo la sua realtà intelligibile rivelatrice di Dio contenuta nei suoi lògoi, sia carnalmente, secondo le sue sole apparenze sensibili.
L’albero della conoscenza del bene e del male di cui parla il libro della Genesi (2, 17), rappresenta, secondo san Massimo, il duplice aspetto in base al quale il creato può essere considerato dall’uomo. La conoscenza del bene corrisponde al creato sensibile colto spiritualmente, ossia considerato secondo i lògoi che contiene, dallo spirito che se ne nutre, in quella che san Massimo chiama la contemplazione naturale (physikè theorìa). La conoscenza del male corrisponde al creato considerato carnalmente, ossia secondo le sue sole apparenze sensibili, da cui i sensi si lasciano affascinare. Adamo, in virtù del suo libero arbitrio, all’origine aveva la possibilità di percorrere queste due vie. La proibizione, imposta dal comandamento divino, di mangiare il frutto dell’albero del bene e del male, mirava a preservare l’uomo dal percorrere la seconda via. Solo la prima via corrisponde al disegno e alla volontà di Dio, e costituisce un approccio contemplativo al creato, dove Dio viene percepito in ogni creatura, e dove ogni creatura viene percepita in Dio. Il creato è così per l’uomo un supporto per elevarsi verso Dio, ma a sua volta l’uomo eleva il creato verso Dio nella sua contemplazione. Questa posizione corrisponde a un modo vero e profondo di rapportarsi all’intero creato, al suo ordine interno, e a tutte le creature che contiene (san Massimo dice che la contemplazione dà all’uomo «la scienza degli esseri»); implica un rispetto e conduce a un amore per tutte le creature. Implica anche un atteggiamento liturgico: la celebrazione di Dio nel Suo creato e l’offerta di tutto il creato a Dio nella contemplazione e nella preghiera di lode. Massimo dice a tale proposito che l’uomo era chiamato a scrutare i lògoi spirituali degli esseri creati per farne dono a Dio, per rendergli grazie attraverso di essi, per fare della sua contemplazione spirituale della natura una “liturgia cosmica”. L’uomo doveva essere allo stesso tempo un giardiniere del creato (Genesi, 2, 15; cfr. 2, 5), raccogliendo tutti i lògoi degli esseri; doveva anche essere un sacerdote del creato offrendo questilògoi a Dio, che ne è originariamente il donatore, nello stesso modo in cui il sacerdote, nella Liturgia, offre il pane e il vino a Dio dicendo: ciò che è Tuo, che abbiamo da Te, noi te l’offriamo in ogni cosa e per tutto. Il potere che Dio ha dato ad Adamo di dare un nome alle creature (cfr.Genesi, 2, 19) non è assolutamente quello di appropriarsene, ma è la capacità di designarle secondo i lògoi che le costituiscono nell’essenza, per riconoscervi Dio e offrirle a Dio. Dio non ha quindi proibito all’uomo di consumare le creature del mondo creato. Il libro della Genesi narra che Dio dice ad Adamo ed Eva: «Ecco, io vi do ogni erba e ogni albero in cui è il frutto: saranno il vostro cibo» (1, 29) e ancora: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino» (2, 16). La proibizione di mangiare dell’albero del bene e del male (2, 17) aveva come fine quello di mantenere l’uomo non solo nell’unico modo contemplativo di vedere il creato, ma anche nell’unica maniera eucaristica di consumarlo, e di evitargli il modo sensibile e carnale della percezione e della consumazione delle creature, che separa le creature di Dio e ne fa dei meri oggetti materiali che servono a soddisfare le passioni umane. L’approccio contemplativo ed eucaristico della natura da parte dell’uomo doveva avere su di essa un effetto positivo. L’uomo è stato creato da Dio come microcosmo per natura e come mediatore per dovere. L’uomo è un microcosmo perché, costituito di un’anima dotata d’intelletto e di ragione da una parte e di un corpo dall’altra, egli riassume e unisce in sé il mondo intelligibile e il mondo sensibile; inoltre riunisce nel suo corpo la maggior parte degli elementi — del regno minerale, vegetale e animale — costitutivi del cosmo. Massimo nota anche che il cosmo è a sua volta un mèga ànthropos, un uomo in grande, e che questa reciprocità indica il legame stretto che unisce l’uomo e il cosmo, in particolare la dipendenza del cosmo rispetto all’uomo. L’uomo d’altro canto è un mediatore: è stato posto da Dio al vertice e al centro del creato per unificarlo spiritualmente, poi per unirlo spiritualmente a D io. San Massimo spiega che il creato comprendeva all’origine delle polarità che l’uomo doveva unificare; senza la funzione mediatrice dell’uomo, quelle polarità rischiavano di divenire opposizioni e divisioni (ed è effettivamente ciò che è accaduto a seguito del peccato del primo uomo). Dopo aver unificato il creato, l’uomo doveva anche esercitare la sua funzione di mediatore elevandolo verso Dio, il che presupponeva che il suo stesso movimento fosse orientato e teso verso Dio. L’uomo doveva infine far partecipare gli esseri ricapitolati in lui alla sua propria divinizzazione. Questa concezione di san Massimo dell’uomo come microcosmo e mediatore sottolinea tutto il potere e la responsabilità di quest’ultimo rispetto alla condizione della natura e del suo d i v e n i re . Il pensiero di san Massimo conferisce un fondamento e un prolungamento spirituale a questa ascesi, sottolineando il rapporto fondamentale con Dio sia della natura sia dell’uomo, e ricordando che solo questo rapporto può generare un rispetto e un amore veri per la natura, capaci di salvarla non solo materialmente, ma anche spiritualmente.
© Osservatore Romano - 18 marzo 2014