La nostra unica speranza

candela«Realizzare la pace significa costruire comunità, e la comunità comincia riconoscendo la dignità di ogni persona»: lo afferma padre John Chryssavgis, arcidiacono del Patriarcato ecumenico, nella relazione tenuta nella mattina di sabato 6 al monastero di Bose, dove si conclude il Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa. Ne pubblichiamo alcuni stralci.

di JOHN CHRYSSAVGIS

«Per la pace del mondo intero». Questa è l’invocazione del diacono all’inizio di ogni divina liturgia. E “il mondo intero” include ogni angolo della creazione di Dio, fino all’ultimo granello di polvere. Come Re del cielo e della terra, Cristo non viene con violenza ma nella mitezza. Matteo ci rassicura sul fatto che Dio viene ad assumere l’autorità sulla creazione, a riorga- nizzare la creazione dal caos al co- smo, come nella prima Genesi. L’ebreo comune nel primo secolo (e il cristiano comune oggi) aveva due alternative per rispondere a Gesù: o con mitezza o con violenza.
E que- sta risposta si rifletteva sul modo in cui essi trattavano la terra, poiché la terra non può mai diventare fine a se stessa. Israele teneva da parte un giorno a settimana di riposo per ri- cordarsi questo, per richiamare alla mente che adorare la creazione, ve- nerare qualsiasi falso dio, è una for- ma di idolatria. D’altra parte, adora- re Dio senza assumersi la responsa- bilità della terra è una pericolosa e sviante forma di spiritualismo. La nostra società, tuttavia, promuove una mentalità che esalta l’acquisizio- ne di beni materiali. È facile dimen- ticare che questa terra è “ereditata”. È ricevuta, non conquistata. Non è mai nostra da possedere, ma solo di Dio da dare. Perciò, la terra deve essere orientata verso altri per pro- muovere il regno di Dio. La mitezza è la maniera benedetta di avere a che fare in modo giusto con la ter- ra. Altrimenti, la terra diviene un territorio di violenza, un dominio di divisione, un reame di sfiducia. Fame e sete conducono alla di- pendenza da Dio. E Dio promette che ci sarà sempre abbastanza per tutti. Questa è giustizia; questa è pace. Tuttavia, come Israele nell’An- tico Testamento, noi vogliamo più che abbastanza, più della nostra buona parte, più di ciò che è giusto. Noi perdiamo la nostra convinzione e la nostra fede che Dio ci darà «il nostro pane quotidiano». Silenzio- so, Dio risponde ai nostri bisogni, chiedendo in cambio che noi «non accumuliamo tesori sulla terra» ma «in cielo» ( Ma t t e o , 6, 19-20), che non viviamo nell’eccesso, così che gli altri possano avere il necessario. Noi dobbiamo cercare di avere pro- prio solo quanto basta. Ora, quan- do Matteo parla di pace parla di giustizia ( dikaiosyne ). Tuttavia, l’op- posto di giustizia, per Matteo, non è ingiustizia, è ipocrisia. La giustizia crea comunità, l’ipocrisia distrugge ciò che è comune. La giustizia crea la pace, l’ipocrisia crea il caos. Giu- stizia significa condivisione, l’ip o cri- sia conduce al furto. Un aspetto essenziale di giustizia e rettitudine è la misericordia. La misericordia è la personale esperien- za e la pratica espressione dell’amo- re di Dio. Essere benedetti da Dio significa mostrare compassione, ave- re cura di ogni persona vivente e di ogni realtà vivente. Beatitudine si- gnifica mostrare misericordia. Infat- ti, pace è sinonimo della qualità del- la misericordia. Un cristiano non può vincere la misericordia di Dio. Ma un cristiano può perdere la mi- sericordia di Dio non estendendola agli altri e alla creazione. Non ci so- no scuse per il nostro non-coinvol- gimento. Dobbiamo scegliere di avere cura. Altrimenti, non siamo buoni, non stiamo lavorando per la pace. Non dovremmo mai dare alla gente quanto basta per mangiare. Ma dobbiamo dar loro dalla nostra tavola. Per comprendere come possiamo lavorare per la pace in modo che Dio ci chiami Suoi figli, può essere utile ricordare cosa significhi per Cristo essere chiamato Figlio di Dio. Nel vangelo di Matteo, Cristo è chiamato “Figlio” due volte, e la voce viene dal cielo: la prima volta lungo il Giordano, la seconda sul monte Tabor. In entrambe le occa- sioni, sentiamo: «Questo è il mio Figlio amato, in lui mi sono com- piaciuto» ( Ma t t e o , 3, 17 e 17, 5). Cristo è il Figlio di Dio perché è in piena comunione con la natura di Dio, pienamente coinvolto nel vole- re di Dio. Piena comunione signifi- ca condivisione di tutte le risorse di Dio. E pieno coinvolgimento nelle beatitudini significa riflettere la pace e la giustizia di Dio. Anche se la co- munione e il coinvolgimento di Cri- sto conducono alla morte in croce, e anche se ciò significava stare in di- retto contrasto, addirittura in con- traddizione, con il modo in cui la società intendeva la pace e la giusti- zia, egli rimane abbandonato al pro- getto e al volere di Dio. Forse, allo- ra, è importante smettere di misura- re il progresso e il successo nel mo- do in cui la società li considera. Il criterio del successo non può essere definito in termini quantitativi: per Cristo la fine è stata la croce, per Giovanni il Battista la fine è stata la decapitazione. In ogni caso, “diven- tare figli” implica anche qualcos’al- tro. Realizzare la pace significa co- struire comunità, e la comunità co- mincia riconoscendo la dignità di ogni persona, che è preziosa agli oc- chi di Dio. È per questo che, inter- rogato a proposito della grandezza, Cristo ha indicato un bambino e ha detto: «Se non cambierete [letteral- mente pentirete] e non diventerete come questo bambino, non entrerete nel regno» ( Ma t t e o , 18, 2-3). Questo era un gesto radicale in un tempo in cui ai bambini erano negati i diritti umani e in cui i bambini non aveva- no accesso alle risorse fondamentali. Dalla loro età e dalla legge essi era- no segregati dal resto della società. Quando sento parlare di tratta di bambini oggi, mi chiedo quanto lontano siamo davvero arrivati. Cer- to, “realizzare la pace” è un duro la- voro. Eppure è la nostra unica spe- ranza di ristabilire un mondo che è spezzato. Lavorando per la pace, la- vorando per guarire l’ambiente, ri- muovendo gli ostacoli alla pace, evi- tando ciò che arma il mondo, pos- siamo udire una voce nel nostro cuore che dice: «Questo è il mio amato. Nel mio amato — e in lui, in lei, in te — mi sono compiaciuto». Matteo desiderava rassicurare la sua comunità su due cose: primo, se vivevano delle beatitudini secondo il suo nome, allora avrebbero dovuto aspettarsi un rifiuto, e secondo, se sarebbero stati perseguitati ciò sa- rebbe stato un segno del loro essere veramente fedeli. Cristo non era ve- nuto a portare la pace ma la spada ( Ma t t e o , 10, 34). La persecuzione era attesa. Alcuni non comprenderanno il linguaggio di pace e giustizia. La società non acconsentirà, ancor me- no si “convertirà”. Anche la Chiesa potrebbe non conformarsi. Ciò che Cristo chiama “b eatitudine” per altri è “scandalo”. Vivere le beatitudini significa resistere, addirittura capo- volgere i modi del mondo. La socie- tà rifiuterà il messaggio e il messag- gero, la nostra teologia e le nostre azioni. La gente ha troppo da pre- tendere. Isaia dice: «Guardano, ma scelgono di non vedere, ascoltano, ma scelgono di non sentire» ( Ma t - teo , 13, 13; Isaia , 6, 9-10). Ma Matteo conclude con questa beatitudine per indicare qualcosa di più. Questa beatitudine è più che una semplice conclusione. È un in- carico, un comando per i discepoli farsi carico dei problemi del loro tempo e portare al mondo la com- passione di Dio, non importa quale sia il costo, il rischio o la sofferenza. Così la beatitudine diviene un invi- to diretto, una benedizione persona- le, una promessa definitiva. Noi dobbiamo persistere nel rispondere al povero, nello sforzo di condivide- re le risorse del mondo, nel tentare di guarire la nostra comunità e il nostro ambiente che sono spezzati. Questo è il modo in cui potremo sentire la voce di Cristo. Perciò, la nuova Genesi di Matteo torna su di un’eco della storia della creazione, concludendo con un rimando alla prima Genesi, quando Dio creò il mondo, «e vide che era buono», davvero «era molto buono».